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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Massimiliano Città

Dodici anni

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M’è parso di sentire che ormai sono trascorsi dodici anni. Non ne sarei così sicuro. D’altra parte dentro di me il tempo scorre in una maniera tale che è difficile potersi raccapezzare.
Da quel che sembra, fuori, fuori da qui, da me, sono passati tutti questi anni, davvero tanti.
In dodici anni mi si è aperto un mondo, nuovo, per la prima volta.
Dalle giornate in campagna, e i colori, e la voce di nonna che m’invita a rientrare in casa per il pranzo. E i rimbrotti di nonno, che non era cosa buona correre per l’aia, né saltellare lungo l’orto come fosse una pista ad ostacoli.
Lì nasceva la nostra sostanza.
Dal pezzo di terra lavorata, in un primitivo luogo di giochi solitari, quell’uomo forte nonostante avesse tant’anni addosso, avrebbe tirato via roba da spartire in tavola, ortaggi da rivendere giù al mercato. Ed io con lui ad urlare la bontà di quei prodotti nati nonostante le botte delle mie suole vecchie.
In dodici anni accade tanto, anche di perdere i propri genitori che nemmeno ricordi, né sai bene come. In dodici anni accade di non aver mai potuto dire mamma, o papà, com’è naturale per i tuoi compagni di scuola, e vedi nei volti invecchiati e avvizziti dalla fatica due genitori che sai bene non essere i tuoi.
In dodici anni finisci per andare a scuola tante di quelle volte che ti viene a noia.
Nei mattini di rugiada in cui le lacrime del cielo scivolano leggere sulle foglie dei campi e gli alberi nascondono il gelo della spianata, in quelle mattine, nell’arco di dodici anni mi sono ritrovato infinite volte a solcare i miei passi, chilometri a piedi. Andata e ritorno, fino a saper bene riconoscere le impronte dei passanti. Comprese le mie che mi divertivo a ingannare.
Dodici anni sono un tempo infinito, il tempo in cui ci si schiude al mondo, e il mondo stesso s’apre ai nostri occhi. Poi quel tempo infinito si riduce a non bastarti mai, per il lavoro, la famiglia, la voglia di fuggire via da se stessi e dagli occhi che quotidianamente incontri per la via.
Il tempo si riduce ad uno stanco trascinamento di rancori verso qualcosa che aneli.
Qui dentro, invece, tutto si acquieta.
E si spegne.
Per rancore che sia, o passione, rimorso, speranza.
Seppur io abbia perso la ragione qui dentro, come in fondo credo, so che non sarà riuscita ad andar lontano, ché non è possibile allontanarsi più di tanto da me. Nemmeno la ragione può farlo, dunque sarà nei paraggi, e distrattamente un bel mattino me la rivedrò davanti.
Dodici anni, un tempo infinito, o ridotto, apparente.
Un tempo in cui là fuori la gente sbaglia o s’impegna a farlo, e s’impegna in un futuro che sa bene non conoscere eppure spera possa essere così come gli passa nei sogni, o per la testa.
Tutto quello che conosco da dodici anni a questa parte passa per la mia mente, e ha la consistenza di un sogno.
Quando tesi le dita verso il prolungamento della nostra vita moderna non immaginavo che il mondo dovesse finirmi addosso, e violentemente come accade ad un Tir che tira dritto in curva e ti spiana la carena del bolide appena acquistato. Quando ricercai il suo messaggio finito sul tappetino della mia auto non pensavo potesse essere l’ultimo messaggio letto.
Non pensavo neppure, ché se l’avessi fatto, se avessi pensato, dico, non avrei lasciato il volante, non mi sarei piegato a raccogliere il mio smartphone.
Ci sono distrazioni lunghe una vita e vite che durano il tempo d’una distrazione.
Hanno spento la luce là fuori.
Da dodici anni.
E sono una camera oscura mentre oltre la porta la vita scorre, in migliaia di solitudini che s’intersecano generando relazioni.
Io me ne rimango qui, prigioniero dei miei pensieri, compresso in ciò che mi rimane.
Quando sei dentro alla vita non fai in tempo a domandarti cosa essa realmente sia. Non rimani a perderci tempo, a pensarci su.
Almeno così m’è accaduto.
Dopo aver accompagnato i miei nonni e le loro voci ormai sibilo di stanchezza ho cambiato aria.
E mi sono messo in cammino.
Ho fatto di tutto e molto di quel tutto ha fatto me, e quello che sono diventato. Ho condotto dentro di me la memoria dei passi bambini, di quel tempo in cui a dodici anni venivo consapevolmente al mondo seguendo le gambe piegate di nonno, di mercato in mercato.
E mi sono messo in cerca di quelle voci, e ne ho inseguito l’accento. Ho perfino provato a riprodurlo, cantando e suonando sui gradini delle metro di tutto il mondo, per qualche spicciolo e un sorriso. Non era il denaro che mi teneva in piedi ma la voglia di andare. Non c’è stata città in cui sia rimasto per più di due settimane. Ogni volta che avvertivo la sensazione di sentirmi familiarmente accolto prendevo le poche cose che altri chiamavano bagaglio e me ne andavo.
Sapevo di non poter mettere radici in nessun luogo che non fosse la campagna dei nonni, e forse il dolore del loro abbandono mi aveva reso immune ai legami.
Fino a quando ho incontrato lei che s’ostina ancora a restarsene qui, seduta, fuori da me. E lieve mi sostiene le dita immobili e dolce mi sfiora la pelle con le labbra. Certe volte avverto nitido il gelo di lacrime troppo in fretta cadute sul mio petto.
S’ostina ancora, dopo dodici anni a restarsene legata a me, e a quel che di me rimane.
Che vita è? Che esistenza conduciamo?
Potessi urlarlo lo farei, potessi scriverlo, anche a costo d’impiegare altri dodici anni lo scriverei. Direi che no, questa non è una vita, neppure in prigione per quel che ho sentito dire si va avanti così. C’è l’ora d’aria, la mensa, gli spazi ricreativi d’incontro. E c’è la parola scambiata anche per dire cazzate.
Qui niente e nessuno entra e può uscire, neppure il mio pensiero.
Là fuori in questo tempo infinito, simile a se stesso ogni giorno che nasce, la gente muore.
Potessi farlo io.



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