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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Il Cavalier Serpente: Patologie

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        “Commozione celebrale”. Così scrivono su FB, raccontando le conseguenze di una caduta dal motorino; oppure, “Se tu mi lasceresti…” si disperano con le loro ragazze minacciando il suicidio.
Per il loro uso (e anche per il nostro, in occasioni più stimolanti, speriamo) sta uscendo come supplemento al Corriere della Sera la “Biblioteca della Lingua Italiana”, una consigliabile, utile e piacevole serie di libretti scritti in modo sciolto e con riferimenti attuali: tutto il potenziale della nostra lingua (a saperla usare, una vera e propria arma impropria, molto più distruttiva, o magari qualche volta anche costruttiva, di un paio di pugni).
In apertura del secondo volume c’è una citazione di Loreto Mattei, letterato del ‘600, che la dice lunga su quella cosa viva che è la nostra comunicazione e soprattutto sull’inutilità di incaponirsi a mantenerla sacra e intoccabile: “Non può mai darsi una regola tanto vergine che da qualche eccezione non sia deflorata”.
Forse un filo maschilista ma, di sicuro, chiaro.


Cardiopatia. Mojmir Jezek sotto esame elettrocardiografico non mostrerebbe niente di anormale. Anzi, a incontrarlo ci è sembrato in ottima salute. E’ alle pareti del Palazzo delle Esposizioni che si manifesta la sua disperata condizione di cardiopatico cartaceo.
Dall’otto settembre, nel salone Fontana, centotrenta quadri? disegni? ritratti? (secondo noi il nome giusto potrebbe essere pittocardiogrammi) raccontano senza parole, ma con ogni volta l’aggiunta garbata di qualche minimo elemento: un gonnellino, qualche freccia, un paio di ali, storie, per l’appunto, di emozioni.
Ovvero i contenuti delle lettere accorate o arrabbiate che riempiono tutte le settimane la rubrica “Questioni di cuore” sul Venerdì di Repubblica. Ecco, questi esposti sono gli originali di quei quadratini che illustrano la pagina del giornale.
Geniali proprio per la loro semplicità che trafigge fino in fondo i molti strati del maldicuore.
Un Peynet del duemila.

Disidratazione. Va bene che quest’estate ha fatto molto caldo, ma una trascuratezza come questa è inammissibile, anzi, soprattutto è stupida.
Eravamo appena usciti, il primo ottobre verso il tramonto, da un bello spettacolo di Ensemble Arte Musica con Muta Imago per il Romaeuropafestival. Musica di Monteverdi. Buona coreografia e presenze umane, eccellente gruppo di solisti strumentali e vocali, fra cui una perla: Walter Testolin, uno di quei bassi che ti riconciliano con la categoria. Per intenderci, uno capace di scendere nelle profondità abissali della voce mantenendo tutte le note pulite e comprensibili e impedendo a quelle più profonde di sfrangiarsi in rutti confusi. Bravo. Ma…
Ma, appena usciti nell’atemporale spazio dell’ex mattatoio, in cui rimangono, giustamente conservate, con qualche necessaria modernizzazione, tutte le attrezzature del vecchio stabilimento di inizio secolo, ecco che ci imbattiamo in una tipica manifestazione di stupidità urbana contemporanea: una fila di almeno venti grandi vasi ornamentali, allineati per dividere in due uno dei viali interni, tutte accuratamente guarnite di piante verdi (laurocerasi?) che di verde non hanno più neanche l’ombra.
Secche, ma di quella secchezza che fa sbriciolare le foglie appena le tocchi. Semplicemente mai innaffiate dalla notte dei tempi. Qualcuno ce le avrà piantate, su ordine e a spese di qualcun’altro (noi cittadini, di sicuro); qualcuno che avrebbe dovuto sapere che le piante vanno innaffiate e non abbandonate così. Poi cos’è successo?



Confusione mentale. All’Istituto Superiore Antincendi di Roma espongono le loro opere dal 21 settembre un gruppo di vigili del fuoco pittori e scultori in una manifestazione che si chiama “Vigiliinarte”.
Ci siamo stati, abbiamo girato per le sale di un bello spazio recuperato al modernariato in un edificio industriale della zona ostiense e, anche se non ci aspettavamo da uomini e donne a cui dobbiamo essere grati per il lavoro che fanno, straordinarie qualità artistiche, dobbiamo confessare di essere rimasti quanto meno sorpresi da opere come questa fotografata sul posto.
E’ la memoria che ci inganna, oppure c’è una forte somiglianza con qualcosa che abbiamo già visto altrove?



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