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Il Paradiso degli Orchi
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CINEMA E MUSICA

Pina D'Aria

Weird&cosmic: 'The soul of all natural things' di Linda Perhacs

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Allargare i confini della coscienza si poneva come inizio della rivolta, poi ogni hippie ha scelto un percorso per la propria evoluzione personale, individuale, identitaria, senza però prescindere dalla musica, dalla natura, dall’amore, dalle empatiche sfere del contatto, o dalla controinformazione. Primitivismo, uso devastante delle droghe, newage e altre mode rappresentano il sistema allargato delle derive e delle derivazioni. E ad ogni modo senza troppo semplificare per rendere abbordabile l’ampio argomento, Lindha Perhacs fa parte di tutto ciò con una sua convinzione gioiosa che la rende unica e distante dal business, dallo star&cult system, per il semplice fatto che da sempre abita in quella zona odorosa e armoniosa dei free, degli hippies, dei weird, di quelli che han fatto della West Coast un vessillo e non a caso, Linda vive a cavallo tra la città e l’oceano, in un canyon. Già dal suo apparire con Parallelograms nel 1970 non suscitò scalpore, bensì una raffica di confronti con Joni Mitchell e oggi persino con Kate Bush, ma mentre la signora dei canyons da brava compositrice sperimenta, vaga e si fa apprezzare per le coloriture jazz&folk della voce e ipnotizza il pubblico affinchè l’ascolto sia attento a ogni singola nota, ad ogni variazione e accordo, Linda è meno esigente, si dà per quel che è: un buon intruglio di intimismo onirico, non molto versatile come le sfumature della Mitchell, ma efficace per il tipo di messaggio e di sonorità messi in campo: psichedelia leggera, ottimista, sognante ecchevuoidipiù dalla vita? Devendra Banhart ha visto giusto e l’ha inserita come prima vocalist; ecco, Linda è un’ottima corista che non prevarica, tuttavia, prevale, però non regge il paragone con la Bush: questa è rockettara, umorale, variabile. Linda, invece, per 40 anni ha cantato per sé, per il suo dio interiore che svolge mansioni anche nel cosmo, per gli amici, aspettando fiduciosa non il successo e la fama, ma la gloria, ultimo atto di riconoscimento a chi è rimasto fedele solo alla propria grandezza. Parlare dunque delle influenze su Linda è inutile; lei è consapevole di non aver inventato nulla, la sua psichedelia è di ordine esoterico, anzi Linda è troppo ordinata, saggia per forza di cose, ma non ostentatrice di sapienza, solo ordinata e ubbidiente, lontana dalla virulenza delle rivolte e dalla spontaneità dei coetanei di Woodstock. La Perhacs è relegata in un limbo naif d’imperturbabile sentimento del tempo che non esiste, benchè il Pianeta continui a popolarsi di esseri poco propensi alla reciproca comprensione. Tutti i testi di Linda si affidano a una metafisica tascabile, non ingenua, ma genuina, applicabile alla sorte di chi non vede che le cose naturali modificate dal volere delle società, non procedono tuttavia da esso ma semmai, da un’unica forza vitale e magica che spinge tutti a interrogarsi, a chiedere appoggio. Il brano omonimo della raccolta è bello, si sente lo zampino di Devendra, che apre come suo solito a sperimentazioni etniche, spagnoleggianti, con lievi tocchi evocativi. Immunity ripete l’istanza di verità, è una preghiera senza un credo: fondamentale è lo spirito che ascende per abbracciare la proiezione di sé e così e così via… Tutto è delicata routine in The soul of all natural things con River of God, Song of the planets, Children, ma su tutti i brani che siano cammei di stlizzate intenzioni poetiche, o ballate, si fa strada Freely, pezzo che prediligo per l’uso flautato della voce che torna decisa, persuasiva, nell’affermazione di libertà. Essere libera: dichiarazione di tenacia esposta con un afflato pop&folk incisivo, seppure angelicato. Più che di ascendenze dunque per la Perhacs, si può parlare di commistioni come era tipico peraltro di gruppi quali The Incredible String Band all’epoca di “Wee Tam and the big huge”, o di musicisti quali  Comus con “First Utterance”, ma io adoravo una sbilenca quanto stupenda The Great Society impreziosita da Grace Slick, che anche con la retorica dei suoi più tardivi e solisti “Dreams” resta insuperabile, che ci vuoi fa’? Questione di gusti, neppure da affrontare al cospetto dell’igienico e delizioso courage di Linda Perhacs che da tutti gli ambiti prende del buono e se ne va secca secca ai confini del paradiso sfuggendo agli orchi, alle confidenze, ai controlli, alle super visioni e alle poco salutari etichette.



Linda Perhacs

The soul of all natural things


Asthmatics Kitty records, marzo 2014



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