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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Teodoro Lorenzo

Il campione

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Osvaldo Barone, di Torino. Null’altro.
D’altronde come si può, mi chiedo, aggiungere qualcosa per descrivere un ragazzo di appena sedici anni.
Era uno dei tanti. Non ancora uomo, non più bambino, impaziente anche lui come tutti i suoi coetanei di superare di slancio quegli anni difficili, di attraversare correndo, il più in fretta possibile, il ponte di assi sconnesse, malsicuro e scricchiolante che è l’adolescenza per mettere piede sull’altra sponda, quella della maggiore età, quella degli uomini, immaginario e illusorio paradiso di delizie da scoprire.
Chi procede su questo ponte è come un plotone compatto di piccoli soldati uguali tra loro, perfettamente intercambiabili.
Stessi tatuaggi, a volte un piercing, le scarpe da tennis rigorosamente Nike, jeans a vita bassa e dopo un po’ a vita alta secondo le cicliche maree imposte dagli stilisti nostrani. I polsi zeppi di braccialetti, l’ultimo modello di cellulare in tasca e gli auricolari incollati alle orecchie. Poi lo slang da branco e le pose da vissuti, lupi di mare che fingono di aver solcato tutti gli oceani.
Vorrebbero in questo modo ingannare i guardiani del ponte e passare di soppiatto dall’altra parte.
Ma loro, inflessibili, incorruttibili, inevitabili sorridono beffardi a questi espedienti.
Hanno stabilito un prezzo per chi ha goduto della gioiosa riva dell’infanzia ed è un prezzo molto alto che solo il  cuore di questi piccoli soldati  dovrà pagare un giorno. Sono lì, alla fine del ponte e aspettano, aspettano  senza fretta per cancellare i loro sogni.
Perché è questo e non altro ciò che vogliono: i sogni.
Ma per Osvaldo non era ancora arrivato il tempo delle riflessioni amare.
Andava a letto presto, presto si svegliava la mattina per ripassare la lezione. Poi svogliatamente andava a scuola, terzo anno di perito elettronico, e tra un canto dell’Inferno ed un’equazione la sua mente correva già alla felicità che gli avrebbe riservato il pomeriggio, pieno di un rettangolo verde e di un pallone.
Perché anche lui come quasi tutti i soldati di quel ponte era appassionato di calcio , anzi di più ; Osvaldo il calcio lo amava. Un amore certamente esigente, che tanto pretendeva, ma per lui nessun sacrificio era troppo gravoso.
E così alla fine delle lezioni mangiava un panino di corsa ed era già in strada,  per arrivare in tempo all’inizio degli allenamenti.
A proposito dei quali mister Giordano aveva idee molto chiare. Se si voleva giocare a pallone, ebbene doveva essere il pallone il centro di ogni pensiero. Non ammetteva deroghe a questa regola. Bisognava conoscere l’attrezzo.
Non si era lasciato sedurre dalle nuove teorie di Coverciano sostenute da rampanti ex professori di ginnastica assurti al fasto nominalistico di preparatori atletici. Secondo loro un calciatore prima di tutto deve essere un atleta e pertanto andava privilegiata la preparazione fisica.
Così quando hai smesso di correre e ti capita la palla tra i piedi ti prende il panico, chiosava Giordano. Ragazzi, non facciamo che quella cosa rotonda che vi rotola davanti diventi un ufo - oggetto non identificato.
E allora non c’era che il muro per ricoprire i piedi di velluto. Due, tre metri di distanza e poi piatto destro, uno due tre, piatto sinistro, uno due tre, destro  sinistro, destro sinistro, e avanti così per  ore, mesi, anni.
Giordano  pretendeva  che tra un colpo e l’altro si contasse mentalmente, uno due tre destro, uno due tre sinistro. Solo così si prendeva il ritmo, diceva, si raggiungeva la giusta concentrazione e le gambe, il pallone, i movimenti diventavano parte di un’unica danza.
Poi si passava alla conduzione della palla, da porta a porta; interno ed esterno, interno ed esterno. Per ore, mesi, anni.
Poi si imparavano i primi movimenti per superare l’avversario. Dieci paletti conficcati in fila indiana a distanza di un metro l’uno dall’altro; si portava il pallone lì dentro, zigzagando, prima con l’interno, destro e sinistro, poi con l’esterno, destro e sinistro. Per ore, mesi, anni.
Poi arrivavano gli scambi con i compagni, l’uno-due, vale a dire l’abc del calcio, il mattone sul quale si costruisce l’intero edificio del gioco collettivo. Si passa la palla ad un compagno che di prima te la rimette davanti con l’avversario che rimane alle spalle.
Giordano aveva escogitato per l’uno-due un marchingegno semplice ma geniale,  chissà se l’aveva costruito lui stesso o l’aveva commissionato ad un falegname. Un triangolo di legno, tre lati inchiodati assieme. I calciatori in fila, uno dietro l’altro, in velocità per un tratto, poi tum, pallone contro la sponda di legno e avanti a riprenderlo per chiudere l’uno-due. Per ore, mesi, anni.
Poi si continuava con gli stop; di petto, di coscia, di piede, e con il piede, di destro, di sinistro, di interno, di esterno, con la suola. E poi i tiri in porta; destro, sinistro, al volo, da fermo, in corsa, rasoterra, di controbalzo, in acrobazia, di interno, d’esterno, di collo. Poi i  colpi di testa; saltando da soli o dietro l’avversario, da fermi o in corsa. Ed infine i cross e i lanci. Per ore, mesi, anni.
Alla fine di tutto questo sarà venuto fuori un calciatore? Quasi mai.
Non esistono leggi sicure nel calcio. Due più due  quasi mai fa quattro. La cultura positivista ed il metodo scientifico non troveranno mai asilo in uno spogliatoio. Per dire, a Galilei il calcio non sarebbe piaciuto. E se sarete un giorno il presidente di una squadra di calcio e dovrete scegliere il vostro allenatore tra il nuovo scienziato e l’altro, quello notoriamente  baciato dalla buona sorte, non abbiate dubbi: scegliete il culoso. Nel calcio regna sovrana l’eterna magia dell’imponderabile. In una partita tutto può cambiare in un attimo :bastano un paio di centimetri e la palla destinata in fondo alla rete si stampa sul palo. Così accade per i destini umani
L’impegno naturalmente è importante ma più di ogni cosa contano nascita e sorte.
Giordano lo sapeva bene, per questo non rispondeva mai quando gli chiedevano una previsione su uno dei suoi allievi. Aveva visto ragazzi con il magnete tra i piedi fare mirabilie nei tornei giovanili e poi perdersi perché incapaci di reagire alle prime difficoltà. Aveva visto ragazzi prodigiosi in allenamento, sicuri e pieni di personalità, trasformarsi in anonimi comprimari durante la partita  perché spaventati dal pubblico.
Sapeva bene che in fondo calciatori si nasce , e non si diventa.
Ci vuole carattere e talento, qualità che non si possono apprendere.  Quando arriva la palla sapere già cosa  fare, pensare un attimo prima degli altri, avere sveltezza e coordinazione per trasformare in azione quel pensiero, inventare, sorprendere ogni volta gli avversari, non aver paura di rischiare un tiro al volo anche se la palla finirà in curva.
Rendere semplice ciò che è difficile, tra le diverse soluzioni scegliere la più efficace, dribblare solo se è necessario, mai fare una giocata per compiacere se stessi ma pensare sempre e solo all’utilità della squadra.
E se all’ultimo minuto ti fischiano un rigore a favore e stai perdendo uno a zero, prendere la palla, appoggiarla sul dischetto e spararla nel sette, così, senza un brivido.
La natura, si diceva. Dipende da ciò che alla nascita ti ha messo dentro il Padreterno, che è sempre molto parsimonioso in questo senso. Per questo di calciatori ne nascono pochi. Ma Osvaldo Barone era un calciatore. Lui era nato calciatore.
Giocava nel Beinasco ma Giordano sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo anno. Troppe squadre importanti avevano già telefonato in sede per avere informazioni, troppi osservatori si erano avvicendati negli ultimi  mesi in tribuna .
Sarebbe volato via dal nido, era inevitabile. Giordano sperava solo che gli lasciassero il tempo di aiutare la squadra a vincere il titolo piemontese.
Anche la direzione del cielo era segnata. Giordano sapeva anche questo. Osvaldo non avrebbe mai accettato un trasferimento che non fosse quello da lui desiderato.
Era il sogno che lasciava ogni mattina sul cuscino quando si alzava svogliatamente per andare a scuola.
Soltanto al mister aveva osato confessare quel nome e quel nome era Juventus, la squadra della sua città, la più forte, la più nobile, la più titolata.
Era il settantacinque e lui passava ore davanti all’album Panini. Sapeva a memoria la formazione della Juve, peso, altezza e carriera di tutti i giocatori, riserve comprese.
Quando non era impegnato con gli allenamenti passava interi pomeriggi in piazzetta a giocare, a giocare ancora, a giocare sempre: a palla, pallone, pallina. Qualsiasi cosa purché rotolasse e si potesse prendere a calci.
In realtà le dimensioni dell’attrezzo, tanto per dirla alla Giordano,  variavano a seconda del  campo  e delle porte.
Se si giocava in piazza, quindi c’era spazio e le porte erano grandi, si prendeva il pallone. Se invece si giocava nei giardini, con uno spazio esiguo e le panchine come porte, ci voleva la palla, più piccola.  Ma a volte si prendevano due cassette tra i rifiuti del mercato e si appoggiavano sul lato lungo. Quelle diventavano le  porte e allora bisognava usare la pallina da tennis.
Così per ore, mesi, anni.
Sicuramente arrivava da quegli infiniti pomeriggi la straordinaria capacità tecnica di Osvaldo.
Durante le partite con gli amici  simulava la telecronaca di Nando Martellini.  Furino prende palla a centrocampo, resiste al contatto di un avversario, la smista sulla destra alla volta di Causio, Causio si  libera di un uomo, si invola sulla fascia ed effettua il traversone, irrompe a centro area Anastasi… Anastasi…gol!  Anastasi con un gran tiro  al volo mette il pallone alle spalle di Ginulfi portando in vantaggio la Juventus. Juventus 1-Roma 0.
In quelle epiche battaglie pomeridiane lui era sempre Anastasi.
Si identificava nella sua storia di ragazzo del  sud, da Catania a Torino, alla Juventus. Gli sembrava un po’ simile alla sua, nato a Torino ma figlio di siciliani. Gli sembrava che  la scelta fosse in qualche modo inevitabile, non poteva esserci altro campione per realizzare una identificazione credibile.
In verità il suo modello era un altro, era Bettega, per lui aveva un’ammirazione sconfinata.
Il suo era un calcio chirurgico, di una pulizia assoluta. Mai una sbavatura, mai una leziosità, mai un tocco in più. Faceva sempre e solo quello che andava fatto in quella situazione, e non sbagliava mai. Lui era il manuale del calcio.
Anche Osvaldo giocava con il numero undici ma Bettega gli sembrava troppo altolocato, troppo borghese, inavvicinabile per lui. Che era un popolano, che veniva dalla strada, come Pietro Anastasi, e allora viva Petruzzu.
La chiamata  del destino arrivò proprio il giorno dopo la partita che sanciva la vittoria del titolo regionale.
La raccomandata informava che la Juventus aveva ottenuto dal Beinasco il prestito del giocatore Osvaldo Barone per tutta la durata del torneo in notturna  Golden Boy di Abbiategrasso.
Giordano dandogli il via libera l’aveva fatto uscire dal nido; sapeva che Osvaldo era pronto a volare. Adesso c’era il cielo da conquistare.
Osvaldo pianse la sera in cui si vide addosso quella maglia. Niente di imbarazzante, non voleva farsi vedere  dai nuovi compagni; solo due lucciconi in bilico sull’orlo delle palpebre risospinti indietro appena  un istante prima che precipitassero sulle guance.
Era il sogno  che aveva lasciato il cuscino per diventare realtà.
Ma non c’è più tempo per la commozione. L’arbitro è già lì per l’appello. Quando esce dallo spogliatoio il campo è un catino di luce. Esegue gli ultimi scatti per tenere caldi i muscoli e  si comincia.
Osvaldo  gioca bene i primi palloni che riceve, i più importanti, quelli che decidono il corso personale di una partita. Gli tornano in mente i consigli di Giordano prima di partire: gioca come sai , gioca facile, non strafare.
Si sente bene, si muove con agilità e mano a mano che il tempo passa acquista sempre più fiducia.
“Bravo Barone, forza” sente gridare ogni tanto dalla panchina.
Non è la voce di Giordano ma la sente ugualmente calda. E gli fa bene.
Ecco, si trova ora a metà campo, si fa vedere smarcato, chiama la palla… troppo lunga, si distende in scivolata, vede un avversario incombere su di lui….
Un dolore lancinante mi prende la gamba e urlando mi accascio a terra. La gamba destra è piegata all’altezza del ginocchio, non riesco più a distenderla.
Un capannello di gente mi si forma attorno, osservo le loro espressioni sconvolte.
Arriva la barella, qualcuno mi butta addosso una coperta , mi caricano in fretta sull’ambulanza mentre il dolore spalanca davanti a me baratri spaventosi.
Spostarmi dalla barella al tavolo dei raggi e poi sistemare le lastre sotto la gamba è come precipitare in un abisso.
Non voglio urlare, mi sforzo di non farlo ma fitte terribili mi annichiliscono ad ogni leggerissimo movimento, ondate di dolore invadono ogni fibra del mio corpo. Alla fine piango, ed urlo. Basta, vi prego, pietà.
La liberazione arriva finalmente con il sonno; in anestesia totale riducono la frattura. Perché di questo si trattava: frattura scomposta del condilo mediale del femore destro.
Quando mi risveglio mi sembra di essere disteso sotto l’albero maestro di un veliero. La gamba sopra un paio di cuscini, informe per il gonfiore, è incassata dentro una lunga conchiglia di gesso. Vedo strani fili e tiranti che partono da un lungo tubo d’acciaio sopra di me, l’albero della nave. Il lenzuolo, teso come una vela, copre tutto.
Ho indosso solo le mutande. I calzettoni, la maglia, perfino i pantaloncini, non ritrovo più nulla, è tutto sparito, opera evidentemente di qualche infermiere del pronto soccorso a cui non è parso vero di arraffare con tanta facilità un tale prezioso bottino.
Mi spiegano che il veliero è il congegno necessario alla trazione.
Sette giorni e sette notti di immobilità assoluta, pappagallo e padella per le umilianti necessità del corpo. Infine l’operazione. Due viti incrociate dentro il femore, mezzi di osteosintesi le chiamano.
È  passato un mese da quella sera.
Sono qui, sul terrazzino dell’Ospedale di Abbiategrasso, insieme ad altri malati, a godermi gli ultimi caldi raggi del sole che calando si portano via un altro giorno. Sono seduto su una sedia a rotelle, mi hanno detto che tra qualche giorno potrò finalmente tornare a casa.
Davanti a me gli alberi si ergono maestosi e sembrano schiacciare ancora più in basso le case e le fabbriche ma li vedo lontani, lontani come sono ora  i miei sogni.
Perché Osvaldo Barone sono io.
Il calcio per me è diventato un ricordo. D’ora in poi ne potrò solo parlare. Di ricominciare a giocare non se ne parla nemmeno.
I dottori  non mi hanno dato nessuna speranza. È  già tanto se non rimarrò zoppo per il resto della mia vita; la frattura ha leso una cartilagine di accrescimento. Una gamba potrebbe crescere e l’altra no.
Boniperti mi ha mandato un telegramma augurandomi una pronta ripresa ma è la solita formula di cortesia. La Juventus comunque è stata perfetta.
Ha mandato più volte il dottore della prima squadra per visitarmi e spedito all’ospedale  buste piene di spille, penne, portachiavi, gagliardetti.
In tutta la storia del calcio  probabilmente sono stato l’unico ad essersi rotto il femore nel corso di una partita ma non entrerò per questo nel guinness dei primati. Rimarrò solo uno dei  tanti sfigati. Ricordate? si parlava di fortuna.
L’ho scritto io questo racconto, disteso sul mio letto, nel tentativo di rimediare almeno in parte alla monotonia  della vita d’ospedale.
Quella che ho scritto dunque è una storia vera, tremendamente vera purtroppo, ma solo ad un certo punto sono intervenuto in prima persona perché se i sogni e le speranze che coltivavo un tempo potevano essere comuni a migliaia di altri ragazzi come me così da poterne scrivere impersonalmente, il resto della storia è diventato solo ed esclusivamente mio.
Il dolore fisico è un’esperienza che non puoi dividere con  nessuno, riguarda solo te stesso. È  un mostro orribile che devi affrontare da solo quando decide di affondare  i suoi artigli  dentro di te e strapparti la carne.
Qui sul terrazzino, di fronte a questo meraviglioso crepuscolo, rileggo ciò che ho scritto all’inizio del racconto.
C’è un momento nella vita  in cui ci si rende conto che l’adolescenza è rimasta per sempre alle spalle, che abbiamo attraversato il ponte. E questo momento coincide sempre con un dolore.
Da lì  in poi si chiudono gli occhi dell’immaginazione e si aprono quelli della realtà di tutti i giorni. E ci si accorge che in fondo non era così bello come si pensava il mondo che ci stava aspettando e che noi aspettavamo.
Anch’io ho pagato il pedaggio, anch’io ho attraversato il ponte lasciando ai  guardiani i miei sogni mentre dietro di me fitte schiere di altri ragazzi si stanno approssimando.
Per ora non vedono i mostri al termine del ponte con la mano protesa ad esigere il loro  tributo.
Ma è solo una questione di tempo.



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