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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Stefano Spataro

Attis

Prospero Editore, Pag. 244 Euro 15,00
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Sottotitolo: sogni dal terzo pianeta
È uno scenario ben noto alla fantascienza, quello che vede la colonizzazione di altri pianeti come rimedio alla sovrappopolazione terrestre. E non è nuova nemmeno l’idea di trasformare un pianeta in colonia penale. Per la verità, senza bisogno di alzarsi dalla superficie terrestre, troviamo un esempio di quel genere nella storia dell’Australia. Con analoghe situazioni: natura ostile da addomesticare (terraformare nel linguaggio planetario), detenuti adibiti ai lavori forzati, rivendicazioni di autonomia da parte del personale di custodia, e infine commercio clandestino di rum (che nel romanzo è sostituito da una droga potentissima e onnicomprensiva). D’altra parte, essendo l’umanità sempre quella che conosciamo, nel bene e nel male, non c’è da sbagliare se la si immagina perpetuare nel futuro gli stessi comportamenti. Attis si annuncerebbe quindi come una delle tante variazioni sul tema, ben congegnata per quanto riguarda le tecniche di viaggio intergalattico e tutti gli altri ingredienti del genere. Sennonché… a un certo punto il nostro Spataro è stato folgorato dalla lezione di Stanislaw Lem (parlo di Solaris). E allora ecco che i viaggiatori devono fare i conti con misteriose presenze. Come sempre, qui vorrei dire e non dire, lo spoiler è sempre in agguato e non è il caso di rendere un cattivo servizio all’autore e tantomeno al lettore che vuole lasciarsi trasportare dalla storia verso un finale inaspettato.

   I temi sono tanti, al di là della trama essenziale. Ci sono i cambiamenti climatici che hanno reso la Terra così poco ospitale da far preferire il sottosuolo alla superficie. C’è un regime autoritario che sotto l’impeccabile immagine di facciata si ingrassa in loschi traffici. Ci sono i problemi etici relativi alla gestione dei prigionieri, trasportati fuori dal pianeta contro la loro volontà. E poi, sempre sul piano etico, la pretesa di insistere nella colonizzazione di pianeti che ospitano altre specie: la questione degli indigeni, insomma, che sulla Terra si è sempre risolta con strategie criminali e, nel migliore dei casi, scuse postume. Insomma l’autore, che è laureato in filosofia e ricercatore in storia della scienza, ha le sue buone carte da giocare.

   Dunque la storia scorre su due binari paralleli, che spesso si incontrano. Da un lato l’addestramento delle guardie carcerarie e il loro lavoro a contatto con pericolosi criminali. Dall’altro una dimensione onirica, che l’autore tratta con effetti suggestivi toccando abilmente le corde del mistero.

… paradossalmente gli tornava tutto. Anche le cose più incredibili e impossibili. La sua mente trovava una spiegazione coerente, o almeno accettabile, all’esistenza del comandante, ai mostri, al fatto che un delinquente morto volesse prima condurre una rivolta e successivamente si ritrovasse a fare un’orgia (…) riuscì anche a spiegarsi il perché individui diversi avessero talvolta la stessa faccia, e per giunta segnata da una ferita d’arma da fuoco.

   Le caratterizzazioni dei personaggi sono piuttosto classiche, con poche sorprese. Spicca però fra loro il simpatico dottor Pinnelton, direttamente ispirato a Woody Allen.

   L’autore è abile nel creare un senso di inquietudine, di una minaccia indefinita che incombe nell’aria. Quando però il mistero viene dissipato, e gli eventi si avviano al loro epilogo, si ha l’impressione che qualche aspetto non sia stato sviluppato in tutta la sua potenzialità, e che la parte finale si concluda troppo frettolosamente lasciando il palato un po’ asciutto. È vero che, come in tutti i buoni romanzi di fantascienza, anche il lettore a un certo punto deve metterci la sua parte di risposte. Ed è anche vero che non appare del tutto infondata l’impressione che sotto sotto stia covando un seguito. Se questo avverrà, date le premesse, leggeremo molto volentieri.



di Giovanna Repetto


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