CLASSICI
Alfredo Ronci
Che sorpresa, davvero: “Il selvaggio di Santa Venere” di Saverio Strati.

A volte capita, soprattutto tenendo in considerazione questa rubrica, che si fanno delle scelte, ovviamente per gusti personali, ma anche e soprattutto per una sorta di diceria intellettuale, che ti fanno optare per un prodotto invece che un altro. E poi ci sono delle scelte che dipendono esclusivamente dalla portata del critico che le fa.
Il selvaggio di Santa Venere è stato scelto solo e unicamente (e vedremo perché, non c’entra nulla l’importanza dello scrittore coinvolto né tanto meno l’opera) per una complessa e nello stesso tempo affascinante valutazione di un intellettuale che ormai non c’è più: Walter Pedullà.
Critico di lungo corso (diciamo così), per molti anni, insieme soprattutto ad un altro critico di belle speranze (Nino Borsellino) ha costituito una sora di barriera di sfondamento della critica nostrana. E proprio lui, nella quotazione che dà al libro di Strati, mi ha fatto propendere per una scelta invece che un’altra. E la mia scelta era Tibi e Tascia.
Tibi e Tascia è considerato da tutti il capolavoro di Strati, e leggendo alcune cose di Pedullà, siamo arrivati alla conclusione che anche per il critico in questione la cosa è fuori discussione: … Saverio, quasi vent’anni dopo Tibi e Tascia, che è un miracolo, scrisse questo laicissimo Selvaggio di Santa Venere, che ha un diavolo per capello o virgola.
Chi, tra i lettori più attenti, non avrebbe sacrificato un po’ del proprio tempo per leggere un romanzo che ha un diavolo per capello o virgola?
E infatti noi (del Paradiso), tralasciando per un attimo Tibi e Tascia, ci siamo lasciati suggestionare dalle lodi del Pedullà (dimentichiamo inoltre quando accenna al fatto che anche Il Maestro, Giacomo Debenedetti s’inchina alla bontà del prodotto… questo qui che basta da solo a dargli un posto apicale alla narrativa del secondo Novecento) e abbiamo affrontato, anche con curiosità, la lettura del romanzo.
E di cosa parla? In parole povere (molto povere) è la storia della Calabria vista con gli occhi di tre personaggi che sono uniti tra loro: il nonno Mico, il padre Leo, e il giovane figliolo Dominic Arcadi. Talmente uniti che la storia è raccontata, a fasi alterne, dai tre uomini, anche se bisogna dire che le attenzioni migliori e i racconti migliori sono quelli del personaggio centrale: Leo.
In più un’altra cosa, niente affatto scontata: il linguaggio. Dice Pedullà: L’italiano di Strati, oltre ad essere scabroso, elettrizzato, policromo dove lo pretende la condizione selvaggia che solo per cominciare è calabrese, è flessibile come giunco, inebriante come un Brunello e vibrante come un serpente in amore.
Come si diceva in precedenza, Leo è il personaggio principale: è l’unico che vorrebbe allontanarsi dal padre Mico, sorta di istituzione contadina, per tentare altre strade (ma c’è la guerra di mezzo e lui racconterà anche le tragedie personali ed altrui con grazia e dolore), ma alla fine dovrà arrendersi, tanto che ad un certo punto finirà anche nelle mani della ‘ndrangheta.
E’ un dovere andare ad ammazzare gente nella sua casa? Ci disse, questo sacerdote, che la nostra partenza era per le undici di notte. Il mare cominciò ad essere turbato.
In questo romanzo c’è praticamente tutto, disegnato con l’aiuto dei tre uomini: è una sorta di inesauribile narrazione divisa all’interno in tre parti sulla base dei punti di vista dei tre personaggi. Ma, ripetiamo, le cose migliori vengono da Leo, anche se non è stata una scelta di Strati a farlo ‘uscire’ rispetto agli altri due: Ma perché noi della campagna veniamo così maltrattati, perché siamo così disprezzati, così messi da parte? Eppure siamo noi che produciamo il grano per il pane e i pomodori e i legumi e la frutta e latte e vino e le bestie da macello. Senza di noi sti mangioni della città di cosa vivrebbero? … Peccato però che non ho inteso studiare! Ora lo farei. Quanto mi pento di non averlo fatto! Aveva ragione mio padre, quando mi rimproverava: t’è piaciuto trascorrere il tempo a menefotto.
Una lettura, questa, assolutamente da fare.
L’edizione da noi considerata è:
Saverio Strati
Il Selvaggio di Santa Venere
Rubettino
Il selvaggio di Santa Venere è stato scelto solo e unicamente (e vedremo perché, non c’entra nulla l’importanza dello scrittore coinvolto né tanto meno l’opera) per una complessa e nello stesso tempo affascinante valutazione di un intellettuale che ormai non c’è più: Walter Pedullà.
Critico di lungo corso (diciamo così), per molti anni, insieme soprattutto ad un altro critico di belle speranze (Nino Borsellino) ha costituito una sora di barriera di sfondamento della critica nostrana. E proprio lui, nella quotazione che dà al libro di Strati, mi ha fatto propendere per una scelta invece che un’altra. E la mia scelta era Tibi e Tascia.
Tibi e Tascia è considerato da tutti il capolavoro di Strati, e leggendo alcune cose di Pedullà, siamo arrivati alla conclusione che anche per il critico in questione la cosa è fuori discussione: … Saverio, quasi vent’anni dopo Tibi e Tascia, che è un miracolo, scrisse questo laicissimo Selvaggio di Santa Venere, che ha un diavolo per capello o virgola.
Chi, tra i lettori più attenti, non avrebbe sacrificato un po’ del proprio tempo per leggere un romanzo che ha un diavolo per capello o virgola?
E infatti noi (del Paradiso), tralasciando per un attimo Tibi e Tascia, ci siamo lasciati suggestionare dalle lodi del Pedullà (dimentichiamo inoltre quando accenna al fatto che anche Il Maestro, Giacomo Debenedetti s’inchina alla bontà del prodotto… questo qui che basta da solo a dargli un posto apicale alla narrativa del secondo Novecento) e abbiamo affrontato, anche con curiosità, la lettura del romanzo.
E di cosa parla? In parole povere (molto povere) è la storia della Calabria vista con gli occhi di tre personaggi che sono uniti tra loro: il nonno Mico, il padre Leo, e il giovane figliolo Dominic Arcadi. Talmente uniti che la storia è raccontata, a fasi alterne, dai tre uomini, anche se bisogna dire che le attenzioni migliori e i racconti migliori sono quelli del personaggio centrale: Leo.
In più un’altra cosa, niente affatto scontata: il linguaggio. Dice Pedullà: L’italiano di Strati, oltre ad essere scabroso, elettrizzato, policromo dove lo pretende la condizione selvaggia che solo per cominciare è calabrese, è flessibile come giunco, inebriante come un Brunello e vibrante come un serpente in amore.
Come si diceva in precedenza, Leo è il personaggio principale: è l’unico che vorrebbe allontanarsi dal padre Mico, sorta di istituzione contadina, per tentare altre strade (ma c’è la guerra di mezzo e lui racconterà anche le tragedie personali ed altrui con grazia e dolore), ma alla fine dovrà arrendersi, tanto che ad un certo punto finirà anche nelle mani della ‘ndrangheta.
E’ un dovere andare ad ammazzare gente nella sua casa? Ci disse, questo sacerdote, che la nostra partenza era per le undici di notte. Il mare cominciò ad essere turbato.
In questo romanzo c’è praticamente tutto, disegnato con l’aiuto dei tre uomini: è una sorta di inesauribile narrazione divisa all’interno in tre parti sulla base dei punti di vista dei tre personaggi. Ma, ripetiamo, le cose migliori vengono da Leo, anche se non è stata una scelta di Strati a farlo ‘uscire’ rispetto agli altri due: Ma perché noi della campagna veniamo così maltrattati, perché siamo così disprezzati, così messi da parte? Eppure siamo noi che produciamo il grano per il pane e i pomodori e i legumi e la frutta e latte e vino e le bestie da macello. Senza di noi sti mangioni della città di cosa vivrebbero? … Peccato però che non ho inteso studiare! Ora lo farei. Quanto mi pento di non averlo fatto! Aveva ragione mio padre, quando mi rimproverava: t’è piaciuto trascorrere il tempo a menefotto.
Una lettura, questa, assolutamente da fare.
L’edizione da noi considerata è:
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