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Stefano Torossi

Brivido a Santa Cecilia

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       Domenica 23 febbraio, ore 18, concerto di apertura del festival “Percorsi Jazz – L’Improvvisazione Attuale”, organizzato da Paolo Damiani, eminente contrabbassista, compositore, fondatore e docente del dipartimento jazz di Santa Cecilia. Prima parte: Alvin Curran solo; seconda parte: trio Paolo Damiani, Roberto Ottaviano, Marco Lodoli.
La bianca e nobile Sala Accademica del Conservatorio non è proprio piena e fuori, lungo Via del Corso, malgrado i negozi aperti, anche la clientela deambulante è scarsa. Sarà il virus.
Bene, ci sistemiamo; Curran sale sul palco e si siede a un piano gran coda affiancato da una tastiera arricchita di aggeggi per la produzione di suoni sintetici.
Plin! Parte la prima nota sul pianoforte, pedale premuto, trenta secondi. Plan! Seconda nota, una quinta sopra, sempre pedale, quarantacinque secondi. Plon! Terza nota, contemplazione sonora di un minuto e mezzo. Poi, improvvisati e imprevedibili ma sempre con un sovrano sprezzo del tempo (quello cronometrico, la durata, insomma), partono qualche bicordo, qualche cluster e poi, mischiati a ripetizione, effetti dalla realtà e sintetici: colpi, sibili, rombi, martelli, macchine, squittii e ferraglia varia. Ci sentiamo ritornati agli anni ’60, quando lo scopo della musica contemporanea sembrava fosse irritare l’ascoltatore borghese con suoni sgradevoli e durate estenuanti.
Ma era sperimentale e noi che l’ascoltavamo e qualche volta la facevamo anche, eravamo convinti di essere eroi votati a scardinare il sistema per portare una parola nuova nella storia. E in più c’era il fatto molto artigianale e stimolante di produrre combinazioni di suoni inediti con l’aiuto al massimo di un paio di registratori e se andava bene di un oscillatore, e non come oggi, avendo a disposizione innumerevoli schede e una tecnologia onnipotente e di facilissimo uso.
Intanto il maestro Curran prosegue, immerso sempre più profondamente nelle sue atmosfere, passando da eterne dilatazioni dei tempi a fracassi subliminali.
10 minuti, 20 minuti. Il nostro vicino di destra sonnecchia, quello di sinistra giocherella con il telefono. Parti sempre più consistenti del pubblico sgusciano verso l’uscita. Il maestro Curran imperterrito va avanti, perso nel suo pernicioso sogno. 30 minuti, 40 minuti. Con la coda dell’occhio captiamo all’altra estremità della sala, il nervosismo di Paolo Damiani, responsabile della serata, chiaramente sulle spine, mentre il maestro Curran, imperterrito, procede.
Allo scadere dei 50 minuti, repentino ecco il cambio di atmosfera, quello che precede il dramma; non sul palcoscenico ma nella plancia di comando, dove evidentemente è stata presa una decisione (ci rendiamo conto di quanto quello che segue sarà stato difficile per Damiani; quanto imbarazzante, perfino quanto doloroso).
Una ragazza, forse un’allieva, molto giovane viene mandata sul palco e si china a bisbigliare all’orecchio del maestro Curran, il quale, inconsapevole di tutto, sta continuando imperterrito a produrre i suoi suoni.
Colpo di scena! Il maestro, stupefatto e certamente inconsapevole, alza gli occhi dalla tastiera, scruta il pubblico, “I’ve been asked to stop playing (mi hanno chiesto di smettere di suonare)” e smette di suonare. Aggiunge ancora: “Questo non mi era mai successo prima”, poi scende la scaletta del palco allontanandosi non più perplesso, ma ormai sdegnato. Effettivamente, neanche a noi era mai capitato di vedere un esecutore mandato via dal palco in questo modo.
È chiaro che ci dispiace che un artista ultraottantenne sia cacciato come un ragazzino importuno, ma, mentre non riusciamo a eliminare la sensazione che se la sia voluta, dobbiamo comunque eterna gratitudine a Paolo Damiani, il quale, con questa decisione, dura e sicuramente sofferta, ha salvato noi e il resto del pubblico da una orrenda fine per soffocamento da eccesso di suoni e insufficienza di pause.
Doverosa e diplomatica la giustificazione offerta al pubblico: “Ci dispiace, ma il conservatorio chiude alle otto, avevamo concordato una durata, che non è stata rispettata, e c’è ancora la seconda parte del concerto”. In più Damiani chiede generosamente un applauso per il maestro castigato. Applauso che arriva ma, dobbiamo dirlo, risulta tiepidino. Evidentemente anche la pazienza di un pubblico dedicato come quello di stasera ha un limite.

E poi via con la splendida seconda parte, anch’essa di improvvisazione, ma ascoltabile, digeribile e soprattutto godibile, di un eccellente quanto inconsueto trio: Ottaviano, sax soprano; Damiani, contrabbasso e Lodoli, poeta e giornalista che legge dei versi in memoria dell’amico Gianni Lenoci. Un ardito ricamo di note e parole.
Certo, mica facile neanche quello che ascoltiamo adesso, ma stimolante, comprensibile e soprattutto rispettoso, sia come contenuti che come durate, del pubblico il quale, in fin dei conti è il destinatario finale di tutto.
Alle prossime.



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