RECENSIONI
Michael Cunningham
Al limite della notte
Bompiani, Pag. 287 Euro 17,50
L'epifania di Erry, il cognato frocio del protagonista, è stucchevole e merita di essere riportata: Certo. Le massicce placche squadrate dei pettorali, la "V" dei fianchi; ecco la macchia scura dei peli pubici, corti e ispidi, la sporgenza rosa-marrone dell'uccello. Roba da Emporio Armani o al massimo da esposizione fotografica di Bruce Weber. Risparmiandoci l'elasticone delle mutande Calvin Klein.
Michael Cunningham col tempo non peggiora: diventa inutile. Raccoglierei volentieri un milione di firme (lo so: dispendioso quanto raccoglierne dieci milioni per cacciare Berlusconi, ma posso sinceramente vantarmi di non essere stato mai Bersani!) per farlo smettere di scrivere. Già col precedente Giorni memorabili (la cui unica straordinarietà non erano certo i giorni, ma la memorabile bruttezza dei racconti) aveva fatto un enorme buco nell'acqua, non sapendo che pesci pigliare (però, suggestivo questo non-sense marino!).
Non contento reitera. Al limite della notte (son sicuro che troverà estimatori) è uno dei romanzi più insulsi e triti che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi. La cui trama (straordinariamente simile all'altrettanto insulso film, però di italianissima fattura, Il compleanno) si risolve in una mesta 'battuta': un uomo poco felicemente sposato perde la testa per il cognato.
Tralascio le disquisizioni del protagonista Pete relative alla sua 'inclinazione' da finocchio (arriva persino a dire che nella sua famiglia c'è del DNA omosessuale e si è masturbato con il suo amico Rick per tutte le medie), il resto del romanzo è una sequela soporifera sul mondo dell'arte, sui vernissage e sul perché abitare in un loft a New York è veramente tanto ganzo, anche se poi i protagonisti confessano di essere talmente depressi da non saper dove sbattere la testa.
Sembra di essere in un film di Woody Allen, prima della sbandata italo-inglese: ma lì si rideva e si prendeva per il culo la frivolezza finto borghese della medietà newyorkese (ricordate Manhattan e la squinzia che si ostivana a pronunciare Van Gogh Fan Gag?). Qui l'unico risultato evidente è il carosello di banalità circensi (il circo è banale per la coazione a ripetere degli elementi che lo costituiscono) in un atmosfera da vuoto pneumatico.
Ancora su Erry (per esempio): Non è troppo alto – uno e ottanta, probabilmente – e il suo corpo è compatto, vigoroso. Non è difficile immaginarlo seduto da buon discepolo al bordo di un giardino sacro. Anzi, assomiglia un po' a un san Sebastiano rinascimentale, rapito nella contemplazione.
Inutile dire che preso nel meccanismo di una convenzionalità a tutto tondo il 'magister vitae' Cunningham non poteva partorire altro santo che Sebastiano che tutti sanno ormai aver 'liaison' assai ravvicinate con il mondo gayo.
Sfuggono invece a qualsivoglia catalogazione certe espressioni che vogliono essere 'saporite' in realtà segno evidente di uno scrittore a corto di espressività: dio solo sa cosa abbia voluto dire con cinismo weimariano (pag.87) o un'aria vagamente finlandese (pag. 116).
Ma son, come avrebbe detto Totò, quisquiglie e ancor peggio pinzillacchere: Al limite della notte è la chiara dimostrazione di una rappresentazione loffia della realtà persa nelle consuetudini tristi di una prassi ormai insopportabile: sarebbe netta sociologia se la letteratura fosse braccio 'armato' del sistema.
Ci ritroviamo una storia stanca quanto il narratore e ad una figurazione del mondo gay, quando c'è e quando non è addirittura mistificato, fatto ad immagine e somiglianza di una condizione ancora vissuta marginalmente. Speculare a chi ancora è di sostanza represso.
Come si dice in questi casi? Talebano... tale figlio.
di Alfredo Ronci
Michael Cunningham col tempo non peggiora: diventa inutile. Raccoglierei volentieri un milione di firme (lo so: dispendioso quanto raccoglierne dieci milioni per cacciare Berlusconi, ma posso sinceramente vantarmi di non essere stato mai Bersani!) per farlo smettere di scrivere. Già col precedente Giorni memorabili (la cui unica straordinarietà non erano certo i giorni, ma la memorabile bruttezza dei racconti) aveva fatto un enorme buco nell'acqua, non sapendo che pesci pigliare (però, suggestivo questo non-sense marino!).
Non contento reitera. Al limite della notte (son sicuro che troverà estimatori) è uno dei romanzi più insulsi e triti che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi. La cui trama (straordinariamente simile all'altrettanto insulso film, però di italianissima fattura, Il compleanno) si risolve in una mesta 'battuta': un uomo poco felicemente sposato perde la testa per il cognato.
Tralascio le disquisizioni del protagonista Pete relative alla sua 'inclinazione' da finocchio (arriva persino a dire che nella sua famiglia c'è del DNA omosessuale e si è masturbato con il suo amico Rick per tutte le medie), il resto del romanzo è una sequela soporifera sul mondo dell'arte, sui vernissage e sul perché abitare in un loft a New York è veramente tanto ganzo, anche se poi i protagonisti confessano di essere talmente depressi da non saper dove sbattere la testa.
Sembra di essere in un film di Woody Allen, prima della sbandata italo-inglese: ma lì si rideva e si prendeva per il culo la frivolezza finto borghese della medietà newyorkese (ricordate Manhattan e la squinzia che si ostivana a pronunciare Van Gogh Fan Gag?). Qui l'unico risultato evidente è il carosello di banalità circensi (il circo è banale per la coazione a ripetere degli elementi che lo costituiscono) in un atmosfera da vuoto pneumatico.
Ancora su Erry (per esempio): Non è troppo alto – uno e ottanta, probabilmente – e il suo corpo è compatto, vigoroso. Non è difficile immaginarlo seduto da buon discepolo al bordo di un giardino sacro. Anzi, assomiglia un po' a un san Sebastiano rinascimentale, rapito nella contemplazione.
Inutile dire che preso nel meccanismo di una convenzionalità a tutto tondo il 'magister vitae' Cunningham non poteva partorire altro santo che Sebastiano che tutti sanno ormai aver 'liaison' assai ravvicinate con il mondo gayo.
Sfuggono invece a qualsivoglia catalogazione certe espressioni che vogliono essere 'saporite' in realtà segno evidente di uno scrittore a corto di espressività: dio solo sa cosa abbia voluto dire con cinismo weimariano (pag.87) o un'aria vagamente finlandese (pag. 116).
Ma son, come avrebbe detto Totò, quisquiglie e ancor peggio pinzillacchere: Al limite della notte è la chiara dimostrazione di una rappresentazione loffia della realtà persa nelle consuetudini tristi di una prassi ormai insopportabile: sarebbe netta sociologia se la letteratura fosse braccio 'armato' del sistema.
Ci ritroviamo una storia stanca quanto il narratore e ad una figurazione del mondo gay, quando c'è e quando non è addirittura mistificato, fatto ad immagine e somiglianza di una condizione ancora vissuta marginalmente. Speculare a chi ancora è di sostanza represso.
Come si dice in questi casi? Talebano... tale figlio.
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