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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Angelo Calvisi

Genesi 3.0

Neo Edizioni, Pag. 160 Euro 15,00
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Un romanzo non facile, per certi aspetti, benché il linguaggio sia chiaro e lucido come uno specchio ben molato. È la cifra di lettura che va trovata, perché se si affronta il testo con l’ingenuità di prenderlo alla lettera si rimane spiazzati. Capita di trovarsi a decidere se si tratti dei deliri di un pazzo, o se pazzo sia il mondo in cui egli è costretto a muoversi. Ma non è proprio questo il dilemma centrale della condizione umana? È qui che arriva l’intuizione: proprio di questo parla, della violenza quotidiana di cui è intriso il mondo. Resta solo da intendersi su un punto: se l’autore rivesta la realtà con i panni della metafora, o se la stia piuttosto spogliando dalla finzione di normalità con cui ancora ci ostiniamo a rivestire l’assurdo.
   Di sicuro la cifra del romanzo è un gusto della satira e del grottesco che fa pensare a Gogol, ma anche al teatro di Boris Vian, con il suo Generali a merenda. E già che ci siamo, non posso non ricordare Il tamburo di latta di Günter Grass. E la pittura di espressionisti tedeschi come Otto Dix, in perfetta risonanza.
   Raccontarlo non si può, perché si dovrebbe prima disambiguare il groviglio fra ciò che è e ciò che sembra, ma quel gioco di specchi deformanti è proprio l’argomento del libro. Per certi aspetti è un romanzo di formazione, raccontato in prima persona da un ragazzo che vive in mezzo a un bosco insieme a un uomo strambo, rude e megalomane. Tutt’e due sembrano pazzi, ognuno a suo modo. Il ragazzo vede il bosco popolato da piante magiche e animali impossibili, ma per il sesso si accontenta di una comune gallina. L’uomo si prepara a conquistare la Capitale per applicare il suo grandioso progetto urbanistico.  Ti aspetteresti che venissero internati tutt’e due, Simon e il Polacco, e invece partono davvero e la missione si compie. Ma in che modo? Più passa il tempo più il ragazzo si trova circondato da cose che non capisce: regole astruse, compiti inutili, luoghi claustrofobici. E a questo punto davvero, per dare un’idea, bisogna scomodare anche Kafka. Perennemente inseguito da misteriosi figuri che pretendono di fargli confessare non si sa cosa, Simon deve adeguarsi a una strana sistemazione.
Il vecchio mi ha poggiato le mani sulle spalle. “Resta seduto” ha bisbigliato. “Adesso sei un paralitico, non te lo scordare”.
   L’ho guardato come un istrice che ti spiega Platone. “Che significa?”
   Il vecchio ha tirato fuori dalla tasca del cappotto una busta gialla. Dentro c’era un tesserino di riconoscimento con una mia foto mentre dormivo, oppure da morto. Nella riga dei segni particolari c’era scritto “non deambulante”, così, tra virgolette.
   “È quello che succede a chi non confessa”.
   “Ma io non ho niente da confessare”.
   “Siete tutti uguali. Negate sempre…
   C’è anche di peggio, quando Simon finisce in uno strano ospedale, nel Reparto Attentati, fra suore sadiche e chirurghi dal bisturi facile.
   Sì, diciamo che nell’insieme è un bel pezzo di teatro dell’assurdo. Stilisticamente molto interessante. Il linguaggio è inconsueto, con una limpida sfrontatezza, un’espressione diretta e agile che diventa sberleffo nel suo spogliarsi dei filtri comuni.
   Può piacere molto, questo romanzo. Può anche non piacere, per quel retrogusto salato del grottesco che disturba gli stomaci sensibili, o perché il gusto dell’invenzione può talvolta suscitare sospetti di autoreferenzialità. Di sicuro è un’opera geniale.

di Giovanna Repetto


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