ATTUALITA'
Stefano Torossi
Un autore non completamente apprezzato: Kurt Weill – 1900-1950

Da qualsiasi enciclopedia della musica: “Swing, termine americano = ondeggiare, altalenare. Lo swing è il gioco delle accentuazioni, degli anticipi e dei ritardi, che non può in nessun modo essere messo su carta, ma solo suonato e, se poi se ne ha la sensibilità, sentito con le orecchie e accompagnato con tutto il corpo”.
Ascoltare Ella Fizgerald, Sinatra o Armstrong (stupore! ne esiste perfino una versione swinghereccia interpretata da quel noioso cantastorie di Bob Dylan) che swingano, appunto, “Mack the Knife” e attribuire la composizione di questo titolo famosissimo a qualche musicista nero americano è un passo immediato, istintivo e, diremmo, giustificato.
Sbagliato! L’autore è un signore bianco, bianchissimo, nato più di cent’anni fa in Germania. E infatti le prime interpretazioni delle sue canzoni da parte della di lui celebratissima musa e moglie Lotte Lenya, unanimamente lodata da tutti i critici, di swing non ne hanno neanche una briciola. Pesantissime sono, con tutti gli accenti tedescamente appoggiati proprio dove cadrebbero comunque per inerzia, senza mai il sollievo di un anticipo o un ritardo. Ma è così che si cantava allora e non è colpa di nessuno, perché lo swing non era ancora stato scoperto.
Forse proprio nel fatto di sguazzare nel jazz sta la differenza fra un passo pesante e quadrato e un frullo leggiadro di talloni. Insomma, per citare Duke Ellington: “It don’t mean a thing if it ain’t got that swing” (traduzione nostra: “Non vuol dire proprio niente se lo swing risulta assente”)!
Torniamo in Germania. Kurt Weill è ebreo e questo, insieme al futuro indirizzo politico-ideologico del suo paese, influirà pesantissimamente sulla sua biografia.
È normalmente precoce, compone musica per la sinagoga e studia con buoni maestri, fra cui Busoni, della cui classe all’Accademia delle Arti di Berlino è l’allievo più brillante e innovativo; si sono conosciuti e il Maestro, tutt’altro che facile ad accettare studenti, lo ha ammesso fra i cinque privilegiati del suo corso, e poi sono rimasti amici. Debutta nel 1925 con un concerto per violino e l’opera “Der Protagonist”.
Siamo nel periodo della “Nuova Oggettività” e dei temi politici e sociali. L’antisemitismo è ancora solo un sospetto. Il momento è importante per lui: conosce e sposa Lotte Lenya e soprattutto inizia la breve, intensa collaborazione con Bertold Brecht, i cui saporiti frutti saranno “Mahagonny” e “L’Opera da Tre Soldi”.
Nel ’33, per salvare la pelle, scappa prima in Francia e da qui, dopo che a un concerto di sue musiche il pubblico grida “Viva Hitler” e “Abbasso il giudeo-tedesco”, in Inghilterra. Un periodaccio, reso meno duro dalla vicinanza di amici come Bruno Walter, Darius Milhaud e Arthur Honegger.
Finalmente nel ’35, sapendo che le SS gli hanno riservato un posto d’onore nella loro lista nera, e con la scusa di dover curare la messa in scena del suo “The Eternal Road”, saluta l’Europa e approda in USA dove rimarrà, riconosciuto cittadino nel ’43, fino al 3 aprile 1950, mezzo secolo, un mese e un giorno dalla propria nascita, quando muore a New York.
È un bel salto quello che fa nel frivolo mondo non politicizzato dello showbusiness americano, arrivando da quello della musica impegnata in Germania dove, soprattutto grazie alla collaborazione con Bertold Brecht, Weill è arrivato al top della popolarità e della stima, ma si è anche guadagnato, lui ebreo e per di più associato al marxista Brecht, la pericolosa attenzione del nascente tritacarne nazista. Che lo boicotta in tutti i modi.
L’ostilità alle sue composizioni aumenta ogni giorno. Se non possono prendersela con lui, lo fanno con i funzionari che hanno collaborato o solo permesso la messa in scena del suo lavoro. Brecker, direttore della prima di “Mahagonny” a Lipsia è talmente ossessionato da questo meccanismo che alla fine non ce la fa più, spara alla moglie e poi si suicida.
Sotto la troppa pressione del momento si sbriciola anche la collaborazione con Brecht, che degenera prima in insofferenza, poi in ostilità; lo stesso succede al matrimonio con Lotte che finisce in un divorzio (ma poi si rimettono insieme).
Adesso che è libero dalla pesantezza della vecchia Europa che è stato costretto ad abbandonare (persecuzioni politiche, blocchi ideologici, condizionamenti culturali) si tuffa nel magico mondo di Broadway e di Hollywood: spettacoli teatrali, colonne sonore per il cinema, e comincia ad arrivargli in tasca anche qualche dollaro in più, il che non guasta.
Primo grande successo nel 1938 con il musical “Knickerbocker Holiday” che lancia la canzone “September song” uno dei suoi capolavori. Malgrado obbligatoriamente scritta in un registro limitato e senza troppe difficoltà, per essere interpretata da un attore pochissimo dotato per il canto, appare subito (e rimarrà) un capolavoro di delicatezza e sentimento.
Weill è uno dei pochi profughi ebrei di livello che appena può abbandona tutto quello che gli ricorda la vecchia patria: la lingua, le abitudini, la cucina; non farà mai parte di quei gruppi di nostalgici da “bei tempi andati quando eravamo giovani e a casa” e in più, proprio per mantenere il punto, rifiuterà qualsiasi ripresa dei suoi successi europei. In compenso collabora attivamente allo sforzo bellico americano con i suoi “Lunchtime follies”, spettacoli musicali per gli operai delle fabbriche militari.
Ma, chissà perché, in America non risalirà più al livello di fama e rispetto raggiunto in Germania tanti anni prima, e rimarrà sempre un po’ ai margini del riconoscimento ufficiale. Fino alla fine gli chiudono in faccia le porte dell’Accademia Americane delle Arti e delle Lettere. Come mai? Forse le sue musiche non sono abbastanza intellettuali?
Anche la importante collaborazione Weill-Brecht è spesso giudicata in modo sbagliato dando più peso al nome di Brecht e lasciando quello di Weill un po’ in ombra, come se quest’ultimo fosse la spalla dell’altro, mentre in realtà è il protagonista.
Perché alla fine, comunque, il pubblico e gli artisti continuano e continueranno a cantare allegramente gli irresistibili temi di Weill e a ignorare spensieratamente i testi impegnati di Brecht.
Così va il mondo.
Ascoltare Ella Fizgerald, Sinatra o Armstrong (stupore! ne esiste perfino una versione swinghereccia interpretata da quel noioso cantastorie di Bob Dylan) che swingano, appunto, “Mack the Knife” e attribuire la composizione di questo titolo famosissimo a qualche musicista nero americano è un passo immediato, istintivo e, diremmo, giustificato.
Sbagliato! L’autore è un signore bianco, bianchissimo, nato più di cent’anni fa in Germania. E infatti le prime interpretazioni delle sue canzoni da parte della di lui celebratissima musa e moglie Lotte Lenya, unanimamente lodata da tutti i critici, di swing non ne hanno neanche una briciola. Pesantissime sono, con tutti gli accenti tedescamente appoggiati proprio dove cadrebbero comunque per inerzia, senza mai il sollievo di un anticipo o un ritardo. Ma è così che si cantava allora e non è colpa di nessuno, perché lo swing non era ancora stato scoperto.
Forse proprio nel fatto di sguazzare nel jazz sta la differenza fra un passo pesante e quadrato e un frullo leggiadro di talloni. Insomma, per citare Duke Ellington: “It don’t mean a thing if it ain’t got that swing” (traduzione nostra: “Non vuol dire proprio niente se lo swing risulta assente”)!
Torniamo in Germania. Kurt Weill è ebreo e questo, insieme al futuro indirizzo politico-ideologico del suo paese, influirà pesantissimamente sulla sua biografia.
È normalmente precoce, compone musica per la sinagoga e studia con buoni maestri, fra cui Busoni, della cui classe all’Accademia delle Arti di Berlino è l’allievo più brillante e innovativo; si sono conosciuti e il Maestro, tutt’altro che facile ad accettare studenti, lo ha ammesso fra i cinque privilegiati del suo corso, e poi sono rimasti amici. Debutta nel 1925 con un concerto per violino e l’opera “Der Protagonist”.
Siamo nel periodo della “Nuova Oggettività” e dei temi politici e sociali. L’antisemitismo è ancora solo un sospetto. Il momento è importante per lui: conosce e sposa Lotte Lenya e soprattutto inizia la breve, intensa collaborazione con Bertold Brecht, i cui saporiti frutti saranno “Mahagonny” e “L’Opera da Tre Soldi”.
Nel ’33, per salvare la pelle, scappa prima in Francia e da qui, dopo che a un concerto di sue musiche il pubblico grida “Viva Hitler” e “Abbasso il giudeo-tedesco”, in Inghilterra. Un periodaccio, reso meno duro dalla vicinanza di amici come Bruno Walter, Darius Milhaud e Arthur Honegger.
Finalmente nel ’35, sapendo che le SS gli hanno riservato un posto d’onore nella loro lista nera, e con la scusa di dover curare la messa in scena del suo “The Eternal Road”, saluta l’Europa e approda in USA dove rimarrà, riconosciuto cittadino nel ’43, fino al 3 aprile 1950, mezzo secolo, un mese e un giorno dalla propria nascita, quando muore a New York.
È un bel salto quello che fa nel frivolo mondo non politicizzato dello showbusiness americano, arrivando da quello della musica impegnata in Germania dove, soprattutto grazie alla collaborazione con Bertold Brecht, Weill è arrivato al top della popolarità e della stima, ma si è anche guadagnato, lui ebreo e per di più associato al marxista Brecht, la pericolosa attenzione del nascente tritacarne nazista. Che lo boicotta in tutti i modi.
L’ostilità alle sue composizioni aumenta ogni giorno. Se non possono prendersela con lui, lo fanno con i funzionari che hanno collaborato o solo permesso la messa in scena del suo lavoro. Brecker, direttore della prima di “Mahagonny” a Lipsia è talmente ossessionato da questo meccanismo che alla fine non ce la fa più, spara alla moglie e poi si suicida.
Sotto la troppa pressione del momento si sbriciola anche la collaborazione con Brecht, che degenera prima in insofferenza, poi in ostilità; lo stesso succede al matrimonio con Lotte che finisce in un divorzio (ma poi si rimettono insieme).
Adesso che è libero dalla pesantezza della vecchia Europa che è stato costretto ad abbandonare (persecuzioni politiche, blocchi ideologici, condizionamenti culturali) si tuffa nel magico mondo di Broadway e di Hollywood: spettacoli teatrali, colonne sonore per il cinema, e comincia ad arrivargli in tasca anche qualche dollaro in più, il che non guasta.
Primo grande successo nel 1938 con il musical “Knickerbocker Holiday” che lancia la canzone “September song” uno dei suoi capolavori. Malgrado obbligatoriamente scritta in un registro limitato e senza troppe difficoltà, per essere interpretata da un attore pochissimo dotato per il canto, appare subito (e rimarrà) un capolavoro di delicatezza e sentimento.
Weill è uno dei pochi profughi ebrei di livello che appena può abbandona tutto quello che gli ricorda la vecchia patria: la lingua, le abitudini, la cucina; non farà mai parte di quei gruppi di nostalgici da “bei tempi andati quando eravamo giovani e a casa” e in più, proprio per mantenere il punto, rifiuterà qualsiasi ripresa dei suoi successi europei. In compenso collabora attivamente allo sforzo bellico americano con i suoi “Lunchtime follies”, spettacoli musicali per gli operai delle fabbriche militari.
Ma, chissà perché, in America non risalirà più al livello di fama e rispetto raggiunto in Germania tanti anni prima, e rimarrà sempre un po’ ai margini del riconoscimento ufficiale. Fino alla fine gli chiudono in faccia le porte dell’Accademia Americane delle Arti e delle Lettere. Come mai? Forse le sue musiche non sono abbastanza intellettuali?
Anche la importante collaborazione Weill-Brecht è spesso giudicata in modo sbagliato dando più peso al nome di Brecht e lasciando quello di Weill un po’ in ombra, come se quest’ultimo fosse la spalla dell’altro, mentre in realtà è il protagonista.
Perché alla fine, comunque, il pubblico e gli artisti continuano e continueranno a cantare allegramente gli irresistibili temi di Weill e a ignorare spensieratamente i testi impegnati di Brecht.
Così va il mondo.
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