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ATTUALITA'

Giovanna Repetto

C'è vita nella fantascienza italiana? Incontro con Silvio Sosio

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Il nostro viaggio nella fantascienza italiana ci porta a incontrare Silvio Sosio. Attivo fin dagli anni Ottanta nel campo della fantascienza, Silvio Sosio ha avuto un promettente esordio come autore. Il suo racconto Ketama, vincitore del premio Courmayeur 1996, è stato pubblicato in Italia e in Francia, altri sono comparsi su Urania. Ma ben presto si è rivelata quella che è la sua vera vocazione: l’attività editoriale e giornalistica. Nel 1996 ha fondato il portale Fantascienza.com. Insieme a Franco Forte e Luigi Pachì ha fondato nel 2003 l'associazione culturale e casa editrice Delos Books, e nel 2013 Delos Digital, casa editrice specializzata nella pubblicazione di ebook, di cui è attualmente presidente. Dal 2011 è curatore della rivista Robot e della collana Odissea Fantascienza. Promuove la fantascienza a tutti i livelli con una passione contagiosa. Ricostruiamo insieme a lui la sua avventura.
Dalla tua storia trapela una grande passione per la fantascienza. Quando è nata?
Difficile dirlo perché si scende negli abissi della memoria di quando ero molto piccolo. Ricordo per esempio che amavo le storie di fantascienza che venivano talvolta proposte da Topolino, e non perdevo un episodio della serie UFO (1970, quindi avevo sette anni). Poi mio padre cominciò a propormi libri, i primi che lessi furono Cronache marziane e la Fondazione di Asimov; così abbandonai Topolino e Salgari ed entrai in quel mondo.
La tua frase ha qualcosa di epico e fatale: entrai in quel mondo. E da quando ci sei dentro hai fatto tante cose. Hai prodotto opere di narrativa, ma poi ha prevalso l’aspetto editoriale e giornalistico. Come sei arrivato a questa scelta?
Mio padre lavorava nell’editoria, forse era quasi naturale per me in qualche modo essere portato a fare libri, più che a scriverli. Alle elementari pubblicavo una rivista a fumetti – una copia sola, ovviamente, ma fece un bel po’ di numeri. Al liceo scoprii Robot che mi fece entrare nel mondo degli appassionati di sf; poi venni a contatto col club City di Milano, e cominciai a pubblicare una mia rivista amatoriale, La spada spezzata. Era il 1981, facevo la seconda liceo (essendo il classico, sarebbe il quarto anno). Durante l’università la fanzine crebbe fino a vincere un Premio Italia e un Premio Europa, poi il militare, per qualche anno un po’ di distacco dal mondo della fantascienza, ormai lavoravo nell’editoria in modo professionale, scrivendo per diverse riviste di informatica. Negli anni Novanta con le prime BBS e poi con internet il ritorno, il successo della rivista Delos Science Fiction (vari premi Italia, un altro premio Europa). L’ultimo racconto “serio”, Ketama, che poi fu pubblicato anche in Francia, lo scrissi in questo periodo. All’inizio degli Anni Duemila comincia l’avventura editoriale, nel 2003 nasce Delos Books, torna Robot, parte la storia che conduce ai giorni nostri e a Delos Digital.
A proposito di Robot: la seguivo in gioventù, quando era diretta da Vittorio Curtoni. L’amavo molto perché pubblicava racconti, e io consideravo il racconto la più pura e libera espressione della fantascienza. Ma le pubblicazioni si interruppero presto. In tempi recenti l’hai riportata alla luce. Come l’hai deciso, con che spirito l’hai fatto?
Fin dalle prime esperienze “fanzinare” il modello era stato Robot. Non vale solo per me: tanti fan che facevano riviste amatoriali negli anni Ottanta si ispiravano alla rivista di Curtoni, che era stata la prima vera rivista italiana. E non solo italiana. Per “vera rivista” intendo una pubblicazione che proponesse racconti ma anche articoli, notizie, interviste: Robot ti faceva entrare nel mondo della fantascienza. Quando nacque Delos Books avevamo vari progetti per una rivista professionale, stampata, da proporre in libreria o addirittura in edicola. Erano tutte imitazioni di Robot. Quando ci venne l’idea (a me e a Franco Forte) di non fare un’imitazione ma riprendere l’originale sembrò la cosa più ovvia del mondo. Lo proponemmo a Vittorio Curtoni, che fu decisamente contrario. Ma poi ci ripensò su, e alla fine ne fu entusiasta. 
Ci vuole coraggio, ai giorni nostri, per fare gli editori. E per farlo bene ci vuole coraggio e passione. Io adoro la carta, ma penso che nella piccola editoria limitarsi alla carta sia molto pericoloso. Tu hai puntato sul digitale. È una scelta di necessità, un compromesso, o la convinzione che si tratti di un mezzo più adatto ai tempi?  
Be’, abbiamo fatto gli editori “cartacei” dal 2005 al 2013, con distribuzione nazionale, abbiamo anche piazzato qualche volume nelle classifiche dei bestseller (basta meno di quanto si pensi, in realtà). Ci siamo beccati in pieno la grande crisi dell’editoria tra il 2011 e il 2013. Alla fine la cosa non stava più in piedi. Secondo me fare gli editori cartacei funziona solo se resti in ambiti molto piccoli, o se sei davvero grosso: in mezzo, se non occupi una nicchia di qualche tipo, ti stritolano.
Il digitale ci permette di esprimere il talento nel quale eccelliamo: la scoperta e la promozione di nuovi autori. L’investimento è più di lavoro che economico, il che ci permette di poter “rischiare” molto più facilmente e dare spazio a tanti. Da noi l’ebook stenta ancora un po’ – ma del resto stentano i libri in generale, l’Italia non è un paese di lettori – ma non ho dubbi sul fatto che crescerà ancora.
Soppianterà la carta?
Non soppianterà mai la carta, immagino, ma ha ancora ampio spazio per crescere. Recentemente ho letto un commento del mio amico Fabrizio Venerandi, che raccontava di una persona che gli aveva fatto notare che la vera lettura è solo quella su carta. Per farglielo notare gli aveva mandato un messaggio tramite social network, citando una ricerca pubblicata in internet che aveva letto presumibilmente su un computer o su un tablet. Il digitale è qui, ed è qui per rimanere (a meno di scenari tipo zombapocalisse, ovvio…), sono quelle che cose che non puoi fermare. Gli ebook potranno salire, scendere, magari anche estinguersi e poi tornare, ma è evidente che quello è il destino del libro.
Ultimamente hai annunciato con fierezza (questa la parola che hai usato) che le copertine di Robot 2017 saranno firmate da Julie Dillon, una grande artista del genere. Io ricordo tante copertine che mi hanno fatto sognare. Quanto è importante l’immagine nella fantascienza?
Quello dell’illustrazione fantastica è un settore con una lunghissima tradizione, anche in Italia – basta pensare a quanta importanza hanno avuto i copertinisti di Urania, da Caesar a Franco Brambilla passando per Thole – e anche io ci tengo molto. Ho sempre avuto idee abbastanza precise su come devono essere le illustrazioni, di un racconto o di una copertina; prediligo quelle che raccontano qualcosa, più che descriverlo, che suggeriscono una storia, un’idea, più che magari proporre una bella astronave o un bel paesaggio. Uno dei punti di forza della Robot originale erano, indubbiamente, le illustrazioni interne di Festino, che riuscivano proprio in questo intento: coglievano un punto della storia e lo raccontavano al lettore, intrigandolo e invogliandolo a leggere il racconto.
Anche sotto questo aspetto hai fatto una scelta di continuità, mi pare.
Festino è stato l’illustratore dei primi dieci numeri della nuova serie, poi ho voluto cambiare ospitando in copertina grandi artisti internazionali. Dal 2007 abbiamo ospitato ogni anno un artista diverso; alcuni italiani, come Manzieri, Patrito, Thole (consideriamo italiano, via), Brambilla, e molti stranieri, ai più alti livelli, come Picacio, Martiniere, George Grie, Burdisio. Julie Dillon sarà l’artista 2017.
E per le illustrazioni interne?
Abbiamo collaboratori fissi. Per molti anni abbiamo avuto la fortuna di ospitare le illustrazioni di Giacomo Pueroni, grande talento che purtroppo ci ha lasciato all’inizio di quest’anno, dopo due anni di quella terribile malattia che è la SLA. Le sue illustrazioni ricordavano un po’ lo stile di uno dei più grandi artisti del bianco e nero, Frank Kelly Freas. Poi abbiamo visto evolversi il talento di Luca Vergerio, che negli anni è cresciuto moltissimo; e lavora con noi da qualche anno anche Alessandro Semeghini, che aveva già lavorato per la Asimov’s di Brolli. Lo spazio incolmabile lasciato vuoto da Giacomo lo abbiamo affidato a un giovane talento, Matteo Di Gregorio.
Facciamo il punto sulla fantascienza italiana.
La fantascienza italiana ha sempre sofferto per la mancanza di spazi; negli anni Settanta e Ottanta potevi pubblicare racconti sulle riviste amatoriali, ma lo sbocco professionale era quasi impossibile da raggiungere. Oggi se vogliamo professionale e amatoriale non sono più così distinti. Ci sono tanti editori, cartacei e digitali, e se non ne trovi uno che ti pubblica ci sono sempre le strade dell’autopubblicazione.
Dunque un passo avanti?
Questo, ed editori come Delos Digital che selezionano e creano spazi, ha permesso a tanti ottimi autori di crescere. Credo sia un ottimo momento, da questo punto di vista; meno, naturalmente, dal punto di vista delle vendite. La fantascienza non è un genere di moda in questi anni, se non in ambito young adult. C’è anche qualche timido sbocco all’estero, eventi isolati ma incoraggianti. Abbiamo tanti autori giovani, sta crescendo una generazione che produrrà cose bellissime.
Hanno qualcosa di diverso rispetto agli autori del passato?
Una cosa che trovo particolarmente interessante è che ci sono sempre più autrici, e di ottimo livello; apparentemente le donne preferiscono scrivere fantasy, ma negli ultimi anni abbiamo tante autrici anche da questo riva del grande fiume del fantastico.
Quali sono i sottogeneri più promettenti?
Non saprei identificare tematiche che abbiano più successo di altre. Forse si può intravedere un po’ di tendenza verso i futuri distopici, verso il pessimismo in generale, ma credo che sia una tendenza che coinvolga un po’ tutto il genere umano, no?
Sì, ma io penso che senza un po’ di ottimismo non si vada da nessuna parte. E ti ricordo quello che hai appena detto: sta crescendo una generazione che produrrà cose bellissime. Dunque, almeno per quanto riguarda il futuro della fantascienza italiana, abbiamo qualche speranza.  



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