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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Luigi Rocca

Disneyland

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Sembra che questa strada non debba finire mai, con la camionetta che sobbalza ad ogni buca. E le buche sono tante. Alberi da una parte, alberi dall’altra. I marinai dicono che in mezzo al mare a volte c’è da impazzire, ma anche qui non si scherza. Il tuo compare guida, stringendo fra i denti uno stecchino. Non ha detto molte parole da quando avete cominciato il viaggio e forse è meglio così. Da dietro invece si sentono venire urla ad ogni scossone, senza che si possa capire se si stiano divertendo o abbiano paura di essere sbalzati fuori.
“Vai piano che abbiamo un carico prezioso” dici. L’altro forse non sente, forse non gli interessa.
A un tratto senti battere due colpi sul vetro che divide la cabina di guida dal carico. Quando ti giri, c’è ancora appoggiato sul vetro il palmo della mano. Sollevi un braccio e apri lo sportellino. Compare il viso di un bambino con le guance sporche.
“Cosa c’è?”
“C’è uno che continua a piangere.” Si sposta per far vedere il colpevole, è uno dei più piccoli e sta accucciato con il viso tutto rosso rigato dalle lacrime.
“E cos’ha da frignare? Non gli piace il nostro viaggio?”
“Dice che gli scappa la cacca.”
Con un gesto secco richiudi lo sportello.
“Accosta.”
Il compare sposta per un istante gli occhi dalla strada per guardarti. “Ma che ti prende?” Forse è la frase più lunga da quando siete partiti.
“Sono bambini. Non voglio storie.”
Lo stecchino passa da una parte all’altra della bocca. Il camion rallenta, poi si ferma quasi controvoglia.
“Falli scendere tutti. Non faccio altre fermate.”
Fai sì con la testa. Apri il telone posteriore. “Scendete tutti e fate quello che dovete fare, perché poi non ci si ferma più sino a Disneyland.”
“Ma quanto manca ancora?” domanda uno dei più grandi mettendo il piede sul bordo per saltare giù.
“Non vi ho mai detto che sarebbe stato un viaggio breve.” Li guarda scendere uno per uno. I più piccoli hanno bisogno di aiuto. “I maschi di qua, le femmine dall’altra parte.”
“E questa come ti è venuta fuori?” domanda il compare sorridendo sotto lo stecchino.
“Mi piace fare le cose per bene.”
“Allora io controllo queste di qua.”
Intanto li hai contati tutti: sono quattordici, sette e sette. Un buon carico. Stringendoli potevi farne entrare qualcuno in più, ma non ne valeva la pena. Le cose per bene.
Il piccolo che ha causato la fermata è corso dietro un albero, mentre i suoi compagni si mettono sul bordo della strada con le gambe un po’ allargate. Dall’altra parte le bambine si accucciano in mezzo ai cespugli.
“Che puzza!” dice uno. Gli altri ridono.
“Si è sporcato tutto!”
“Ora come facciamo a portarlo con noi? Non ci faranno entrare…”
“Tranquilli” dici. “A Disneyland vi daranno vestiti puliti.”
I bambini sgranano gli occhi. “Davvero?”
“Chi ha finito torni dentro che altrimenti non arriveremo mai più.” Il bambino esce da dietro l’albero. Sta a testa bassa, il suo viso è sempre paonazzo anche se ora non piange più. “Ma cos’hai combinato?”
“Ho fatto la sciolta” risponde piano.
L’odore arriva sino al tuo naso. “Togliti i pantaloni” gli dici. Lo guardi mentre ubbidisce lentamente. “Anche le mutande…”
“Ma io mi vergogno.”
“Hai poco da vergognarti… Guarda come ti sei conciato!” In silenzio il bambino si sfila anche le mutande. Li tiene sollevati con una mano sola, senza staccare gli occhi da terra. “Buttali lì dietro.” Il bambino ubbidisce e li lancia dietro l’albero. Poi si dirige verso il camion. Si ferma dietro il cassone e tu lo sollevi di peso, stando attento a non sporcarti. Qualche bambino dei più grandi ride e tu gli urli di smetterla.
“Io ho fame” dice uno.
“A Disneyland avrete tutto quello che volete. E gratis.”
Intanto sono tornate anche le bambine.
“Questa cercava di scappare” dice il compare, tirandone per un braccio una delle più grandi.
“Non stavo scappando” protesta lei. Si tira tutta indietro. Sembra una cavallina che non sia ancora stata sellata.
“E perché ti sei messa a correre?” Il compare le storce il braccio dietro la schiena. Lei fa una smorfia di dolore.
“Avete detto che chi voleva poteva tornare.”
“Non vuoi più venire a Disneyland con noi?” le domandi. Smette di dimenarsi. Dentro il cassone gli altri bambini hanno smesso di parlare e stanno cercando di capire cosa stia succedendo. Meglio tagliar corto. “Portala davanti con noi.” La fate salire nella cabina di guida, fra te e il compare. Il camion riparte.
Lei sta per un po’ in silenzio. “Non ci state portando a Disneyland” dice alla fine.
La guardi. È un po’ più grande degli altri, non tanto, ma quel che basta per capire meglio le cose. “Perché dici così?”
“Non ci state portando a Disneyland” ripete.
Lo stecchino si sposta ancora nella bocca del compare. Fa così quando si innervosisce. “Questa è pericolosa” dice.
La guardi di nuovo. La ragazzina ha le narici frementi per la rabbia. Tiene gli occhi stretti a fessura sulla strada.
“Ma che pericolosa… Questa vale più oro di quel che pesa.”
La mano destra del compare lascia il volante e si appoggia sul ginocchio della ragazzina.
“Certo” dice. “Perché è tutt’ossa.” Ride della propria battuta o comunque fa un verso che potrebbe essere una risata.
“Non bisogna giudicarli da fuori. Di questi bambini conta quel che hanno dentro, la parte nascosta. L’anima…” La guardi ancora. La immagini con i capelli puliti e un po’ di trucco intorno agli occhi. Più oro di quel che pesa. Sarebbe un peccato sprecarla… “Non è vero?” le domandi.
“Cosa?” risponde lei, scorbutica.
“Che quel che conta per noi è la vostra anima. Per questo vi portiamo a Disneyland…”
“Per l’anima si va in chiesa a pregare, non a divertirsi.”
Ti piace parlare con lei, tirare fuori i suoi pensieri. “L’uno e l’altro. Dio vuole che noi facciamo l’uno e l’altro.”
Intanto la camionetta continua a sobbalzare ad ogni buca, in quella strada infinita in mezzo a una foresta che sembra non finire mai. Da dietro arrivano le urla dei bambini. Chissà se il piccolo si sarà calmato. Magari una bambina è riuscita a farlo addormentare. L’importante è non doversi più fermare, non avere imprevisti. Arrivare a Disneyland…



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