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Raffaele Izzo

I detective dell'occulto: L’estate segreta di Babe Hardy di Fabio Lastrucci

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Una delle tradizioni di cui si sente più la mancanza in Italia è il postmoderno. Normalmente quindi il mio approccio verso i nostri scrittori in questo campo è un po’ di parte. Soprattutto quando il mix dei generi riguarda l’ambito commerciale le lacune si fanno spesso sentire in maniera pesante. Figuratevi il mio stupore nello scoprire quindi nel romanzo di Lastrucci un prodotto in grado di competere finalmente con gli scrittori internazionali. Ripeto: se già nello scrivere horror o fantascienza noi paghiamo parecchio scotto, figurarsi creare un’opera mista. Motivo per cui aspetteremo parecchio la nascita di un talento nostrano a la Joe Lansdale, il primo che mi viene alla mente. E proprio questo è il nome che mi ha ossessionato durante la lettura. Subito i puristi storceranno il naso. Ovviamente stiamo parlando di autori molto diversi. Ma è l’approccio alla materia narrata che è simile. Il postmoderno non è chiusura ma apertura alla commistione. E’ una visione del mondo più che un accumulo di tecniche. E questa visione accomuna anche due persone così apparentemente diverse. Dalla miscela dei generi ognuno tirerà fuori una nuova vena creativa.
Lastrucci è strutturalmente metanarrativo. Tutto si svolge nei retroscena della Hollywood degli anni trenta. Vediamo cosi diventare protagonisti i grandi Stanlio e Olio, entriamo nella vita privata di Bela Lugosi, grande attore che ha incarnato il Dracula classico per tutti gli anni d’oro del cinema. E poi il grande attore e produttore Fairbanks. Ovviamente il lettore potrà godersi maggiormente il romanzo tanto più quanto sarà forte la sua cultura del cinema di quel periodo. L’impianto citazionale, quando è strutturale, come in questo caso, è la parte più bella da assaporare. Inutile cercare la psicologia dei personaggi: non è questo lo scopo.
Un mito affermatosi ultimamente è che ogni scrittore per essere più ”vero” dovrebbe scrivere storie ambientate nel suo paese. Dopo anni del mito per cui ogni giallo italiano doveva essere ambientato in America ora siamo passati all’estremo opposto. L’autore dimostra in pieno la stupidità di queste idee, quando sono estremizzate. La sua padronanza dei luoghi e dei topoi americani è talmente vasta e profonda da renderlo in grado di essere più americano degli originali (che scrivono anche parecchie porcherie). E infatti riesce anche, nel giro di poche pagine, a creare due o tre personaggi di contorno tipicamente anni 30, come il tassista squattrinato e ladruncolo. Le sue descrizioni delle vie californiane potrebbero competere con quelle di Dashiell Hammett (che non a caso appare in un piccolo cameo finale).
Su questo materiale, che già di per sè è denso, troviamo innestata un’idea geniale: i due comici diventano vampiri. E in seguito la stessa sorte tocca a tutti i grandi protagonisti hollywoodiani. Non contento ci fa scoprire anche la nuova versione aggiornata ai tempi di The Strain: il contagio è opera di un virus.  
Anche la prospettiva è ribaltata. Abituati da cento e passa anni ai vampiri assassini non possiamo non restare affascinati da questi anti eroi, simpatiche canaglie, schiavi di un male eterno, e che però fanno il meno danni possibili (succhiano il sangue con una siringa) e lottano non poco per tornare alla normalità.
Il lettore vede tutto attraverso i loro occhi. Impossibile alla fine non tifare per questi due eroi demenziali, ma anche tragici a tratti, che ricordano un po’ i nostri immensi del gruppo T.n.t. un po’ il grande film Arsenico e vecchi merletti con Cary Grant. Un umorismo finissimo ci avvolge in maniera totale. Si ride ma non ci si spancia, si sorride piuttosto, con emozione e empatia.
Con uno stile asciutto e compatto, che elimina qualsiasi fronzolo descrittivo o psicologico, la pellicola si svolge velocissima davanti ai nostri occhi.  Era parecchio che non divoravo un libro a tutta velocità.  
Sono pronto per il seguito.
Mi taccio.
Raffaele Izzo.



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