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CLASSICI

Alessio Parretti

Carneficina pop: "American Psycho" di Bret Easton Ellis.

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Come una cena indigesta genera brutti sogni, per lo stesso principio American Psycho appare stilisticamente come il risultato di un'abbuffata a base di cultura pop. Sembra che Easton Ellis abbia ingurgitato decine di sit-com e magazine, video clip e talk show, metabolizzandone il linguaggio e reinvestendolo in quella che, forse, è la più feroce satira esistente di un certo spicchio di mondo. Parliamo del mondo del vero lusso, dei giovani rampanti nella New York degli anni ottanta.

Easton Ellis sceglie di raccontarcelo attraverso la prima persona, e impariamo subito che il suo protagonista, Patrick Bateman, è dotato di invidiabile gusto estetico e di uno sguardo ultracritico.

Superbo conoscitore di abiti e tendenze, Bateman è schiavo di tutto ciò che fa moda ed è capace d'intrattenerci per pagine sull'abbigliamento di conoscenti e colleghi. Montagne di dettagli sopra dettagli, alcuni molto gustosi e competenti, ed è questo il primo vero sintomo di bravura dell'autore, perché qui, attraverso l'ossessione compulsiva per il particolare, comincia la discesa nella mente malata di Patrick Bateman. Sin dalle prime pagine del libro conosceremo personaggi descritti solo tramite marche, tessuti e gadgets indossati, e sia che il lettore si stia affezionando alla minuzie descrittiva di questo cinico yuppie ultra modaiolo, sia che si interroghi sull'economia narrativa di una simile scelta stilistica, comunque si troverà già nella trappola di Ellis. In American Psycho New York è un'allucinazione patinata dove è soltanto l'apparenza a contare qualcosa e in cui le relazioni umane hanno lo spessore di una carta da visita. Discoteche e ristoranti esclusivi e costosissimi, feste con vip e abiti Armani e Versace, distese di cocaina e la figura di Donald Trump come chimera e oracolo. Patrick Bateman è il paradigma di questo stile di vita, e la sua follia compressa esplode in omicidi brutali e gratuiti, descritti con la stessa precisione di cui sopra, stavolta asservita non alle griffe ma al dolore, ed è allora che si compie il paradosso, perché è soltanto nell'omicidio e nella tortura che succede qualcosa di definibile "vero". La lama (o il martello, il trapano, la mazza da baseball) squarcia la materia letteraria e ci mostra scenari da girone dantesco, eppure in qualche modo più umani di quanto mostrato prima. Si, perché tutto il resto è finzione, una vetrina apparentemente priva di vita dove è soltanto Bateman - ascia alla mano - a mostrarci che la vita in realtà c'era, solo che non si vedeva.

Viene facile capire da dove siano provenute le critiche a questo libro. Femministe organizzate e moralisti vari hanno gridato allo scandalo perché Bateman compie atrocità su donne uomini animali e bambini con pari gusto, e questo è immorale e offensivo, dicono, come se fosse possibile descrivere un serial killer altrimenti. Certo Patrick Bateman è uno dei più feroci figli di puttana descritti in un libro, ma nonostante le scene di violenza siano davvero eccessive e disturbanti, alla fine rischierete di pensare a lui, quando alla vostra prossima apericena un tizio che conoscete a malapena vi saluterà come foste suo fratello, salvo sbagliare il vostro nome.

Il punto è che American Psycho colpisce alla giugulare i forzati del divertimento, gli avvilenti schiavi dell'apparire. Easton Ellis è il vero killer. Ha indossato uno smoking di lana a un petto dal collo sciallato, una camicia di cotone con un farfallino Pierre Cardin e ha imparato il linguaggio pop per avvicinarli e lasciarli fidare di sé. Leggete, dice loro, quello che racconto è il mondo che vi appartiene, quello che piace a voi.

Ed è allora che ne fa scempio, ascia alla mano.





L'edizione da noi considerata è



Bret Easton Ellis

American Psycho

Einaudi 2001





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