CLASSICI
Alfredo Ronci
Qual era la verità? “Amori d’Oriente” di Giovanni Comisso.

La questione è proprio questa. Dov’è la verità in questo libro, ammettendo che l’autore ce ne abbia voluta dare una? Questo testo è stato ampiamente discusso, anche con accenti moralistici che, al momento della sua uscita (1949), forse potevano essere “validi” (ma ricordiamoci che eravamo in Italia e nulla si poteva fare contro Dio, la patria e la famiglia, nonostante il fascismo fosse caduto.) Basti pensare che Amori d’Oriente doveva uscire accanto a Cina-Giappone (poi Le donne gentili) che era un volume di esperienze fatte come inviato, anzi, come maestro di giornalismo errante ma per motivi di censura fu escluso.
Fu appunto un testo “esclusivo” e censurato, che in qualche modo indugiava sugli aspetti paesaggistici e impressionistici del viaggio e soprattutto su un percorso turistico-erotico, divulgando l’immagine del viaggiatore italiano conquistadores e a lungo in voga nel costume e anche in una certa letteratura maschilista e colonialista.
E appunto qui arriviamo. Ma Comisso era un maschilista e colonialista o attraverso certi scenari e certe situazioni erotiche-conquistatrici si prefiggeva un traguardo che secondo i tempi e le maniere era invece del tutto irrealizzabile?
Prima di andare oltre mi piace ricordare quello che Parise scrisse nei suoi Sillabari a proposito di Comisso e dei suoi Amori d’Oriente: Il libro era intitolato Amori d’Oriente e quasi nessuno lo conosceva come quasi nessuno sapeva che in quel luogo senza nemmeno cicale viveva ancora un poeta: parlava di una Cina che oggi sembrerebbe quasi inventata, tanto lontane erano quelle donne incipriate e coi pomelli tinti di rosso, quelle sete in cui erano avvolte, quei movimenti dei ventagli, dalla Cina di oggi… I miei Amori d’Oriente, che libro!
Ora non sappiamo in verità se Amori d’Oriente, come scrisse allora Parise, fosse un libro che quasi nessuno conosceva, ma nel raccontarlo fa intravedere certe tematiche classiche ma che non allontanano di un centimetro l’analisi che noi andiamo svolgendo. Ma Comisso era, come tutti gli europei di allora, un colonialista e in più, aggiungiamo noi, un uomo che attraverso falsi intendimenti sessuali alla fine però rientrava in una logica più vera?
Nella presentazione che Mario Monti fa nell’edizione sessantottina del libro c’è un passaggio che lascia intendere quale fossero davvero i “significati” di Amori d’Oriente. Parlando delle critiche al testo, riporta il giudizio morale di un altro intellettuale, Guido Sommavilla, che dice: Vergogne (d’un italiano) in oriente’ sarebbe stato il titolo giusto. E sono vergogne di cui l’autore, di esse e del libro che le racconta, neanche si vergogna… tra il ’29 e il ’30, Comisso s’imbarca in direzione dell’estremo oriente a ‘divertirsi’. In tempi di decolonizzazione, anzi spesso di furioso anticolonialismo coe i nostri, questo viaggio di un bianco per un tal fine, questo contributo di pregiata valuta occidentale e italiana alla prostituzione (sia secundum che contra naturam).
Insomma il Sommavilla, al di là di certi giudizi moralistici e ovviamente ben adatti ai tempi che si vivevano, espone però una valutazione ben precisa sul peccato ancora più grosso del momento: la colonizzazione, o meglio ancora, lo sfruttamento sistematico del corpo (visto ancora in senso più generale e coercitivo) e della seduzione erotica.
Certo, c’è l’altra sponda (per carità, non giochiamo sui doppi sensi), cioè quella che invece più si adatta al sentire di Comisso (Credo solo nei sensi, anzi, solo nella mia sensualità). Ecco allora gli elogi di Emilio Cecchi, di Umberto Saba (che gli scriveva una lettera davvero sentita e commossa) e di ammiratori francesi come Benjamin Cremieux.
Sensualità che sembra, soprattutto agli inizi, indirizzata verso un “sentire etero”, verso un concedersi, questo sì, coloniale e vergognoso, ma che poi nel tempo (anche se tra un viaggio e l’altro, ci si accorge del sentire più fisico nell’autore: Lorenzo prese ad osservarlo minutamente e ritrovava nella fierezza del suo volto, nella lucentezza degli occhi, quasi per nulla socchiusi, la stessa bellezza che poco prima lo aveva determinato a giudicarlo la più bella delle donne che ancora gli fosse avvenuto di incontrare in Cina) sembra dirigersi verso conclusioni più veritieri e “contra naturam”. Come quando capisce che il “servo” giapponese che si è apprestato a fargli da guida in realtà è fortemente attratto da lui.
Insomma un libro ancora privo di connotati fortemente psicologici (letterariamente Comisso fu abbastanza ristretto nelle sue vicende sentimentali), ma che in un paese come il nostro hanno rappresentato una via diversa al sentire erotico.
L’edizione da noi considerata è:
Giovanni Comisso
Amori d’Oriente
Longanesi
Fu appunto un testo “esclusivo” e censurato, che in qualche modo indugiava sugli aspetti paesaggistici e impressionistici del viaggio e soprattutto su un percorso turistico-erotico, divulgando l’immagine del viaggiatore italiano conquistadores e a lungo in voga nel costume e anche in una certa letteratura maschilista e colonialista.
E appunto qui arriviamo. Ma Comisso era un maschilista e colonialista o attraverso certi scenari e certe situazioni erotiche-conquistatrici si prefiggeva un traguardo che secondo i tempi e le maniere era invece del tutto irrealizzabile?
Prima di andare oltre mi piace ricordare quello che Parise scrisse nei suoi Sillabari a proposito di Comisso e dei suoi Amori d’Oriente: Il libro era intitolato Amori d’Oriente e quasi nessuno lo conosceva come quasi nessuno sapeva che in quel luogo senza nemmeno cicale viveva ancora un poeta: parlava di una Cina che oggi sembrerebbe quasi inventata, tanto lontane erano quelle donne incipriate e coi pomelli tinti di rosso, quelle sete in cui erano avvolte, quei movimenti dei ventagli, dalla Cina di oggi… I miei Amori d’Oriente, che libro!
Ora non sappiamo in verità se Amori d’Oriente, come scrisse allora Parise, fosse un libro che quasi nessuno conosceva, ma nel raccontarlo fa intravedere certe tematiche classiche ma che non allontanano di un centimetro l’analisi che noi andiamo svolgendo. Ma Comisso era, come tutti gli europei di allora, un colonialista e in più, aggiungiamo noi, un uomo che attraverso falsi intendimenti sessuali alla fine però rientrava in una logica più vera?
Nella presentazione che Mario Monti fa nell’edizione sessantottina del libro c’è un passaggio che lascia intendere quale fossero davvero i “significati” di Amori d’Oriente. Parlando delle critiche al testo, riporta il giudizio morale di un altro intellettuale, Guido Sommavilla, che dice: Vergogne (d’un italiano) in oriente’ sarebbe stato il titolo giusto. E sono vergogne di cui l’autore, di esse e del libro che le racconta, neanche si vergogna… tra il ’29 e il ’30, Comisso s’imbarca in direzione dell’estremo oriente a ‘divertirsi’. In tempi di decolonizzazione, anzi spesso di furioso anticolonialismo coe i nostri, questo viaggio di un bianco per un tal fine, questo contributo di pregiata valuta occidentale e italiana alla prostituzione (sia secundum che contra naturam).
Insomma il Sommavilla, al di là di certi giudizi moralistici e ovviamente ben adatti ai tempi che si vivevano, espone però una valutazione ben precisa sul peccato ancora più grosso del momento: la colonizzazione, o meglio ancora, lo sfruttamento sistematico del corpo (visto ancora in senso più generale e coercitivo) e della seduzione erotica.
Certo, c’è l’altra sponda (per carità, non giochiamo sui doppi sensi), cioè quella che invece più si adatta al sentire di Comisso (Credo solo nei sensi, anzi, solo nella mia sensualità). Ecco allora gli elogi di Emilio Cecchi, di Umberto Saba (che gli scriveva una lettera davvero sentita e commossa) e di ammiratori francesi come Benjamin Cremieux.
Sensualità che sembra, soprattutto agli inizi, indirizzata verso un “sentire etero”, verso un concedersi, questo sì, coloniale e vergognoso, ma che poi nel tempo (anche se tra un viaggio e l’altro, ci si accorge del sentire più fisico nell’autore: Lorenzo prese ad osservarlo minutamente e ritrovava nella fierezza del suo volto, nella lucentezza degli occhi, quasi per nulla socchiusi, la stessa bellezza che poco prima lo aveva determinato a giudicarlo la più bella delle donne che ancora gli fosse avvenuto di incontrare in Cina) sembra dirigersi verso conclusioni più veritieri e “contra naturam”. Come quando capisce che il “servo” giapponese che si è apprestato a fargli da guida in realtà è fortemente attratto da lui.
Insomma un libro ancora privo di connotati fortemente psicologici (letterariamente Comisso fu abbastanza ristretto nelle sue vicende sentimentali), ma che in un paese come il nostro hanno rappresentato una via diversa al sentire erotico.
L’edizione da noi considerata è:
Giovanni Comisso
Amori d’Oriente
Longanesi
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