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CLASSICI

Alfredo Ronci

Il bisogno della classicità: 'Michelaccio' di Antonio Baldini.

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Scriveva Bino Sanminiatelli a proposito di Antonio Baldini nel suo Il permesso di vivere (da noi recentemente presentato, sempre in questa sezione): Ma non posso togliermi, di fronte a lui, un'ombra di soggezione per quella sua grande disinvoltura di scrittore principe che prima di scrivere sembra fecondi la pagina, per la sua prosa invulnerabile, per la sua esigente riservatezza, per il ricordo della Ronda, di quel movimento di letterati aristocratici, la cui humanitas fu una specie di scoperta della civiltà letteraria italiana.

Gli ho parlato di una recente riunione della Comunità Europea degli Scrittori. "Tutto questo non m'interessa" mi ha detto. "Io non sono internazionale, e neanche nazionale, e neanche romano. Io sono rionale".


Non aveva tutti i torti Baldini, conscio che più di qualcuno, già ai suoi tempi, scambiava il suo modo di far letteratura, di un linguaggio ricco e sciolto e molto elegante, per una sorta di 'strapaesanesimo' di maniera. In realtà, sin dagli esordi, seconda decade del secolo scorso, l'unico interesse dello scrittore rimaneva quello di una narrativa sciolta dai legami 'rivoluzionari' del futurismo, lontana dall'impasse della confusione della guerra e del dopoguerra, per un ritorno alla classicità che sfociò poi nella fondazione della rivista letteraria La Ronda.

Michelaccio, che è una raccolta di racconti che vide la luce nel 1924 (e più volte rivisitata, nel corso del tempo, con aggiustamenti ed inserti), contribuì non poco alla sua fama che raggiunse il suo apice negli anni cinquanta con il conferimento della presidenza della Quadriennale d'arte nel 1950, la carica di corrispondente esterno dei Lincei nel 1953 e il premio 'Feltrinelli' alla carriera letteraria nel 1957. Proprio il racconto che dà il titolo alla raccolta in qualche modo lo 'definì', perché introduceva un linguaggio sostanzialmente piano, ma elegante, e rappresentava una realtà fiabesca non esente da lacci di una sentita attualità (qualcuno, a quei tempi, parlò di tradizione ariostesca): Michelaccio (Notisi che Michelaccio non aveva in sé niente di bello: troppo grande di statura, viso rincagnato, larga mascella, lingua stenta in grandissima bocca, con un fare sonnolento e un passo disordinato che mostravano al primo apparire tutta la sua spaventosa negghienza) è un ragazzo che ne combina di tutti i colori, una sorta di eroe picaresco, un 'inadatto' alla vita sociale che sembra pensarne una più del diavolo. Si fa arrestare durante un servizio di sentinella ai bastioni di un forte perché si lascia ammaliare da una donna di passaggio: sarà imprigionato per insubordinazione. Riesce persino a sposare una donna di buona famiglia, ma subito dopo l'abbandona perché la ritiene troppo chiacchierona ed invadente. Nel suo 'percorso' di vita incontra anche la fortuna, nelle sembianze di un'affascinante signora, che gli predice un avvenire senza dolore, ma sin dall'inizio Michelaccio sa che il suo ultimo destino è quello di raggiungere la città di Roma.

La città di Roma, tra l'altro luogo di nascita, fu per Baldini il suo 'fatto personale': compare in 'Michelaccio' come sorta di Eden sempre vagheggiato, ma sarà in ogni caso punto di riferimento costante nella produzione dello scrittore, fino alla realizzazione del Rugantino, libro fortunato dove rappresenta la città eterna e monumentale da angoli visuali desueti e familiari.

Si diceva in precedenza della commistione baldiniana tra epica popolaresca, imitazione ariostesca e senso del presente: in questa raccolta, oltre al bel 'favoleggiare', ci sono momenti di indubbio 'realismo' come nel racconto 'Villa Scarmiglione', in cui una villa da dipingere non è altro che metafora dello stato di salute della letteratura di allora; oppure, come nella vicenda 'Un successo a qualunque costo' dove uno scrittore senza scrupoli chiede personalmente al papa che il suo libro venga messo all'Indice per avere così una rilevante pubblicità (oggi si usano altri sistemi mercantili per ottenere risultati simili, ma il procedimento mi sembra assai 'moderno); o nell'altro racconto 'I parenti del cardinale' dove una sorta di contraltare di Michelaccio, un Gianburrasca irrequito, non s'avvede in alcun modo dell'autorità, probabile simbolo dell'ansia e dell'incertezza di allora (era da poco finita la prima guerra mondiale).

Qualche critico vorrebbe ricordar meglio il Baldini con un'altra prova, quel Nostro Purgatorio, che rimane uno degli esempi di memorialistica più incisivi della nostra letteratura.

Con Michelaccio però s'avverte quel fondo umoresco e sapido che lo contraddistinguerà nell'arco di una produzione abbondante e sempre apprezzata.





L'edizione da noi considerata è:



Antonio Baldini

Michelaccio

Mondadori - 1942





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