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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Il fiato dell'organo

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13 dicembre 2018, giovedì. S. Giovanni dei Fiorentini, una chiesa di proporzioni nobilissime; per noi la più elegante di Roma. Rinascimento puro, bianca e grigia, niente ori o affreschi, solo le linee armoniose degli archi.
Con improvvise apparizioni di cappelle e altari che più barocchi non si può. Eppure, proprio grazie a queste presenze occasionali, l’eccesso in piccole dosi previene la nausea da indigestione che talvolta, in altri contesti troppo ricchi, colpisce.
Una specie di estetica mitridatizzazione.
In questa chiesa c’è un vasto assortimento di curiosità: dalla tomba del Marchese del Grillo a quella di Francesco Borromini. C’è anche, a sinistra dell’altar maggiore, una nicchia con una reliquia avvolta nell’oro: si tratta del piede di Maria Maddalena, presentato da un cartello che dichiara, in italiano: “Il primo piede a essere entrato nel sepolcro di Cristo risorto”. C’è anche la versione inglese, ma di quella ci occuperemo dopo.
Ton Koopman siede al grande organo di Filippo Testa del 1680, restaurato dal Formentelli nel 1995. Considerato il migliore organo barocco di Roma, apprezzato fin dalla sua costruzione da compositori e solisti, è inerpicato in cima alla controfacciata, con accesso attraverso una scaletta a chiocciola trapanata nel muro.
E’ una serata del RomaFestivalBarocco di Michele Gasbarro e Koopman suona magnificamente, come d’altra parte si ha il diritto di aspettarsi da un signore che è fra i grandi solisti del mondo.
Mentre ascoltiamo, senza niente da guardare, perché il virtuoso se ne sta lassù, invisibile, appollaiato davanti alla tastiera, liberati dal vincolo dell’immagine che a un concerto di solito distrae un po’, ci abbandoniamo alla musica e anche ai pensieri in libertà.
Ci siamo ricordati un evento al quale eravamo presenti sei anni fa, il 12/12/12, lo stesso luogo e quasi lo stesso giorno: penultimo concerto di Nuova Consonanza, dedicato all’organo antico nella musica contemporanea. Solista, il virtuoso Luigi Celeghin, fantasioso esecutore, collaudatore, ispettore di organi antichi e moderni e uomo spiritosissimo che ci ha fatto sorridere quando, prima del concerto, lo abbiamo visto controllare se si era messo le scarpe a pianta stretta.
Un organista suona anche con i piedi, ci ha fatto notare, e siccome i tasti della pedaliera sono piuttosto vicini fra loro, guai a indossare scarpe grosse. Sarebbe come pretendere di fare Chopin con i guantoni da boxe (parole sue).
A fine concerto, dopo un turbine di applausi, riemerse dalla chiocciola dell’organo e ci venne a salutare tutti. Aveva un’aria un po’ strana, un po’ smarrita, fra le nuvole. La mattina dopo non si svegliò. Che bell’uscita di scena: in gloria; e non è un modo di dire.

       A proposito dell’organo abbiamo anche una riflessione che ci gorgoglia in gola da un po’, e la comunichiamo con il massimo rispetto, soprattutto per gli amici organisti.
        L’organo è uno strumento che ti toglie il fiato, perché lui stesso non lo prende mai. Violini e violoni respirano a ogni su e giù dell’archetto, gli ottoni e i legni per bocca dei loro suonatori, solo lui non ne ha bisogno.
E così, con tutto il carico della sua maestà, dolcezza o potenza, per empatia fisiologica ci mette in affanno.

…e per concludere in bellezza, non vogliamo privare i nostri amici anglofoni del sottile godimento che, siamo sicuri, li pervaderà nel leggere la versione tradotta a uso dei turisti della scritta italiana che abbiamo citato prima.
Eccola qui che presenta (in tutto il suo makkeronik english) il piede della Maddalena.
Una bella chicca, eh?



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