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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Alan Bennett

La sovrana lettrice

Adelphi, Pag. 95 Euro 12,00
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Magari anche a voi, come all'imprevista protagonista di questo romanzo, sarà capitato di pensare che la lettura è un vizio per pochi. Un hobby che si può permettere solo chi ha tempo a sufficienza per oziare in poltrona a sfogliare svogliatamente pagine e a scorrere righe senza che ce ne sia una vera necessità. Può capitare di sentirsi uomini/donne d'azione, fatti per la vita vissuta e da vivere e non per le esperienze agite per interposta persona.

Eppure la lettura è un modo per agire e vivere molte più vite di quante si potrebbe mai, pur volendo credere nella reincarnazione. La lettura, i romanzi, sono un modo per uscire da sé, per entrare in un altro corpo, in più persone. In vite desiderabili che vorremmo aver vissuto, in esistenze disastrate che speriamo con angoscia di schivare. È un modo per confrontarsi con sentimenti assurdi e lontani o per esperire gioie inaudite. Cosa si prova ad essere su un fronte di guerra, dietro una barricata. Come si vive braccati perché si è nati col cognome sbagliato. Cosa succede durante la rivoluzione culturale cinese o com'è percorrere ogni giorno le larghe vie asfaltate della provincia americana. E poi c'è il meraviglioso mondo della fantasia: di tutte quelle immagini che vorremmo vedere quando chiudiamo gli occhi. Draghi e stregoni, isole che non ci sono e Bianconigli. Oppure l'orrendo baluginare di un occhio che vigila sulle nostre esistenze prima ancora che mente umana concepisse archivi di stato come la Stasi o mega satelliti come Echelon. Un mondo che a volte si trasferisce sulla pellicola per incarnarsi in figure improbabili ed essenziali.

La regina d'Inghilterra queste sensazioni non le ha vissute mai. Lei così pesante, così connessa al destino del mondo, così affondata dai proprio doveri. Ma viene il giorno in cui le capita fra le mani un libro e niente sarà più come prima. Non c'è visita di stato né parata che tengano. Non c'è marito o consigliere che faccia desistere da una passione così bruciante che non conosce confini. Non c'è limite alla produzione culturale umana e il rammarico è spesso solo quello di non avere tempo. Per vivere così tante vite e provare nuove cose e pensare con strumenti affascinanti che la letteratura ci fornisce.

Cosa pensa un turco sradicato dal proprio mondo? Come si comporta una casalinga quando esce dal guscio che la racchiudeva? Che avviene nel corpo di una bambina quando sente di essere oggetto sessuale degli adulti?

Poteva essere molto di più questo romanzo (più che altro un racconto lungo) che Alan Bennett ci offre. Poteva esserci più poesia nell'entusiasmante scoperta che ci propone. Poteva diventare più che una satira politica e di costume. La regina Elisabetta si ammansisce, diventa più premurosa nei confronti di coloro che la circondano, coloro ai quali prima non si riferiva neanche nel pensiero credendoli incapaci di provare sentimenti, essendo lei stessa impantanata in una bolla di sapone che non prevede empatia né sensibilità.

Però poi Bennett si perde, e perde la regina, in una fine che apparentemente è il giusto corollario di un così brillante inizio, ma che in realtà è un attorcigliamento della storia. Probabilmente l'aspettativa creata era troppo alta, e il desiderio di una soluzione più metafisica troppo acceso, ma comunque si resta un po' delusi. Il beau geste del finale non è scontato ma è smorzato dalla motivazione che lo provoca, e la maturazione parossistica della trama si avvolge fino a spegnersi in maniera immotivata.

È stato divertente calarsi nei panni di una sovrana che si scopre lettrice, un po' meno ritrovarsi lettore in trepida attesa con Bennett in mano.



di Enrica Murru


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