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Stefano Torossi

Il fascino dell'ulcera

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A Roma, a Trastevere, c’è un luminoso esempio dell’architettura di regime: la sede della Gioventù Italiana del Littorio - GIL (ora naturalmente Ex). E’ un edificio vestito di quella essenziale bellezza lineare che avevano raggiunto i palazzi pubblici nella prima metà degli anni trenta, soprattutto quando la loro progettazione era messa in mano a gente in gamba, come in questo caso Luigi Moretti.
Poi, certo, il fascio, tanto bravo a scegliere i propri architetti, cadeva nell’eccessivo quando si impuntava a voler piazzare a tutti i costi i sui messaggi politici su ogni superficie possibile, come questo pannello marmoreo che copre un’intera parete del salone di ingresso. Trionfali “Noi tireremo diritto” e recriminatorie “Sanzioni”, inique o no, con l’inevitabile “M” a incorniciare la carta dell’Africa e le colonie appena conquistate
Noi eravamo lì non per ragioni nostalgiche, ma per festeggiare la decima edizione della rassegna “DermArt”, la geniale invenzione con la quale Massimo Papi, dermatologo, ogni anno ci racconta le malattie della pelle attraverso il confronto con l’arte visuale.
È un appuntamento al quale, come speriamo non abbiano dimenticato i nostri lettori, noi non manchiamo mai perché la sua formula, ripetiamo, geniale, ci porta a vedere con occhio di terapeuta, e quindi per la maggior parte di noi nuovo, i capolavori della pittura mondiale (unghie deformi, pelli macchiate, verruche, nei e molteplici altre imperfezioni), mentre con l’analisi clinica ci accompagna, viziandoci quasi, nella morbosa attrazione che quasi tutti noi proviamo a vedere con occhio di uomo qualunque, stavolta autorizzato dall’impostazione estetico culturale della faccenda, quella che potremmo senz’altro chiamare la putrefazione in vita del corpo, o meglio del suo involucro esterno, la pelle, che è il primo spazio su cui il profano vede e identifica la malattia.
In altre parole, un intervento su un rene o sui polmoni ci fa entrare nell’interno del corpo, cioè in un terreno che nessuna persona normale riconosce (brandelli di muscoli, vasi, nervi e budelli, sanguinolenti o no, ma non familiari e quindi non emozionanti) mentre tutto quello che riguarda la pelle è immediatamente percepito perché a noi familiare, e perciò anche lo spettatore non competente ci si può tuffare con tutti i brividi del caso: ribrezzo, paura, orrore, ma comunque sempre con partecipazione.
Appunto: il fascino dell’ulcera.
Una coincidenza a dir poco sorprendente.
Oggi 20 settembre 2018 è festa grande con messa solenne, ostensione delle reliquie e processione con banda presso la chiesa di San Salvatore in Lauro, il cui parroco è da sempre uno sfegatato ammiratore di Padre Pio.
 Sono cent’anni esatti dal giorno in cui al Santo da Pietrelcina furono imposte le Stimmate.
Su questo argomento, malgrado il seguito sempre crescente che lui ha raccolto nel gregge dei fedeli, negli anni si sono susseguite furiose polemiche: queste famose stimmate sono frutto di uno stato di isteria morbosa e quindi autoimposte e magari mantenute o aggravate con la somministrazione di pozioni, come hanno testimoniato fior di medici? Oppure sono l’imperscrutabile frutto della volontà divina che ha scelto come portatore del suo verbo il frate, come ha testimoniato nientemeno che il penultimo Papa facendolo santo?
Naturalmente queste considerazioni sono decisamente un po’ troppo elevate per noi, che sull’argomento siamo impreparati e non sapremmo come gestirle. Ci colpisce invece la coincidenza a dir poco sorprendente delle date.
Perché il 20 settembre è, sì la prima apparizione delle stimmate su mani e piedi di Padre Pio, strepitosa e incomprensibile manifestazione di potere sovrannaturale di Dio e della sua chiesa, ma è anche la data della presa di Porta Pia, cioè della fine del potere per niente sovrannaturale, ma naturalissimo, anzi temporale della chiesa stessa. Espiazione?
O una coincidenza voluta dal supremo? O dallo stesso Padre Pio? O solo dal caso? Mah!



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