CLASSICI
Alfredo Ronci
Ma se il giudizio ‘positivo’ non fosse del tutto vero? “La pelle” di Curzio Malaparte.

Perché nel titolo dico questo? Andiamo con ordine.
Nel parlare in modo entusiasta del capolavoro di Malaparte, e cioè Kaputt (in questa rubrica, tempo fa), tra le altre cose dicevo: Trovo scandaloso il modo in cui Curzio Malaparte è sempre stato trattato dalla ‘critica’ letteraria nostrana. Sentite cosa diceva Giuseppe Petronio nel suo Racconto del novecento letterario: Fascista e antifascista, versipelle congenito, esempio esemplare di malcostume cinico ed intelligente.
Ora, al di là del fatto che Petronio non ha aggiunto alcunché al “ritratto” di Malaparte (fu fascista e antifascista davvero e versipelle non è necessariamente un giudizio malevolo), mi sembra però, e qui in qualche modo faccio un mea culpa, che il giudizio così definito non sia così lontano dalla realtà. Anzi.
La pelle viene scritto dopo il successo di Kaputt, tanto che le note al testo di questa edizione del libro dicono: diversamente da quanto era accaduto per Kaputt, la cui materia si fondava anche su appunti stesi da Malaparte mentre era corrispondente di guerra, La pelle sembra essere stato concepito e allestito per costituire un valido seguito al precedente romanzo, rivelatosi un vero e proprio caso editoriale.
In realtà il romanzo non doveva intitolarsi così. Malaparte, sin dai primi tempi, lo chiamò La peste, ma in quegli anni (per la precisione 1947) uscì il romanzo di Albert Camus e quindi lo scrittore dovette tornare sulle sue decisioni e alla fine decise di titolarlo La pelle umana.
Ma al di là di certe informazioni (anche necessarie, se vogliamo) cos’è che in qualche modo ci (mi) convince sulla ‘natura’ intellettuale di Malaparte? Cioè: ma lo scrittore è davvero presente in tutto quello che racconta o forse, grazie anche alla sua intelligenza e al suo modo di essere centrale, c’è qualcosa di inventato che alla fine però coinvolge di più tutta la storia?
C’è un pezzo nel romanzo che in qualche modo ce lo suggerisce. Quando nell’episodio del Vesuvio che erutta di nuovo, discutendo di cosa è arte e cosa non lo è (è anche qui non svirgolo di un millimetro) ci dice: “Mi piacerebbe sapere” disse Pierre Lyautey volgendosi a me con garbata ironia “che cosa c’è di vero in tutto quello che raccontate in Kaputt”.
“Non ha alcuna importanza” disse Jack “se quel che Malaparte racconta è vero o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel che egli fa è arte, o no”.
“Non vorrei essere scortese con Malaparte, che è mio ospite” disse il Generale Guillaume “ma penso che in Kaputt egli si prenda gioco dei suoi lettori”.
E’ chiaro che nel discorso si fa riferimento alla allora ultima opera di Malaparte, ed anche più esplicito il fatto che chi fa arte semina “discordia” in ogni luogo (perché non andarsi a rileggere il saggio di Mario Lavagetto La cicatrice di Montaigne?), ma pare proprio che Malaparte, anche in questo La pelle, abbia voluto mettere insieme il sacro col profano.
Sono molti gli episodi caratteristici dell’opera (a cominciare da tutti i riferimenti che lo scrittore fa ai napoletani e alla città di Napoli. Uno per tutti… Napoli è una Pompei che non è mai stata sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno), come molto bello e ‘moderno’ il capitolo dedicato alla omosessualità nel mondo e sul suolo campano. E ancora più sentito ci sembra il punto in cui Malaparte racconta della fine del suo cane, un animale fedele ma anche libero da ‘imposizioni’, che lo scrittore ritroverà, col grembo aperto e legato, in uno studio di sperimentazione animale (conosco persone che sanno de La pelle soprattutto per questo episodio).
Dunque accanto a questi episodi che ci sembrano ‘storicamente’ corretti ce ne sono altri che francamente non riusciamo a comprendere se non nella mania, tutta malapartiana, di raccontare un surplus che forse, il forse è obbligatorio, l’opera da lui presentata avrebbe fatto a meno ad espletare. Come la scena del pranzo in casa del generale Jack dove, al posto di un pesce, gli ospiti si vedono servire il cadavere di una bambina messa lì su un vassoio come fosse davvero un pesce di assoluto ‘prestigio’.
La pelle è tutto questo: uno straordinario racconto di un uomo che sa di essere rispettato e considerato ma a volte, preso chissà da quale ‘partitura’ particolare, si lascia andare a situazioni, e anche a considerazioni, del tutto fuorvianti. E, credetemi, non lo dico solo io.
L’edizione da noi considerata è:
Curzio Malaparte
La pelle
Adelphi
Nel parlare in modo entusiasta del capolavoro di Malaparte, e cioè Kaputt (in questa rubrica, tempo fa), tra le altre cose dicevo: Trovo scandaloso il modo in cui Curzio Malaparte è sempre stato trattato dalla ‘critica’ letteraria nostrana. Sentite cosa diceva Giuseppe Petronio nel suo Racconto del novecento letterario: Fascista e antifascista, versipelle congenito, esempio esemplare di malcostume cinico ed intelligente.
Ora, al di là del fatto che Petronio non ha aggiunto alcunché al “ritratto” di Malaparte (fu fascista e antifascista davvero e versipelle non è necessariamente un giudizio malevolo), mi sembra però, e qui in qualche modo faccio un mea culpa, che il giudizio così definito non sia così lontano dalla realtà. Anzi.
La pelle viene scritto dopo il successo di Kaputt, tanto che le note al testo di questa edizione del libro dicono: diversamente da quanto era accaduto per Kaputt, la cui materia si fondava anche su appunti stesi da Malaparte mentre era corrispondente di guerra, La pelle sembra essere stato concepito e allestito per costituire un valido seguito al precedente romanzo, rivelatosi un vero e proprio caso editoriale.
In realtà il romanzo non doveva intitolarsi così. Malaparte, sin dai primi tempi, lo chiamò La peste, ma in quegli anni (per la precisione 1947) uscì il romanzo di Albert Camus e quindi lo scrittore dovette tornare sulle sue decisioni e alla fine decise di titolarlo La pelle umana.
Ma al di là di certe informazioni (anche necessarie, se vogliamo) cos’è che in qualche modo ci (mi) convince sulla ‘natura’ intellettuale di Malaparte? Cioè: ma lo scrittore è davvero presente in tutto quello che racconta o forse, grazie anche alla sua intelligenza e al suo modo di essere centrale, c’è qualcosa di inventato che alla fine però coinvolge di più tutta la storia?
C’è un pezzo nel romanzo che in qualche modo ce lo suggerisce. Quando nell’episodio del Vesuvio che erutta di nuovo, discutendo di cosa è arte e cosa non lo è (è anche qui non svirgolo di un millimetro) ci dice: “Mi piacerebbe sapere” disse Pierre Lyautey volgendosi a me con garbata ironia “che cosa c’è di vero in tutto quello che raccontate in Kaputt”.
“Non ha alcuna importanza” disse Jack “se quel che Malaparte racconta è vero o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel che egli fa è arte, o no”.
“Non vorrei essere scortese con Malaparte, che è mio ospite” disse il Generale Guillaume “ma penso che in Kaputt egli si prenda gioco dei suoi lettori”.
E’ chiaro che nel discorso si fa riferimento alla allora ultima opera di Malaparte, ed anche più esplicito il fatto che chi fa arte semina “discordia” in ogni luogo (perché non andarsi a rileggere il saggio di Mario Lavagetto La cicatrice di Montaigne?), ma pare proprio che Malaparte, anche in questo La pelle, abbia voluto mettere insieme il sacro col profano.
Sono molti gli episodi caratteristici dell’opera (a cominciare da tutti i riferimenti che lo scrittore fa ai napoletani e alla città di Napoli. Uno per tutti… Napoli è una Pompei che non è mai stata sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno), come molto bello e ‘moderno’ il capitolo dedicato alla omosessualità nel mondo e sul suolo campano. E ancora più sentito ci sembra il punto in cui Malaparte racconta della fine del suo cane, un animale fedele ma anche libero da ‘imposizioni’, che lo scrittore ritroverà, col grembo aperto e legato, in uno studio di sperimentazione animale (conosco persone che sanno de La pelle soprattutto per questo episodio).
Dunque accanto a questi episodi che ci sembrano ‘storicamente’ corretti ce ne sono altri che francamente non riusciamo a comprendere se non nella mania, tutta malapartiana, di raccontare un surplus che forse, il forse è obbligatorio, l’opera da lui presentata avrebbe fatto a meno ad espletare. Come la scena del pranzo in casa del generale Jack dove, al posto di un pesce, gli ospiti si vedono servire il cadavere di una bambina messa lì su un vassoio come fosse davvero un pesce di assoluto ‘prestigio’.
La pelle è tutto questo: uno straordinario racconto di un uomo che sa di essere rispettato e considerato ma a volte, preso chissà da quale ‘partitura’ particolare, si lascia andare a situazioni, e anche a considerazioni, del tutto fuorvianti. E, credetemi, non lo dico solo io.
L’edizione da noi considerata è:
Curzio Malaparte
La pelle
Adelphi
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