CLASSICI
Massimo Grisafi
Come un romanzo di formazione: L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

All’inizio ho trovato questo libro un po’ pedante e noiosetto. Incolore, proprio come il titolo. La storia sembrava non decollare mai, non c’era nulla di interessante che accadesse. Poi però ho pensato che l’intento dell’autore fosse proprio quello, di farci immergere, cioè, in un racconto all’apparenza banale e insignificante. Murakami aveva costruito di proposito un testo che rendesse appieno l’apparente inadeguatezza del protagonista. E qui sta il meraviglioso lavoro di un autore, il suo equilibrio: creare ogni volta il giusto stile e la giusta atmosfera per descrivere una storia diversa dalle altre. Il libro inizia come un romanzo di formazione, con cinque amici adolescenti che formano un cerchio perfetto e che si preparano all’età adulta: di loro, quattro, due maschi e due femmine, hanno dei nomi colorati; nel senso che all’interno dei loro nomi compare un colore. Il rosso, il blu, il bianco e il nero. Solo Tazaki possiede un nome privo di colore e, questo particolare, lo condiziona da sempre e glielo fa ritenere un difetto incolmabile. Effettivamente, dei cinque, è proprio lui quello che meno spicca per doti e brillantezza: una ragazza suona meravigliosamente bene, l’altra è energica e volitiva; dei ragazzi, uno è un campione di rugby e l’altro è il classico giovane destinato a un grande futuro. Tazaki, invece, ama i treni e le stazioni ferroviarie, è il più introverso dei cinque e quello che, all’apparenza, viene trascinato dal gruppo. Poi, il passaggio all’età adulta divide il cerchio, Tazaki cambia città e studia ingegneria; i rapporti con i vecchi amici si affievoliscono e, infine, quando lui li cerca si fanno negare. Uno di loro, al telefono, gli dirà di non cercarli più, che lui sa il perché. Tazaki, sconvolto da questo allontanamento di cui invece ignora il motivo, passerà i successivi sedici anni nel rimpianto di aver perso quella che per lui era una questione vitale, l’amicizia solida e sicura del gruppo. Sedici anni senza scosse o storie importanti, solo studio, lavoro e stupida routine. Sarà l’amore di una donna che lo spingerà a muoversi per capire finalmente il motivo di quell’assurdo allontanamento. “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” è un romanzo fortemente riflessivo, il primo di Murakami Haruki, dopo tanto tempo, senza magia e scene spettacolari, dove tutto scorre lento e senza apparenti imprevisti. C’è sempre tanta musica in queste pagine (non dimentichiamoci le origini dell’autore, la sua passione per il jazz), poco cibo stavolta, e, come dicevo, niente magie. Giusto qualche sogno inquietante. Sarà che non siamo più abituati a letture che non abbiano colpi di scena, frizzi e lazzi e finali mozzafiato, ma alla fine forse, di tutti i libri di Murakami, questo sarà quello che mi rimarrà più a lungo impresso nella mente. Ultima cosa, il finale. Rimane aperto, ci lascia col dubbio. E si sa, i finali aperti non si chiudono mai come vorremmo noi…
L'edizione da noi considerata è:
Haruki Murakami
L'incolore...
Einaudi
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