CINEMA E MUSICA
Alfredo Ronci
Elogio della purezza: a settant'anni Judy Collins incide 'Paradise'.

Scrive bene Riccardo Bertoncelli: Chi gode di un disco del genere sappia che è destinato all'isolamento sociale e agli scherni degli amici - un modo eccellente, direi, di essere diversi.
Sì, perché ascoltare Judy Collins, ormai settantenne, alle prese con un repertorio che non si distacca minimamente da quello che lei ha sempre cantato è un bel tuffo nostalgico nel folk westcoastiano del bel tempo che fu.
Lei, per i più distratti, per i figliocci dell'indie rock, per gli ignoranti che ignorano è la famosa 'Judy blues eyes'del brano d'apertura di un disco mitico: quel Crosby Stills & Nash del 1969 che anticipava poi la formazione del supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young e la realizzazione dello strafamoso Deja vu del quale si festeggia, quest'anno, il quarantennale.
Ed è anche una delle più famose folk singer della stagione delle illusioni, del flower-power e di tutto il corollario che quel periodo si porta dietro.
Voce fine come cristalleria di Boemia (col vibrato tanto di moda allora, che fece scuola e che anche Joan Baez e la prima Joni Mitchell adottarono).
Il disco ovviamente, come si diceva prima, non porta pene: nella sua prevedibilità – e ci mancherebbe altro – sta il suo valore e la sua essenza. Ma che gioia sentirla cantare, con la purezza dell'emissione intatta!
L'apertura è inconsueta: non mi sarei mai aspettato il rifacimento di 'Over the rainbow', un po' perché non se ne può più (come 'Imagine' no?) un po' perché il brano ormai appartiene a chi lo ha lanciato, Judy Garland, e a chi ne ha fatto un cavallo di battaglia per esprimere le proprie, isteriche, ossessioni gospel: Patty Labelle.
Ma quel che viene dopo restituisce l'armonia: 'Diamond and Rust', tratto dall'omonimo album che a metà settanta rilanciò la carriera un po' appannata di Joan Baez è pura beatitudine (e non è un caso che la stessa Baez controcanti con la Collins); di più il terzo brano, ancora una cover, e precisamente lo struggente canto d'amore e disperazione di Tim Buckley 'Once i was' che in questa occasione è una limpidissima ballata acustica con un trasporto emozionale da brividi.
Le altre sette canzoni potremmo dire che sono routine: ma dietro l'apparente, immobile, quadro di tradizioni consolidate scorgiamo la ritrovata coesione di un mondo che credevamo perduto. 'Ghost riders in the sky' presenta un coro di tutto rispetto in cui spiccano le presenze di Tom Paxton e Jimmy Webb. In 'Last thing on my mind (... non volevo essere scortese a sapere che era l'ultima cosa nella mia mente) Judy duetta col suo vecchio amore, Stephen Stills (ma chi l'ha detto che la sua voce ha perso lo smalto di una volta?), quello che appunto le dedicò 'Judy blues eyes'. In 'Kingdom come' la compositrice omaggia il corpo dei vigili del fuoco nella tragedia delle torri gemelle e tra l'altro è l'unica canzone di tutto il disco a portare la firma della Collins.
Non entrerei nel merito delle altre canzoni non perché non lo meritino, ma perché non spostano di un millimetro il senso del nostro discorso.
Diciamoci la verità: in un mondo che esalta una sciacquetta come Katy Perry Paradise è una sorta di incontro di pensionati in un giardino pubblico. Ma che giardino e quali florescenze!
Per ultimo. Si noti la copertina, è una foto della famosissima Annie Liebovitz: è perfetta, anche nel tentativo riuscito di nascondere gli anni della Collins. Ma ce n'era bisogno quando la voce è pura trasparenza?
Judy Collins
Paradise
Wildflower-Audioglobe 2010
Sì, perché ascoltare Judy Collins, ormai settantenne, alle prese con un repertorio che non si distacca minimamente da quello che lei ha sempre cantato è un bel tuffo nostalgico nel folk westcoastiano del bel tempo che fu.
Lei, per i più distratti, per i figliocci dell'indie rock, per gli ignoranti che ignorano è la famosa 'Judy blues eyes'del brano d'apertura di un disco mitico: quel Crosby Stills & Nash del 1969 che anticipava poi la formazione del supergruppo Crosby, Stills, Nash & Young e la realizzazione dello strafamoso Deja vu del quale si festeggia, quest'anno, il quarantennale.
Ed è anche una delle più famose folk singer della stagione delle illusioni, del flower-power e di tutto il corollario che quel periodo si porta dietro.
Voce fine come cristalleria di Boemia (col vibrato tanto di moda allora, che fece scuola e che anche Joan Baez e la prima Joni Mitchell adottarono).
Il disco ovviamente, come si diceva prima, non porta pene: nella sua prevedibilità – e ci mancherebbe altro – sta il suo valore e la sua essenza. Ma che gioia sentirla cantare, con la purezza dell'emissione intatta!
L'apertura è inconsueta: non mi sarei mai aspettato il rifacimento di 'Over the rainbow', un po' perché non se ne può più (come 'Imagine' no?) un po' perché il brano ormai appartiene a chi lo ha lanciato, Judy Garland, e a chi ne ha fatto un cavallo di battaglia per esprimere le proprie, isteriche, ossessioni gospel: Patty Labelle.
Ma quel che viene dopo restituisce l'armonia: 'Diamond and Rust', tratto dall'omonimo album che a metà settanta rilanciò la carriera un po' appannata di Joan Baez è pura beatitudine (e non è un caso che la stessa Baez controcanti con la Collins); di più il terzo brano, ancora una cover, e precisamente lo struggente canto d'amore e disperazione di Tim Buckley 'Once i was' che in questa occasione è una limpidissima ballata acustica con un trasporto emozionale da brividi.
Le altre sette canzoni potremmo dire che sono routine: ma dietro l'apparente, immobile, quadro di tradizioni consolidate scorgiamo la ritrovata coesione di un mondo che credevamo perduto. 'Ghost riders in the sky' presenta un coro di tutto rispetto in cui spiccano le presenze di Tom Paxton e Jimmy Webb. In 'Last thing on my mind (... non volevo essere scortese a sapere che era l'ultima cosa nella mia mente) Judy duetta col suo vecchio amore, Stephen Stills (ma chi l'ha detto che la sua voce ha perso lo smalto di una volta?), quello che appunto le dedicò 'Judy blues eyes'. In 'Kingdom come' la compositrice omaggia il corpo dei vigili del fuoco nella tragedia delle torri gemelle e tra l'altro è l'unica canzone di tutto il disco a portare la firma della Collins.
Non entrerei nel merito delle altre canzoni non perché non lo meritino, ma perché non spostano di un millimetro il senso del nostro discorso.
Diciamoci la verità: in un mondo che esalta una sciacquetta come Katy Perry Paradise è una sorta di incontro di pensionati in un giardino pubblico. Ma che giardino e quali florescenze!
Per ultimo. Si noti la copertina, è una foto della famosissima Annie Liebovitz: è perfetta, anche nel tentativo riuscito di nascondere gli anni della Collins. Ma ce n'era bisogno quando la voce è pura trasparenza?
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Paradise
Wildflower-Audioglobe 2010
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