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Stefano Torossi

Roma antica e l'ecologia

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A luglio sono stati aperti al pubblico pochi metri dei corridoi di servizio delle Terme di Caracalla per ospitare un’installazione di Fabrizio Plessi, un visionario, anzi un videoartista dell’acqua e del fuoco.
La mostra in sé, soprattutto dopo aver visto alla Biennale di Venezia le sue altre mirabolanti opere, è tutto sommato modesta, soprattutto associata com’è alle altrettanto modeste musiche di Michael Nyman, ma ci permette per la prima volta dopo anni di tornare là sotto e soprattutto di entrare in argomento.
Sono immagini di acqua e fuoco che appaiono, tutte in sincrono e in sequenza, su una serie di grandi monitor piazzati in nicchie dell’infernale percorso sotterraneo in cui due millenni fa lavoravano e morivano migliaia di schiavi per fornire l’acqua calda ad altrettante migliaia di fannulloni romani che passavano le giornate a divertirsi al piano di sopra in uno dei posti più formidabili di tutta l’antichità.
Girare fra le costole di questo fossile storico è un’esperienza totalmente opposta a come doveva essere entrarci nel 216.
Il turista contemporaneo si nutre, oggi, di quel silenzio pieno di storia e di suggestione, di mattoni corrosi dal tempo e fioriti di capperi, del canto di cicale al sole che danno un senso pieno di nostalgico raccoglimento alla visita.
Invece ci dobbiamo immaginare le millecinquecento persone che riempivano, allora, gli enormi saloni facendo tutti insieme il bagno, la depilazione, i massaggi, la ginnastica, discutendo di politica e di sport, vendendo e comprando di tutto: insomma, per citare Seneca che è il più attendibile giornalista dell’epoca, nelle terme c’era un “chiasso infernale”.
Le Terme di Caracalla, uno fra gli stabilimenti pubblici più grandi di Roma, sono anche un monumento allo spreco e al disprezzo ecologico, specchio, insieme ai circhi e agli anfiteatri, del periodo più orribilmente splendido dell’Impero Romano.
Certo: statue magnifiche riempivano ogni angolo; marmi colorati incrostavano le pareti (spaccati a mazzate mille anni dopo per farci i pavimenti cosmateschi delle chiese medievali), colonne immani sostenevano le volte altissime, poi crollate liberandole dal loro peso e permettendone il trasporto in piazze rinascimentali per servire di base a madonne o granduchi.
Tutto questo è vero, ma è anche vero che i cinquanta forni che mandavano avanti le terme bruciavano decine di tonnellate di legna ogni giorno e sappiamo che in città di stabilimenti simili ce n’era almeno una decina.
Ovvio che questa follia ustoria finisse con il pelare delle loro foreste prima le pianure intorno a Roma, poi i colli del Lazio, poi praticamente tutta l’Italia. Desertificata per far sguazzare al caldo qualche migliaio di lazzaroni.
E gli spettacoli pubblici? Una calamità quasi biblica.
Ok i duelli dei gladiatori: il genere umano si riproduce abbastanza velocemente. Un po’ peggio le esecuzioni pubbliche dei condannati a morte, perché presentare lo sbudellamento di persone in forma di sadico spettacolo davanti al pubblico non sembra davvero una cosa carina. Comunque il cives romanus non si è estinto.
Quello che invece le cacce figurate e i combattimenti fra animali selvaggi finirono col provocare fu l’estinzione degli ippopotami in Nubia, dei leoni in Asia, delle giraffe in Libia e così via per un gran numero di altri animali. Massacrati per far divertire altre migliaia degli stessi lazzaroni sulle gradinate del Colosseo.
Certo, poi uno si incanta davanti alla potenza di queste strutture rimaste nude dei marmi, ma non della loro maestà, e dimentica tutto il resto perché quello che vede è sempre l’immagine grandiosa di Roma.



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