CLASSICI
Alfredo Ronci
Cosa c’è ancora da raccontare? “Le variazioni Reinach” di Filippo Tuena.

Mi chiedo ancora: sullo sterminio degli ebrei, cosa c’è ancora da raccontare? (Dico raccontare e non ricordare). La tragedia più grande del novecento ci appartiene quasi fisicamente che il raccontarla, soprattutto nei giorni nostri, può solo diminuire il senso di appartenenza ad una realtà storica. Ma ricordare, credo, è già stato fatto, soprattutto da quelli che parteciparono all’evento. E solo loro hanno il diritto di ricordare l’infamia del delitto e l’esproprio delle libertà.
Il libro in questione è del 2005, pubblicato da Rizzoli (sarà ripreso da Nutrimenti negli anni successivi). Cosa dunque l’autore, Filippo Tuena, ci suggerisce perché poi noi lettori, certi e convinti delle sue ricerche, ci accingiamo a leggere la sua investigazione, perché di questo si tratta?
Dice quasi all’inizio del romanzo: Lo sa che ogni romanzo è una meditazione malinconica, ricorda quello che ha scritto un filosofo ungherese, il contenuto del romanzo è la storia dell’anima che avanza sulla via della conoscenza di sé, che cerca l’avventura per sperimentare in essa e invenire, dopo esservisi verificata, la propria essenza.
Allora facciamo come Tuena, affrontiamo il romanzo come una meditazione malinconica: è la storia di Leon Reinach, compositore per diletto, sua moglie Beatrice de Camondo, ereditiera con la passione per i cavalli, e i loro due figli Fanny e Bertrand, discendenti di stimate famiglie di banchieri, collezionisti ed intellettuali, che dovranno affrontare due guerre, l’occupazione nazista, la catastrofe degli espropri, delle razzie e dei rastrellamenti e infine della deportazione. Leon, la moglie e i due figli precipiteranno in pochi mesi dall’Olimpo dei privilegiati all’inferno dei reietti e infine dell’oblio. Moriranno tutti e quattro e di loro si perderà ogni traccia.
Cosa dunque ci vuol raccontare questo romanzo? Cominciamo dal titolo: Le variazioni Reinach. E’ evidente (ma lo sappiamo solo leggendo il testo) che si è usato il termine variazioni in senso ‘musicale’, intendendo la riproposizione di un’idea o di un tema di partenza che viene modificato nei suoi elementi costitutivi e in riferimento al personaggio principale del romanzo, Leon Reinach, che pur non essendo un musicista a tutti gli effetti, compose una sonata in re minore per violino e piano e che solo la biblioteca di Harvard ne conserva traccia.
Dunque abbiamo queste variazioni (non solo musicali), che in realtà costituiscono il tutto della storia (ogni capitolo inizia appunto con la parola variazioni) che ci introducono in realtà al vero senso di tutta la vicenda: cosa le esistenze dei Reinach ci hanno insegnato?
Potremmo iniziare a raccontare di Beatrice de Camondo, la moglie di Leon, che pur di evitare l’inferno della deportazione, preferì cambiare religione, decidendo di farsi battezzare. O la figlia Beatrice, personaggio attivo e meditativo che nonostante il suo impegno, dopo vari mesi di permanenza ad Auschwitz, finirà in un forno crematorio, o il figlio Bertrand che, nonostante le indagini sulla sua morte, in vari documenti risulterà vivo per poi morire in circostanze poco chiare e mai del tutto verificate.
E Leon? Più oltre, nel foglio, si afferma che Leon era circonciso e privo di religione; termini forse stridenti eppure culturalmente compatibili secondo il pensiero di Théodore Reinach, ma non secondo l’ufficiale nazista.
In un famoso saggio di Primo Levi, L’intellettuale ad Auschwitz, l’autore si chiedeva cosa distinguesse, al centro dell’inferno, il così detto intellettuale dal semplice uomo di strada. Scriveva: Logica e morale impedivano di accettare una realtà illogica ed immorale: ne risultava un rifiuto della realtà che di regola conduceva rapidamente l’uomo colto alla disperazione; ma le varietà dell’animale-uomo son innumerevoli, ed ho visto e descritto uomini dalla cultura raffinata, specie se giovani, farne getto, semplificarsi, imbarbarirsi e sopravvivere.
L’uomo semplice, abituato a non porsi domande, era al riparo dall’inutile tormento del chiedersi perché; inoltre, spesso, possedeva un mestiere o una manualità che facilitavano il suo inserimento.
Leon era dunque un intellettuale che finì con l’imbarbarirsi e dunque soccombere. Forse, ai giorni nostri, la differenza tra intellettuale e uomo di strada fatta da Levi e un po’ troppo stringata, ma forse aveva ragione proprio Leon Reinach quando diceva: Bisogna provare tutto. Essere i primi e gli ultimi.
Nell’inferno, aggiungo io.
L’edizione da noi considerata è:
Filippo Tuena
Le variazioni Reinach
Rizzoli
Il libro in questione è del 2005, pubblicato da Rizzoli (sarà ripreso da Nutrimenti negli anni successivi). Cosa dunque l’autore, Filippo Tuena, ci suggerisce perché poi noi lettori, certi e convinti delle sue ricerche, ci accingiamo a leggere la sua investigazione, perché di questo si tratta?
Dice quasi all’inizio del romanzo: Lo sa che ogni romanzo è una meditazione malinconica, ricorda quello che ha scritto un filosofo ungherese, il contenuto del romanzo è la storia dell’anima che avanza sulla via della conoscenza di sé, che cerca l’avventura per sperimentare in essa e invenire, dopo esservisi verificata, la propria essenza.
Allora facciamo come Tuena, affrontiamo il romanzo come una meditazione malinconica: è la storia di Leon Reinach, compositore per diletto, sua moglie Beatrice de Camondo, ereditiera con la passione per i cavalli, e i loro due figli Fanny e Bertrand, discendenti di stimate famiglie di banchieri, collezionisti ed intellettuali, che dovranno affrontare due guerre, l’occupazione nazista, la catastrofe degli espropri, delle razzie e dei rastrellamenti e infine della deportazione. Leon, la moglie e i due figli precipiteranno in pochi mesi dall’Olimpo dei privilegiati all’inferno dei reietti e infine dell’oblio. Moriranno tutti e quattro e di loro si perderà ogni traccia.
Cosa dunque ci vuol raccontare questo romanzo? Cominciamo dal titolo: Le variazioni Reinach. E’ evidente (ma lo sappiamo solo leggendo il testo) che si è usato il termine variazioni in senso ‘musicale’, intendendo la riproposizione di un’idea o di un tema di partenza che viene modificato nei suoi elementi costitutivi e in riferimento al personaggio principale del romanzo, Leon Reinach, che pur non essendo un musicista a tutti gli effetti, compose una sonata in re minore per violino e piano e che solo la biblioteca di Harvard ne conserva traccia.
Dunque abbiamo queste variazioni (non solo musicali), che in realtà costituiscono il tutto della storia (ogni capitolo inizia appunto con la parola variazioni) che ci introducono in realtà al vero senso di tutta la vicenda: cosa le esistenze dei Reinach ci hanno insegnato?
Potremmo iniziare a raccontare di Beatrice de Camondo, la moglie di Leon, che pur di evitare l’inferno della deportazione, preferì cambiare religione, decidendo di farsi battezzare. O la figlia Beatrice, personaggio attivo e meditativo che nonostante il suo impegno, dopo vari mesi di permanenza ad Auschwitz, finirà in un forno crematorio, o il figlio Bertrand che, nonostante le indagini sulla sua morte, in vari documenti risulterà vivo per poi morire in circostanze poco chiare e mai del tutto verificate.
E Leon? Più oltre, nel foglio, si afferma che Leon era circonciso e privo di religione; termini forse stridenti eppure culturalmente compatibili secondo il pensiero di Théodore Reinach, ma non secondo l’ufficiale nazista.
In un famoso saggio di Primo Levi, L’intellettuale ad Auschwitz, l’autore si chiedeva cosa distinguesse, al centro dell’inferno, il così detto intellettuale dal semplice uomo di strada. Scriveva: Logica e morale impedivano di accettare una realtà illogica ed immorale: ne risultava un rifiuto della realtà che di regola conduceva rapidamente l’uomo colto alla disperazione; ma le varietà dell’animale-uomo son innumerevoli, ed ho visto e descritto uomini dalla cultura raffinata, specie se giovani, farne getto, semplificarsi, imbarbarirsi e sopravvivere.
L’uomo semplice, abituato a non porsi domande, era al riparo dall’inutile tormento del chiedersi perché; inoltre, spesso, possedeva un mestiere o una manualità che facilitavano il suo inserimento.
Leon era dunque un intellettuale che finì con l’imbarbarirsi e dunque soccombere. Forse, ai giorni nostri, la differenza tra intellettuale e uomo di strada fatta da Levi e un po’ troppo stringata, ma forse aveva ragione proprio Leon Reinach quando diceva: Bisogna provare tutto. Essere i primi e gli ultimi.
Nell’inferno, aggiungo io.
L’edizione da noi considerata è:
Filippo Tuena
Le variazioni Reinach
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