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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Vinny Brando

Ho dimenticato qualcosa... ma non ricordo cosa

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Mentre uscivo di casa, entravo in macchina e mi chiudevo all’interno dell’abitacolo, Veronica ancora mi rincorreva urlandomi addosso. Un’altra giornata iniziata nel peggiore dei modi, e la cosa più triste è che ormai era divenuta l’abitudine. Nove mesi di paradiso, un anno di purgatorio ed era scoppiato l’inferno. Non voglio essere frainteso: quella creatura è la cosa più bella che ci sia mai capitata, ma il suo avvento ha distrutto la nostra relazione, questo è indubbio.
Erano passate da poco le 9:00 e i raggi di sole stavano già scaldando il veicolo; lasciavano presagire un altro mattino infuocato. Allacciai la cintura, accesi radio e aria condizionata, imboccai la strada e sfrecciai sull’asfalto bollente. I finestrini chiusi e il volume alto impedirono alle ingiurie di Veronica di penetrare, quindi non fui in grado di comprendere l’ultima espressione che riuscii a vederle in viso. Quello che avevo colto con lo sguardo: era rabbia o terrore?
Non era successo nulla di nuovo, eccetto quest’ultimo fatto che s’insinuò nella mia coscienza, e un impulso naturale iniziò a bussare con presunzione. Lottai con me stesso: non volevo, con l’adrenalina che calava, che i soliti sensi di colpa trovassero strada libera per tornare a tormentarmi. Eppure un presentimento si faceva strada. Una sensazione lontana, ancora inafferrabile. Avevo dimenticato qualcosa, ne ero sicuro… il problema è che non ricordavo cosa. Ero sempre stato cauto, ovunque andassi, qualsiasi messaggio ricevessi. Che avessi dimenticato alcune carte in giro? Ero stato molto attento perché non succedesse e non mi sembrava possibile. Mi aveva per caso seguito qualche volta fino all’ufficio di Agostino? Non era nell’indole di Veronica, non della donna che conoscevo io. L’idea mi mise i brividi, avrebbe potuto precedermi e in quel caso sarei stato fottuto. Mi costrinsi a ripensare agli avvenimenti precedenti alla mia fuga da quella casa piena di rancore. Labili, sfocati come al solito, si mischiavano a quelli dei giorni precedenti; analoghi, ripetitivi, facevo fatica a distinguerli. Nonostante fossero recenti, il furore li aveva contaminati, di nuovo.
Rividi a colazione Veronica che parlava con gesti esperti a nostro figlio, e lui che rideva in silenzio, seduto sul seggiolone, le mani per aria, gli occhi rivolti chissà dove e un cuore sempre aperto, spalancato oserei dire. Lo amavo, perché mi aveva fatto scoprire che anch’io ne possedevo uno. Ma Veronica aveva imparato a comunicare con lui meglio di me e questa cosa mi faceva sentire, proprio come diceva lei, un padre poco presente. Quando era successo? Non riuscivo ad accettare l’idea che fossimo arrivati a mancarci di rispetto, proprio come quelle coppie che un tempo disprezzavamo, sotto i baffi, certi del nostro prematuro ed effimero sentimento. Se solo avessimo aperto gli occhi, io l’avrei vista pulire ogni giorno nostro figlio dalla saliva, dall’urina e dalle feci, e lei mi avrebbe visto accompagnarlo tre volte al giorno, insieme al cane, su e giù per le salite e discese del quartiere, spingendo con una sola mano la pesante carrozzella. Ma eravamo troppo presi a detestarci a vicenda, perché il caso era stato severo con noi e dovevamo trovare un colpevole per riuscire ad addormentarci la notte. Ecco perché avevo imparato a dissociarmi sul nascere di una discussione; Veronica poteva gridarmi nell’orecchio, smuovere monti, e io non avrei colto gran parte delle sue parole.
Nel vano portaoggetti lo schermo del mio cellulare s’illuminò sul viso di Veronica che mi sorrideva. Capovolsi l’apparecchio, nascondendola. Qualcosa non quadrava e la sensazione non accennava a sedarsi. Il semaforo era rosso, arrestai il veicolo e mi persi nelle onde di afa che danzavano nel cielo limpido nonostante fossero già i primi di settembre.
Veronica aveva finito di imboccare nostro figlio, l’aveva preso in braccio, poi si era girata e aveva cominciato: – Tu sei ancora così? E poi non dovrei innervosirmi io… – Disse altro, lo so, ma il resto andò perduto molto prima che uscisse dalla cucina e scomparisse in sala insieme a nostro figlio; lui mi guardava da sopra la spalla della madre, sorrideva ancora. La sua sola presenza riempiva ogni stanza, illuminandola col suo mutismo carico d’amore, proprio come la svuotava quando l’abbandonava. E se fosse che… No! Non ci credo! Non esiste alcuna possibilità che abbia parlato con Fabio. E soprattutto, anche se nella più assurda delle ipotesi avesse immaginato qualcosa, non vi era modo che sarebbe riuscita a farlo parlare…
Il clacson dello stronzo dietro di me. Lo intravidi di sfuggita nello specchietto retrovisore che sbuffava con una mano sulla fronte. Gli tirai un pugno in faccia e lo specchietto cadde sul cruscotto. Ripresi la mia corsa. Mentre acceleravo afferrai il cellulare. Quattro chiamate senza risposta di Veronica, dieci nuovi messaggi, sempre suoi. Dell’ultimo era visibile il testo, che recitava: “Mi stai uccidendo!” E di nuovo la glaciale consapevolezza che qualcosa stesse navigando davanti ai miei occhi, un puntino all’orizzonte ancora impossibile da identificare. Aprii la rubrica e lo trovai immediatamente, era lì, subito sotto le quattro telefonate mancate. Scorrendo la lista il numero di Fabio compariva e ricompariva, ancora e ancora, con una frequenza che ero sicuro avrebbe destato sospetti a chiunque avesse curiosato. Feci partire la chiamata e rimasi in attesa tornando a concentrarmi sul traffico. Non conoscevo la password d’accesso di Veronica, e lei non conosceva la mia, eravamo sempre stati attenti a mantenere una giusta privacy, omettendo informazioni che avrebbero potuto farci cadere in tentazione. Eppure… Oggi credo di aver perso ogni certezza…
– Hey, che c’è?
Quella voce bassa, ma gentile, riusciva a sconvolgermi tutte le volte.
Hello? Tutto bene?
Il suo timbro aveva la misteriosa capacità di calmarmi. Gli risposi dopo un sospiro che cercai di sopprimere col naso, sperando che lui non sentisse.
– Hey, niente… Ho litigato con Veronica. Però stavolta c’è qualcosa che non mi torna. Prima era davvero strana. Tu come stai?
La buttai lì così, ansioso di scoprire la sua replica, anche se nel profondo continuavo a sapere che Fabio non c’entrava nulla con la mia nuova condizione e che ero uno stupido anche solo ad aver preso in considerazione l’idea. E infatti:
– Scusa, ma non stai venendo qui? Ti sto aspettando.
– Sì, sì… sto arrivando.
– A fra poco, allora.
È possibile innamorarsi in sogno? Chiedo perché non voglio sentirmi stupido, non da solo per lo meno. Mi successe la settimana precedente (o il mese prima?), fatto che andò a consolidare la mia intolleranza alla vita che avevo scelto (accettato?), che avevo presto compreso non volessi e che ormai subivo passivamente. Giusto la gravidanza era scivolata via senza intoppi, forse perché condizionati dall’idea inconsistente che il concepimento di un bambino avrebbe affermato la nostra maturità. Ma quella donna che avevo incontrato a occhi chiusi, coricato al fianco di Veronica, a pancia in giù, con un braccio sotto al cuscino e un piede che sgusciava fuori dal lenzuolo alla ricerca di un contrasto al troppo calore; quella donna di cui non decifrai più il viso pochi secondi dopo aver riaperto le palpebre sul mattino infiammato, di cui ricordavo solo il castano dei suoi capelli e un’intesa così speciale che solo il mio subconscio poteva aver modellato; quella donna confermò ciò che sapevo già da tempo e che non avevo il coraggio di analizzare. La conobbi al mare, seduto al tavolino di un bar, o forse era una panchina nella piazza davanti alla chiesa. Lei faceva la cameriera, mi aveva servito una spremuta, no, un tè freddo, oppure era una del posto che mi era passata davanti, e i nostri sguardi si erano incrociati. Un colpo di fulmine. Non il suo sguardo, che era comunque andato a segno, ma le parole che avevamo scambiato. Ormai si erano volatilizzate, come tutto il resto, ma parlammo a lungo. Per diversi giorni, penso. Ricordo solo che a un certo punto mi aveva detto: – Ti svegli? – e i suoi tratti erano scomparsi per sempre sul volto di Veronica che prendeva forma imponendosi, in piedi accanto al letto; erano lontani i tempi in cui la sentivo cercarmi sotto alle coperte e prendermelo in bocca per destarmi. Rimasi a letto per qualche minuto, non mi ero mai sentito tanto triste prima di allora. Un colpo di fulmine; quelle parole sciocche, mai avrei creduto potessero avere un senso. Ma lì, sdraiato a osservare la forma poco armoniosa del mio corpo sotto al lenzuolo, un corpo che aveva da qualche tempo cominciato a contraddirmi, patetico; lì provai un senso di smarrimento che mi fece piangere. Trattenni le lacrime a stento, asciugando in un lampo le poche evase, nel caso Veronica fosse rientrata in camera. Non ero mai stato così, tremante, solo, a contemplare con terrore un abisso. Ed ebbi paura di alzarmi. Odiavo Veronica per aver rotto un incantesimo che era sembrato durare un’intera esistenza, e che si era dissolto in un attimo al cospetto impietoso della realtà. Odiavo me stesso per aver infranto molte delle promesse che crescendo mi ero fatto. E continuai ad amare quel fantasma di donna. Una frattura improvvisa l’aveva privata di un’identità, ma io non smisi mai di cercarla.
Parcheggiai sotto casa di Fabio, afflitto da uno sconforto in continuo sviluppo. Scappai da quella scatola di lamiere che si sarebbe presto trasformata in un forno e cercai l’ombra sotto alla tettoia d’ingresso del palazzo. Suonai al citofono. Il mio dilemma, ora, lasciava presagire un’esplosione nel momento in cui, inevitabilmente, si sarebbe rivelato. Avete presente quella percezione che qualcosa di importante vi stia sfuggendo sotto il naso? Qualcosa di così rilevante da poter modificare il futuro? Attraversai il cortile e scavalcai i pezzi di pane sulla ghiaia. Alcuni piccioni volarono via contrariati, per poi tornare, perdonate il gioco di parole, a battibeccare sullo spuntino ricoperto di formiche. Non me ne accorsi, ma un sorriso mi si era disegnato sulle labbra. In ascensore pensai alla ragazzina, i suoi lunghi capelli neri e il suo sguardo calmo, che sembrava ti passasse attraverso senza vederti. Ma presto tornai a concentrarmi sulla colazione.
Rimasto solo, avevo finito di rifocillarmi veloce, con l’intento di scomparire prima di essere intercettato di nuovo da Veronica. Ma era stata più veloce del solito con nostro figlio ed era ricomparsa in cucina mentre mi preparavo per uscire. Aveva subito ripreso a sgridarmi e io a respingere le sue parole dietro a un muro di caparbietà, cosa che la faceva andare su tutte le furie, anche se per la prima volta c’erano delle note che stonavano in quel miscuglio di suoni a me familiari e abitualmente solenni. Stridevano nelle mie orecchie implorando di essere ascoltate, non me ne capacitavo; eppure mi dileguai, come sapete già, lasciandomi alle spalle quella sua espressione inesplicabile che era stato il principio del mio supplizio.
Mi toccai le tasche. Avevo lasciato il cellulare in macchina, ma ormai ero sul pianerottolo. Anche se non sapevo ancora cosa, avevo trascurato qualcosa di cruciale e quella dimenticanza mi sembrò irrisoria in confronto al mio problema. C’era la possibilità che qualcuno avrebbe sfondato il finestrino per rubarlo, ma non mi importava. Veronica avrebbe continuato a cercarmi, certo, ma risponderle avrebbe significato per lei un’ulteriore conferma che non ero buono a nulla, nemmeno a ricordarmi le cose. Un’altra medaglia da infilare sotto alla maglietta ed estrarre come un’arma nelle situazioni meno opportune. Avevo le mie buone ragioni sui motivi del nostro declino, ne ero convinto, anzi: lo sapevo, ma non avevo il suo talento nel farle valere. No, dovevo arrivarci da solo! Questa volta non gliel’avrei data vinta. Avevo sopportato abbastanza. Che me lo rubassero, quel cellulare di merda; che rispondessero loro alle lagne di Veronica. Di sicuro, almeno qualcuno mi avrebbe compatito.
Fabio mi accolse come al solito: porta aperta, uscio sgombro e un odore di erba che sfidava sprezzante eventuali affronti. La marijuana era l’unica cosa che non condividevamo, per il resto il nostro incontro era stato una manna dal cielo. – E questo è mio cugino, – mi aveva detto Veronica durante uno dei suoi compleanni, – finalmente vi conoscete! – Da quando si era trasferito nella stessa città eravamo diventati inseparabili; questa volta, bisognava ammetterlo, Veronica ci aveva preso in pieno. Mi piaceva tutto di lui, forse perché era il tipo d’uomo che avrei voluto essere, perché viveva da solo, perché ordinava cibo d’asporto quasi ogni sera, perché riusciva a scaricare le donne prima di innamorarsene, o forse perché era la persona più generosa che frequentavo. E non mi aveva mai giudicato, al più si era permesso di dirmi un paio di volte ciò che pensava su alcuni miei difetti che secondo lui avrei potuto raddrizzare, cosa che avevo apprezzato.
– Penso che Veronica sappia qualcosa… – gli dissi quando finalmente lo trovai, in bagno, in accappatoio. Mi ero appeso agli stipiti e lo osservavo che si scuoteva i capelli con un asciugamano da bidet.
– Perché, che c’è da sapere? – aveva risposto mentre si sistemava la chioma. Gli lanciai un’occhiata e lui continuò: – Va bene. E cosa te lo fa dire?
– Non lo so, te l’ho detto, oggi ho la sensazione che mi sia perso qualcosa, Veronica non era in sé, prima. Cioè, mi ha urlato addosso come al solito, ma aveva una faccia davvero strana mentre andavo via. E ha provato a chiamarmi in continuazione! Mi ha lasciato un messaggio con scritto che la sto uccidendo…
– E non credi che sarebbe meglio rispondere? Magari è una cagata, ti sei fatto mille paranoie e stai impazzendo per nulla.
– Ho lasciato il cellulare in macchina, – come se fosse una giustificazione valida, – Ah, fanculo! – Poi, mentre lo seguivo in sala: – Tu… non le hai parlato… Non le hai detto niente, vero?
Fabio mi guardò: – Ma sei scemo? E poi, sono cose da maschi; cose che le donne non capirebbero mai, – crollò sul divano e aggrottò la fronte, – A dire la verità, sono cose che neppure un sacco di uomini capirebbero…
– Allora lo vedi che sei tu lo scemo?
Se ne stava comodo sul divano, a gambe larghe, gli interni delle cosce ben definiti e un’impalpabile lanugine da cui gocciolava ancora acqua. L’accappatoio aveva ceduto liberando due testicoli depilati, anche loro adagiati a riposo sui grossi cuscini. La prima volta che ero andato lì, da lui, avevamo parlato di lavoro, di donne, di droga, di sport, insomma dei soliti argomenti che tocca affrontare ai primi appuntamenti con nuovi amici. Avevamo bevuto, di gusto, ecco un’altra cosa che ci accomunava: il vino. Poi eravamo finiti sullo stesso divano e Fabio aveva cominciato ad aprire siti porno. Guardammo donne che si facevano sbattere sui mezzi pubblici, donne che accettavano la sfida e aprivano nude la porta di casa a sconosciuti con cartoni di pizza in mano, donne che posizionavano la telecamera a dieci centimetri dal culo e divaricavano i glutei su mondi colorati in primo piano, donne che salivano su finti taxi e che facevano di tutto per non pagare la corsa. E ancora donne con il pene che penetravano donne senza pene, donne senza pene che penetravano uomini col pene, gruppi di donne fidanzate che trasgredivano nei locali succhiando macisti con maschere da orso e gruppi di uomini squallidi che si approfittavano di giovani donne esibizioniste amanti del rischio. A un certo punto, non ricordo se durante il video di una giovane coppia di italiani che aveva scoperto quanto lucroso fosse quel business, o quello di un professionista che faceva schizzare ragazze incredule e in preda a forti scossoni che lo pagavano per raggiungere quel tipo di orgasmo; a un certo punto Fabio ce l’aveva in mano. E l’attimo dopo l’avevo tirato anch’io fuori dai pantaloni. Ci masturbammo ubriachi, divertiti come due bambini alla scoperta dei propri organi. Fabio mi sembrava preso dalle immagini, ma io non riuscivo a smettere di guardarlo. Il suo uccello era miracoloso, non molto più grande del mio, ma semplicemente perfetto. Un ramo dritto e grasso, con una sola, corpulenta vena che lo navigava come il Nilo e i suoi affluenti che rialzavano la pelle in minuscole dune. Si ergeva come un angelo che spicca il volo ad ali spiegate. Ci mancava solo che emanasse un’aura luminosa, anche se a me sembrò quasi di vederla. In quell’istante avevo capito cosa provavano le donne in presenza di un cazzo di quel tipo, perché io stesso rimasi senza fiato ad ammirarlo, come quando ero rimasto incantato davanti alle pareti di ninfee di Monet al Museo dell’Orangerie, a Parigi. Poi Fabio si era allungato, senza staccare gli occhi dallo schermo, e si era aggrappato al mio, senza chiedere il permesso, senza chiedere se fossi d’accordo, se mi andava. Preso da una forza oscura, cercando di mascherare la mia sorpresa, cercando di comportarmi da uomo, lo avevo cercato (non era difficile da trovare) e lo avevo afferrato a mia volta senza indugio, in qualche modo incuriosito e svincolato, grazie all’alcol, da inutili inibizioni. Era la prima volta che toccavo un pene che non fosse il mio, non ci avevo mai pensato, e non fu nulla di così disgustoso come avevo sempre immaginato, o forse come avevo sempre cercato di costringermi a immaginare. Era come se stessi facendo una sega a me stesso ma dimenando un membro ancor più solido e robusto, e lasciando che una diversa manualità squassasse il mio; e per qualche inspiegabile ragione il piacere era doppio. Fu così che finimmo per masturbarci a vicenda, un’abitudine che avevamo in seguito coltivato.
– Non intendo quello, – dissi distogliendo lo sguardo dai suoi prodigiosi genitali, – E non provare a dire certe cose in giro, mi raccomando…
Lui rise: – Allora te lo chiedo di nuovo: cosa potrebbe scoprire di così compromettente?
– Non ho voglia di giocare, Fabio, non oggi! Se ti dico così è perché sono sicuro che il mio istinto non si stia sbagliando. C’è qualcosa che non va.
– Va bene, adesso prendo il mio cellulare, la chiamo e vediamo di capire…
Ma lo bloccai: – No, è troppo rischioso, non puoi esporti!
– Senti, – Fabio si era alzato e mi aveva preso per le spalle, – Sarà una cazzata. Sono sicuro che ti sbagli, che non è niente. Vedrai che alla fine scoprirai di esserti fatti un sacco di problemi per nulla e ti sentirai un coglione.
– Può darsi, e credimi ne sarei felice! Ma fino ad allora non posso permettermi di ignorare la situazione, – esalai un lungo respiro e finalmente crollai su una sedia. Poi ripresi: – Sei sicuro di non esserti lasciato scappare nulla? – Ero sicuro di avere la faccia di un codardo, ma in quel momento me ne fregavo.
– Ascolta… Ascoltami bene. Io sono dalla tua parte; sì, ok, è mia cugina, ma capisco quello che stai passando. Agostino è il migliore avvocato divorzista sulla piazza, te l’ho detto, lo conosco bene. Pensi davvero che sia un infame?
– Sono preoccupato per mio figlio, Fabio, penso tu possa capirlo.
– E secondo te perché ti sto aiutando, allora?
– Hai ragione, ma lo sai come vanno queste cose. E poi, nelle sue condizioni… È sempre la madre a essere vista come la migliore delle opzioni. Cristo, ma io cos’ho fatto di male? Perché l’ho tradita? Con qualche ragazzetta che mi sono già scordato? Non mi sembra che il sesso possa pregiudicare il mio lavoro di padre. Sono un’ottima figura paterna, io! – mi voltai in direzione di Fabio, – Perché ho avuto dei rapporti con un uomo?
– Rapporti… – sbuffò lui con un sorriso e gli occhi che cadevano sul pavimento.
– Come li vuoi chiamare, scusa?
– Vuoi sapere cosa sembra a me? Mi sembra che tu ti stia già dando per spacciato. Non sai nemmeno se Veronica abbia davvero scoperto le tue intenzioni…
– Quindi… cos’altro può essere? Dimmelo tu, ti prego, perché io non so più che pesci pigliare.
Fabio, che era tornato sul divano, si slacciò l’accappatoio.
– Se vuoi, un pesce possiamo prenderlo entrambi… Per ragionarci a mente lucida, che ne dici?
– Sei proprio uno stronzo.
Un’ora dopo ero sul balcone con la mia prima sigaretta da settimane infilata in bocca. No, non mi ero concesso uno sfizio post-coitale, anche perché dopo aver ceduto alla nostra routine avevamo messo sotto ai denti un pranzo veloce. No, ero ancora nervoso. Avevo cominciato a credere che potesse essere qualcos’altro. Il mio cervello aveva aperto altri cassetti da cui erano traboccate mia madre e tutte le brutte parole che aveva speso su mia moglie, che mi aveva portato via, in un’altra città, lontano da lei, non era impossibile che Veronica avesse intercettato qualcuna delle sue cattiverie mentre sbraitava nella cornetta del telefono convinta che non riuscissi a sentirla; ma anche mio padre, che si era invaghito di Veronica dal primo giorno in cui l’avevo portata da loro, e che non perdeva occasione (quelle poche che c’erano) per mettersi in mostra davanti a lei, pover’uomo, e io lo capivo che una vita di prostrazione con una donna come mia madre l’aveva portato allo sfinimento, ma non era impossibile che si fosse lasciato scivolare via la cosiddetta parola di troppo, svelando ingenuo alcuni miei segreti. Iniziavo a rendermi conto che sarei stato costretto ad affrontare la situazione faccia a faccia, se non fossi riuscito a ricordare quel fatto funesto che mi perseguitava come un corvo nero che trasporta un’imminente ed esecrabile confessione.
L’unione fa la forza: il gruppetto di piccioni mi volò davanti, scacciando l’uccellaccio del malaugurio e andando a posarsi sulla ghiaia del cortile. Nuovi pezzi di pane cascavano e i volatili si piombavano sulle briciole come morti di fame. La cercai con gli occhi. Affacciata a una finestra del palazzo di fronte trovai la ragazzina e i suoi lunghi capelli neri appesi che fluttuavano. Il suo sguardo calmo incontrò il mio e ancora una volta ebbi la sensazione che mi passasse attraverso senza vedermi. Le sorrisi, sperando che lo notasse, e lei tornò a guardare i suoi piccioni, senza fare una piega. Spezzava la pagnottella e lasciava precipitare i tocchi; e se ne rimaneva lì, immobile, inespressiva. Ormai non contavo più le volte che avevo assistito commosso a quella scena. Avrà avuto sì e no dodici, tredici anni, e io continuavo a chiedermi quale fosse la sua storia, qualche volta avevo visto anche sua madre, ma non ero riuscito a farmi un’opinione. Mi innamorai della ragazzina, di volta in volta, di tocco in tocco, di briciola in briciola, in un crescendo di emozioni. Non è come pensate, non era una questione fisica. Mi innamorai dei suoi gesti, di quegli scatti del collo per scostare i capelli sciolti che le cadevano sul viso, della sua apparente tranquillità che pensavo nascondesse un cruccio, della sua bontà e della sua innocenza. Mi innamorai del suo amore per i suoi piccioni, era un amore che non avevo mai conosciuto, un sentimento che mi toccava nel profondo. Speravo che si accorgesse della mia presenza, che riuscisse anche lei a scorgere in me la stessa bontà, la stessa apparente tranquillità che nel mio caso ne nascondeva un’infinità di crucci; ma la ragazzina, coi suoi lunghi capelli neri, mi aveva sempre visto senza mai davvero vedermi. Aspirai una boccata e sbuffai sussurrandole: – Ti amo, anche se non lo saprai mai. – Ma lei stava sussurrando le stesse parole ai suoi piccioni, lo sapevo senza saperlo. Mi asciugai le sopracciglia grondanti, il sole era alto in cielo e picchiava implacabile, era diventato ormai impossibile stare fuori a quell’ora. Il fumo mi aveva raschiato la gola ed ero rimasto senza saliva. Lanciai il mozzicone sul selciato dei garage sottostante.
Un boato. I piccioni erano volati via e la ragazzina si era dileguata in casa seguita dai lunghi capelli neri, scorsi una ciocca tardiva che scompariva dietro a uno stipite. Qualcosa era appena andato in frantumi. Un finestrino della mia macchina, certo. Non potevo vederla da quell’angolazione, ma lo sapevo. Qualcuno mi aveva appena fregato il cellulare e per un breve istante sorrisi al pensiero di un altro uomo che si sorbiva le prediche di Veronica. Poi la realtà tornò a delucidarmi e mi scapicollai giù dalle scale, lasciando Fabio con un: – Mi hanno aperto la macchina! – e senza dargli il tempo di mettersi addosso due cose e raggiungermi. Corsi in strada trapelato, smanioso di affrontare il ladro, ma mi ritrovai davanti a una scena inconcepibile. Uno sciame di curiosi circondava la mia macchina e alcuni agenti della Polizia Locale cercavano di mantenere la calma e di allontanare la folla, di disperdere il nugolo di anime, di circoscrivere la situazione. Era un paradosso: il mio mondo tornava a riprendere forma proprio mentre iniziava a sgretolarsi. I presenti urlavano, alcuni piangevano. I miei piedi camminarono trascinandosi le gambe e tutto il resto, uno dopo l’altro, lenti, pesanti e autonomi. Non ero più in grado di emettere un suono, tremavo congelato nonostante i miei pori spurgassero picchiati dai raggi di sole ustionanti. Ma non vi erano lacrime sulle mie guance. Non vi erano lacrime perché non potevo accettare ciò che avevo appena compreso. Avevo dimenticato qualcosa… ma ora che finalmente ricordavo cosa, avrei voluto agguantare il mio peccato e allontanarmi insieme a lui senza dire niente, scomparendo per sempre. Ma il mio corpo trasportato si avvicinava e i miei occhi vedevano gli uomini in divisa, uno con la mano sulla fronte, l’altro che farneticava attaccato alla ricetrasmittente, un terzo che scuoteva il capo con la faccia di uno che non avrebbe più scordato ciò a cui aveva assistito; poi le persone che si abbracciavano, si sostenevano, le bottigliette d’acqua svuotate e riverse sul marciapiede fradicio (ci avrebbe messo un attimo ad asciugarsi arroventato dall’arsura), e infine il finestrino posteriore fracassato, e quella donna che non avrei mai più dimenticato, non lei, con la sua faccia annientata, eternamente marchiata. Quella sconosciuta seduta a terra che stringeva con avidità il pesante fagotto rosso fuoco che sembrava cartapesta bagnata, senza che nessuno potesse prelevarlo dal suo abbraccio. Mi immobilizzai, paralizzato, per qualche secondo. Poi allungai le braccia e presi a singhiozzare, rotto da un dolore che non aveva un senso e non sarebbe mai stato possibile definire.
 Veronica era stata più veloce del solito ed era ricomparsa in cucina mentre mi preparavo per uscire, vi ricordate? Io non ci avevo fatto troppo caso, sapete… l’abitudine. Ma se avessi prestato maggiore attenzione quel dettaglio avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi. Se solo mi fossi fermato su quella sua espressione, che ora avevo scoperto essere terrore. Se avessi risposto al cellulare in tempo. Se, se, se
Se avessi dato peso alle parole di Veronica, anche solo a qualche spezzone, l’avrei sentita dire qualcosa tipo: – È il suo primo giorno alla scuola materna… Avevi promesso che lo avresti accompagnato tu… Siete in ritardo… L’ho già legato sul seggiolino… In macchina…



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