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Il Paradiso degli Orchi
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Stefano Torossi

Delusioni

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Intendiamoci, niente di drammatico. Anzi, invece che delusioni potrebbero chiamarsi conferme. Di nostri disagi interni che da qualche tempo se ne stavano tranquilli e forse ignorati in fondo allo stomaco per poi fare riflusso verso la consapevolezza stimolati da notizie, eventi, visite.

Numero uno: si tratta di un ritrovamento sensazionale, perché il fatto che dopo venti secoli e da sotto venti metri di lapilli sia uscita praticamente perfetta questa vignetta che ci racconta un momento di una realtà lontana dal nostro mondo, con i due gladiatori, uno ferito e l’altro trionfante, è davvero unico.
Ma nello stesso tempo è ridicolo che l’affresco scoperto in un sottoscala di Pompei sia descritto da critica e stampa come un’opera stupenda, capolavoro della pittura a fresco romana.
D’accordo, è una testimonianza che ha valore per la sua età e l’eccezionalità, ma certo, per farne un capolavoro ci sembra poco.

Numero due: Canova a Palazzo Braschi. Una mostra dettagliata e bene articolata nel racconto della vita e delle opere del maggiore scultore italiano fra sette e ottocento.
Un uomo che ha fatto molto per recuperare il patrimonio artistico scippato da Napoleone all’Italia e un artista la cui abilità nel trattare il marmo è fuori discussione.
Nonché (e questo è un nostro pettegolezzo) un gran marpione, come ci suggerisce il malizioso calco del seno di Paolina Bonaparte, conservato al Museo Napoleonico, da lui preso in anticipo sulla modella, con la scusa del ritratto da fare alla medesima adagiata sul sofà.
A proposito della mostra: bella; peccato che quasi tutte le statue esposte non siano marmi ma gessi. E, anche se la forma è quella che in seguito sarà trasferita nel materiale più nobile, perfetta nelle proporzioni e nel movimento, la sostanza è del tutto diversa.
Il marmo è una meraviglia: dura nel tempo, lo scavi da sotto secoli di terra ed è sempre vivo.
Il gesso fa pena; dopo dieci anni all’aria si riempie di polvere, la superficie diventa grigia, opaca, e alla fine muore.

Numero tre, un’altra mostra azzardata: Medardo Rosso a Palazzo Altemps; e l’azzardo sta proprio nell’indirizzo, che è quello del Museo Nazionale di Scultura Romana.
Testoline. Musetti di monelli che fanno tenerezza. Espressioni delicate da salotto fine Ottocento, plasmate in un materiale come la cera, così effimero che ti deperisce da un momento all’altro solo a guardarlo.
E queste soffici cere hanno pensato bene di mostrarcele sotto lo stesso tetto con frammenti tipo questo a destra, che basta metterlo lì, mutilato dal tempo e dalla barbarie del fanatismo, per farlo protagonista assoluto della nostra commossa attenzione.
Peccato, perché mica vogliamo dire che le testoline di Medardo sono brutte. Anzi. Solo che per via del confronto con i sassi antichi scadono da opere d’arte (perché comunque lo sono) a oggettistica da zitelle sentimentali.
Colpa di un equivoco, o forse della nostra serpentina disposizione d’animo, ma sempre e comunque un peccato.



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