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Il Paradiso degli Orchi
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CINEMA E MUSICA

Pina D'Aria

Nitido e tormentato, lirico, per niente nostalgico, genere new folk: CROZ di David Crosby.

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Poco più che settantenne, Crosby è terso nel dire, canta con voce morbida, il suo è un ritorno alla grande, con garbo, con quella lucidità laica che lo ha sempre contraddistinto. La solarità della musica californiana in Croz prende strade più ombreggiate, mai veramente ombrose, né tantomeno cupe, o scontate. L’opera si avvale della collaborazione di giovani artisti e dell’amico Nash. In Slice of time la vena psichedelica si trasforma in sfumature jazz  e viceversa.  L’interpretazione è autenticamente appassionata, trasporta immagini e frammenti, pezzi di noi, di chi si riconosce nella generation, nel movement, etc… If she called , nella sua infinita tristezza per i sogni che non si realizzano, è un brano paziente: spiega come sia vincente, dura, la realtà metropolitana che ruggisce, che diffonde rumori simili a un tedio costante e inutile, che si confonde col dolore e questo si cela nella frenesia di attività non veraci, che smaterializzano. Morning falling parla di un mondo di pietra, della cristallizzazione della vita che semmai fosse, sarebbe uguale a una necessaria evocazione: è quel che succede alle nostre esistenze. Il quadro s’innesta su una specie di flamenco stilizzato, attento a non scadere nella formula; arriva qui l’invito a cantare, a ballare, sui battiti decisi che non perdonano, a dio e agli uomini, il male che hanno fatto. Alle vuote vite non avviene di cogliere le armonie, la musica che tenta di riempire un tempo privo di vita. Radio è più westcoast style, un sibilo, il messaggio tratto da un film con un sound martellante ma esile; le registrazioni dureranno con tale dire, noi fin dove arriveremo?  Ecco il problema, sin da oggi e per sempre, posto sulle nostre frequenze … Stessa filosofia  in Get the baggage down: cori alla maniera dei CSN&Y, grinta alla Birds di cui peraltro Crosby ha fatto parte, accordi e testi usitati ed efficaci, stile e poetica del disincanto, atmosfera riflessiva; ciò che è stato è stato, deponi il bagaglio, lascia che la corrente se lo porti via. Poi giunge, in Dangerous night, l’illuminante e motivato pessimismo che eguaglia il capolavoro di Nash – Cathedral – coadiuvato dalla verve di Crosby; era il 1970: troppa gente muore per il cristo, recitavano i due compagni allora e ora David riprende: se dici Budda, qualcuno tira fuori le pistole… A che cosa sono servite le marce per la pace, la pratica delle comuni, i fiori, se infine l’astio, la diffidenza, la corruzione e l’ingiustizia la fanno da padrone? E’ un mondo feroce, non empatico, molto tenace nel procurarsi la quotidiana morte, una forma d’imbecillità. Gli argomenti, a mo’ di voluta litania, sottolineati da un sorprendente sax, riappaiono in Find a heart: dov’è un cuore con cui trovarsi, unirsi? Time I have ripropone il tema del tempo al centro della meditazione lirica di Croz; il brano è introdotto dalla percussione che segna il trip con intonazioni pianistiche importanti, soprattutto se si levano per rendere enfatico uno stato di rabbia frenata, tenuta a bada con la domanda alla quale nessuno risponde: perché fate tutto ciò? A che cosa è dovuta tanta dissonanza? Perché siete così disturbati e non vi curate? Perché, miseriaccia, non fate un sorriso? Procediamo e ci inoltriamo in Holding on to Nothing, dove avrei inserito un duetto con Joni Mitchell; stravaganze a parte, il jazz notturno e calibrato del brano è speciale, si dissolve in breve, non s’incastona, rimane sospeso come certa esistenza che passa, si sfibra ogni giorno e rivede l’inganno della giovinezza, delle prospettive o del passato: è lo stesso; restano le immagini, lo schizzo di un sogno. What’s broken conclude il discorso sempre in forme interrogative: che cosa s’è rotto, dove vanno le molecole, a che serve parlare se le lingue sono congelate; è evidente che l’arrangiamento sia il pretesto per elaborare, intanto la batteria è metronomica, consapevolmente battente, spallante. Preferisco The Clearing per la sua dinamica prog, però non ammorbante, né virtuosistica o cerebrale, sicuramente sofferta com’è tutta la fatica contenuta in Croz. E’ un pezzo dal suono pieno di un rock poetico, incisivo, promettente, fluido, che si adagia sotto i ritornelli ossessivi, per niente diplomatici come la personalità creativa dell’autore. Le rime sbattono in faccia a chiunque che l’amore non ha bisogno di case: mondo, sei incivile ma non selvaggio. E’ una mia aggiunta, una conclusione credo lecita; abbiamo ancora bisogno di musica e di quel conforto che si chiama poesia. Grazie D. Crosby!
David Crosby
CROZ
Blue Castle, 2014



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