CLASSICI
Alfredo Ronci
Giusto qualcosa che non va: “La stanza del vescovo” di Piero Chiara.

Diceva Walter Pedullà tempo fa a proposito di Piero Chiara: Il romanziere accompagna l’irresistibile vocazione al racconto con il più accorto mestiere: geometria di composizione, solidità di architettura, abilità mimetica nell’ambientazione e nella resa del dialogo, prosa smagliante per sintassi e lessico, una narrazione che fila verso la conclusione guardandosi attorno per suggerire ambiguità e invitare a non prendere tutto per oro colato.
Ovvio che Pedullà parli dei racconti di Chiara (che avremo modo di trattare più avanti) ed è anche palese che gli elogi e le lodi allo scrittore sono del tutto meritati, ma quando si dice che si invita il lettore a non prendere tutto per oro colato bisogna stare molto attenti, perché si può imboccare una strada sbagliata, anche se il sottoscritto ritiene che alcune delle critiche a Chiara dipendano anche dai diversi periodi storici.
Tanto per iniziare (ma questo è un difetto di chi fa l’introduzione): il curatore dell’edizione che abbiamo esaminato dice… Nessuno sinora, se non sbaglio, ha tentato un richiamo tra La stanza del vescovo di Chiara e Addio alle armi di Hemingway. Non un paragone, ma i punti d’incontro sono tanti.
Per carità, ammiriamo la capacità descrittiva di Chiara nel raccontare le bellezze del lago Maggiore, ma (ritengo valida la tesi di Vigorelli che non è un paragone ma solo dei punti d’incontro) accomunare due opere solo perché parlano della stessa posizione geografica mi pare un poco esagerato. Ma forse l’incontro tra le due parti si è verificato perché tra i due scrittori (Chiara e Vigorelli) c’erano degli incontri di amicizia e comunanza… eravamo internati insieme in Svizzera, incontrandoci a Zug a Lugano, più d’una volta quella pagina di Hemingway cadeva nei nostri discorsi.
In realtà Addio alle armi è un romanzo d’amore e di guerra mentre La stanza del vescovo, se proprio vogliamo essere concisi, è una sorta di giallo psicologico.
Ma ancor di più, e qui mi riallaccio al discorso precedente, è una storia poco femminile, dove le donne son relegate ad un’immagine, mi si consenta di dire, alquanto primitiva, anche se Chiara, in più di un’occasione, tenta di aggiustare il tiro (e lo vedremo).
Responsabile di questo è il secondo protagonista del romanzo, il dottor Orimbelli, che nel corso dello svolgimento della storia si produce in opinioni sulle donne che, di questi tempi, farebbero inorridire anche i più sprovveduti: “E’ inutile” diceva l’Orimbelli. “Non c’è niente da fare: è vecchia, ha idee antiquate, è protestante e per di più praticante. Forse è anche lesbica.
Intendiamoci, è una questione di tempi (in precedenza l’ho accennato), anche perché un giudizio del genere, ai nostri giorni, non verrebbe nemmeno preso in considerazione, ma Chiara, forse rendendosene conto (cioè costruendo un personaggio ai limiti del presentabile) ha un po’ smorzato la questione dicendo un po' più avanti: Dovetti concludere, con amarezza, che gli uomini sottovalutano i loro rivali, e che he donne hanno un altro occhio. E’ un po’ come per i cinesi, che riescono benissimo a distinguersi tra di loro e a trovarsi più o meno belli, mentre a noi sembrano tutti uguali.
Il giudizio critico su La stanza del vescovo è stato ‘ambiguo’, nel senso che si sono apprezzate le modalità letterarie e linguistiche, ma un po’ meno quelle dei personaggi. Personaggi, pochi in verità, che costruiscono un giallo di cui non s’impiega molto a capire il responsabile del delitto e in seguito anche del suicidio. Un giallo che si discosta un po’ dalla linea editoriale del Chiara, ma forse nei ricordi e nel passato in guerra, qualche cosa di aggiunto e di poco ‘definitivo’ si è attestato.
Lasciando da parte l’Hemingway, di cui secondo noi non rimane traccia, preferiamo accostare Chiara ad un personaggio lontano nel tempo, ma non nello ‘spazio’ (tanto per divertirsi un po'): Alessandro Manzoni (e in questo ha ragione Vigorelli quando scrive che La stanza del vescovo è il primo e unico ‘romanzo psicologico’ di Chiara, come si diceva sul finire dell’ottocento).
L’inizio del romanzo, nella bellezza di un lago in crescita, c’è qualcosa di risaputo: Nel tardo pomeriggio di un giorno d’estate del 1946 arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel porto di Oggebbio sul lago Maggiore. L’inverna, il vento che nella buona stagione si alza ogni giorno dalla pianura padana e risale il lago per tutta la sua lunghezza, me aveva sospinto, tra le dodici e le diciotto, non più in su di quel piccolo abitati lacustre, dove decisi di pernottare.
L’edizione da noi considerata è:
Piero Chiara
La stanza del vescovo
Oscar Mondadori
Ovvio che Pedullà parli dei racconti di Chiara (che avremo modo di trattare più avanti) ed è anche palese che gli elogi e le lodi allo scrittore sono del tutto meritati, ma quando si dice che si invita il lettore a non prendere tutto per oro colato bisogna stare molto attenti, perché si può imboccare una strada sbagliata, anche se il sottoscritto ritiene che alcune delle critiche a Chiara dipendano anche dai diversi periodi storici.
Tanto per iniziare (ma questo è un difetto di chi fa l’introduzione): il curatore dell’edizione che abbiamo esaminato dice… Nessuno sinora, se non sbaglio, ha tentato un richiamo tra La stanza del vescovo di Chiara e Addio alle armi di Hemingway. Non un paragone, ma i punti d’incontro sono tanti.
Per carità, ammiriamo la capacità descrittiva di Chiara nel raccontare le bellezze del lago Maggiore, ma (ritengo valida la tesi di Vigorelli che non è un paragone ma solo dei punti d’incontro) accomunare due opere solo perché parlano della stessa posizione geografica mi pare un poco esagerato. Ma forse l’incontro tra le due parti si è verificato perché tra i due scrittori (Chiara e Vigorelli) c’erano degli incontri di amicizia e comunanza… eravamo internati insieme in Svizzera, incontrandoci a Zug a Lugano, più d’una volta quella pagina di Hemingway cadeva nei nostri discorsi.
In realtà Addio alle armi è un romanzo d’amore e di guerra mentre La stanza del vescovo, se proprio vogliamo essere concisi, è una sorta di giallo psicologico.
Ma ancor di più, e qui mi riallaccio al discorso precedente, è una storia poco femminile, dove le donne son relegate ad un’immagine, mi si consenta di dire, alquanto primitiva, anche se Chiara, in più di un’occasione, tenta di aggiustare il tiro (e lo vedremo).
Responsabile di questo è il secondo protagonista del romanzo, il dottor Orimbelli, che nel corso dello svolgimento della storia si produce in opinioni sulle donne che, di questi tempi, farebbero inorridire anche i più sprovveduti: “E’ inutile” diceva l’Orimbelli. “Non c’è niente da fare: è vecchia, ha idee antiquate, è protestante e per di più praticante. Forse è anche lesbica.
Intendiamoci, è una questione di tempi (in precedenza l’ho accennato), anche perché un giudizio del genere, ai nostri giorni, non verrebbe nemmeno preso in considerazione, ma Chiara, forse rendendosene conto (cioè costruendo un personaggio ai limiti del presentabile) ha un po’ smorzato la questione dicendo un po' più avanti: Dovetti concludere, con amarezza, che gli uomini sottovalutano i loro rivali, e che he donne hanno un altro occhio. E’ un po’ come per i cinesi, che riescono benissimo a distinguersi tra di loro e a trovarsi più o meno belli, mentre a noi sembrano tutti uguali.
Il giudizio critico su La stanza del vescovo è stato ‘ambiguo’, nel senso che si sono apprezzate le modalità letterarie e linguistiche, ma un po’ meno quelle dei personaggi. Personaggi, pochi in verità, che costruiscono un giallo di cui non s’impiega molto a capire il responsabile del delitto e in seguito anche del suicidio. Un giallo che si discosta un po’ dalla linea editoriale del Chiara, ma forse nei ricordi e nel passato in guerra, qualche cosa di aggiunto e di poco ‘definitivo’ si è attestato.
Lasciando da parte l’Hemingway, di cui secondo noi non rimane traccia, preferiamo accostare Chiara ad un personaggio lontano nel tempo, ma non nello ‘spazio’ (tanto per divertirsi un po'): Alessandro Manzoni (e in questo ha ragione Vigorelli quando scrive che La stanza del vescovo è il primo e unico ‘romanzo psicologico’ di Chiara, come si diceva sul finire dell’ottocento).
L’inizio del romanzo, nella bellezza di un lago in crescita, c’è qualcosa di risaputo: Nel tardo pomeriggio di un giorno d’estate del 1946 arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel porto di Oggebbio sul lago Maggiore. L’inverna, il vento che nella buona stagione si alza ogni giorno dalla pianura padana e risale il lago per tutta la sua lunghezza, me aveva sospinto, tra le dodici e le diciotto, non più in su di quel piccolo abitati lacustre, dove decisi di pernottare.
L’edizione da noi considerata è:
Piero Chiara
La stanza del vescovo
Oscar Mondadori
CERCA
NEWS
-
4.01.2026
Rizzoli
Dan Brown -
4.01.2026
La nave di Teseo
Patricia Highsmith -
4.01.2026
Adelphi
C.S.Lewis
RECENSIONI
-
Matsumoto Seicho
Vangelo nero
-
Dolores Hitchens
La gatta ci ha messo lo zampino.
-
Anna Bailey
I nostri ultimi giorni selvaggi
ATTUALITA'
-
Stefano Torossi
Carl Maria von Weber 1786 - 1826
-
Stefano Torossi
ARRIGO BOITO 1842 - 1918
-
La redazione
Pausa natalizia
CLASSICI
CINEMA E MUSICA
-
Marco Minicangeli
La mia famiglia a Taipei
-
Marco Minicangeli
To a Land Unknow
-
Marco Minicangeli
Predator: Badlands
RACCONTI
-
Eugenio Flajani Galli
Ciro e il Miracolo di S. Gennaro
-
Massimo Grisafi
Dondola dondola
-
Luca Alessandrini
Apres la pluie vient le beau temps
