RECENSIONI
Emilio Barbarani
Chi ha ucciso Lumi Videla? Il golpe Pinochet, la diplomazia italiana e i retroscena di un delitto.
Mursia, Pag. 312 Euro 19,00
Nel libro di Emilio Barbarani Chi ha ucciso Lumi Videla? (Mursia), sebbene si parli della stessa mattanza sudamericana anni Settanta che tanto eccitò l'anima nera nascosta negli interstizi del nostro paese poi in certi casi finita alla luce del sole malato dell'ultimo ventennio, non è questione del generale argentino ma di Lumi Videla, militante cilena del Mir, movimento rivoluzionario a sinistra di Allende, violentata, torturata e infine uccisa dalla polizia segreta del suo osceno regime, per poi essere gettata nel giardino dell'ambasciata italiana di Santiago. Bella storia eh?
La racconta un ex diplomatico, Barbarani, inviato nell'ambasciata che ospitò qualche centinaio di rifugiati, scampati alla turpitudine del regime ma poi, secondo dettame di una propaganda montata ad arte, furono accusati dagli stessi aguzzini di Pinochet di essere i responsabili della morte della donna (naturalmente durante una festa di quelle molto, troppo libere). Ricorda Giorgio Galli nella prefazione che il potere italiano di quegli anni, quello della Democrazia Cristiana, al solito cercava di dare un colpo di qua e uno di là. Non poteva appoggiare la dittatura cilena, né farsi schiacciare su un'improponibile "vicinanza" con il Msi (erano gli anni del referendum sul divorzio, e i due peggiori partiti del cosiddetto arco costituzionale furono i soli a tentare di abolirlo). Ma i vari Andreotti, Moro, Rumor (il primo presidente del consiglio, il secondo responsabile agli Esteri nel periodo in cui si svolge la vicenda che vide Barbarani impegnato a Santiago, 1974) non potevano nemmeno inimicarsi gli americani che avevano favorito se non provocato il colpo di stato che aveva fatto fuori Allende. La solita Dc, appunto. Che non riconobbe il regime militare ma restava prudente.
Quando Lumi Videla fu uccisa dagli uomini della DINA (come accertato da una sentenza del Tribunale dello stesso paese del 2008) Barbarani fu inviato a sostenere il lavoro dell'ambasciatore Tomaso de Vergottini. Capì come il delitto voleva servire al servizio segreto cileno per infangare il nome dell'ambasciata, per farla passare per un covo di comunisti - che c'erano in effetti, ma non erano i diplomatici italiani... I quali si presero in carico il tentativo di mettere in salvo gli oppositori del regime, sottrarli al carcere, alle torture, alla repressione insomma. Senza grossi aiuti dall'Italia. Barbarani racconta come il pericolo che i militari cileni entrassero con le armi nell'ambasciata lo costrinse a vivere lì per un anno e mezzo. In una situazione difficile, tra infiltrati, militanti (che al solito litigano fra loro), delinquenti comuni, sparatorie e trattative condotte con i militari cileni. L'autore ricostruisce la storia attraverso dialoghi (non sempre memorabili), scene veloci e una certa disposizione narrativa che occhieggia alla spy-story con l'evidente intento di catturare un pubblico di lettori più ampio, dilatando il racconto attraverso divagazioni filosofico-religiose poco stringenti, romanzando insomma e con ciò perdendo di mira a tratti l'essenzialità della storia. Bastevole a se stessa.
di Michele Lupo
La racconta un ex diplomatico, Barbarani, inviato nell'ambasciata che ospitò qualche centinaio di rifugiati, scampati alla turpitudine del regime ma poi, secondo dettame di una propaganda montata ad arte, furono accusati dagli stessi aguzzini di Pinochet di essere i responsabili della morte della donna (naturalmente durante una festa di quelle molto, troppo libere). Ricorda Giorgio Galli nella prefazione che il potere italiano di quegli anni, quello della Democrazia Cristiana, al solito cercava di dare un colpo di qua e uno di là. Non poteva appoggiare la dittatura cilena, né farsi schiacciare su un'improponibile "vicinanza" con il Msi (erano gli anni del referendum sul divorzio, e i due peggiori partiti del cosiddetto arco costituzionale furono i soli a tentare di abolirlo). Ma i vari Andreotti, Moro, Rumor (il primo presidente del consiglio, il secondo responsabile agli Esteri nel periodo in cui si svolge la vicenda che vide Barbarani impegnato a Santiago, 1974) non potevano nemmeno inimicarsi gli americani che avevano favorito se non provocato il colpo di stato che aveva fatto fuori Allende. La solita Dc, appunto. Che non riconobbe il regime militare ma restava prudente.
Quando Lumi Videla fu uccisa dagli uomini della DINA (come accertato da una sentenza del Tribunale dello stesso paese del 2008) Barbarani fu inviato a sostenere il lavoro dell'ambasciatore Tomaso de Vergottini. Capì come il delitto voleva servire al servizio segreto cileno per infangare il nome dell'ambasciata, per farla passare per un covo di comunisti - che c'erano in effetti, ma non erano i diplomatici italiani... I quali si presero in carico il tentativo di mettere in salvo gli oppositori del regime, sottrarli al carcere, alle torture, alla repressione insomma. Senza grossi aiuti dall'Italia. Barbarani racconta come il pericolo che i militari cileni entrassero con le armi nell'ambasciata lo costrinse a vivere lì per un anno e mezzo. In una situazione difficile, tra infiltrati, militanti (che al solito litigano fra loro), delinquenti comuni, sparatorie e trattative condotte con i militari cileni. L'autore ricostruisce la storia attraverso dialoghi (non sempre memorabili), scene veloci e una certa disposizione narrativa che occhieggia alla spy-story con l'evidente intento di catturare un pubblico di lettori più ampio, dilatando il racconto attraverso divagazioni filosofico-religiose poco stringenti, romanzando insomma e con ciò perdendo di mira a tratti l'essenzialità della storia. Bastevole a se stessa.
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