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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Paolo Costanza

Il gioco dell'orco

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Un tanfo umido e pesante si scioglieva dalle pareti di pietra della cantina e impestava l’aria intorno. Lei se ne stava rannicchiata in un angolo, con le ginocchia strette tra le braccia e schiacciate sul seno, il respiro quasi trattenuto, la gola arida. Tremava dalla paura e dal freddo, eppure non piangeva, sapeva che era tardi per farlo.
Così accartocciata su se stessa, i capelli chiari che le accarezzavano le spalle strette, appariva piccola e magra. La luce livida rendeva più pallida del solito la pelle sottile del volto. E Lei, di solito, era molto pallida. Anche per questo dimostrava meno dei suoi ventotto anni, glielo dicevano in tanti e a Lei piaceva lasciarselo dire. Pensava fosse un complimento, magari ancora acerbo, che le lasciava sulle labbra un sorriso molto simile a una gioia ancora tutta da provare.
Un complimento, come quello che le aveva rivolto Lui poco prima, quando erano usciti sottobraccio dal bar non lontano dalla casa di Lei. Avevano bevuto un succo di frutta, in piedi davanti al bancone, tra la gente che entrava e usciva guardandoli appena.
L’unica cosa che Lei però desiderava adesso era fuggire da quel posto orribile e scappare lontano, scappare per salvarsi da Lui. E Lui senza un’apparente ragione, indossava un pesante passamontagna di lana spessa e scura; seppur messo storto, gli nascondeva buona parte del volto che Lei, però, aveva già visto. Era seduto sul pavimento di cemento duro e grezzo che graffiava i tessuti e la pelle, con le gambe allungate e la schiena appoggiata alla stessa parete sulla quale si trovava la porta della cantina. La testa non più eretta, ma scivolata di lato e reclinata sul collo, era enorme e pesante; sembrava essersi addormentato in quella posizione innaturale, simile a un innocuo giocattolo rotto.
Eppure, Lei non si fidava. Continuava a pensare agli Orchi delle fiabe che le leggeva sua madre: giganteschi e spaventosi, pronti a scattare per divorare e azzannare e distruggere. Lei ascoltava in silenzio: era piccola e imparava alla svelta.
Adesso però non era dentro una fiaba, era dentro una cantina, e non c’era sua madre. Dentro la cantina, con Lei, c’era l’Orco. Loro due e nessun altro. Fra loro, quasi ad alzare una fragile barriera, spuntavano dal pavimento una bottiglietta d’acqua piena per metà e i resti di una pizza nel suo contenitore di cartone. Vicino al corpo di Lui una lattina di birra che non aveva più niente da offrire.
Richiamò i residui della sua forza e del suo coraggio e si mise in piedi con infinita lentezza, stringendo i denti fino a farsi male. Abbandonò mal volentieri la nicchia protettiva che l’aveva accolta fino a quel momento, facendo leva sulle gambe esili che tremavano allo stesso ritmo delle braccia: senza sosta e senza controllo, come se appartenessero a un’altra persona. Si muoveva in apnea, quasi senza respirare, anziché sott’acqua, sotto pericolo. Temeva di svegliarlo facendo anche il minimo rumore. Nonostante il freddo, aveva i capelli sudati, appiccicati alla fronte e alle guance. Le gocce di sudore, calandole sul viso, le bruciavano gli occhi e le impedivano di vedere nella semioscurità.                                                  
A un tratto le sembrò che anche Lui si fosse mosso. Forse aveva sollevato una delle sue enormi gambe per alzarsi e andare a prenderla. Avrebbe potuto ucciderla con una sola delle grandi mani, semplicemente aprendola e poi chiudendola attorno al suo piccolo collo senza il minimo sforzo, come si fa uscire l’aria da un sacchetto.


«Scarico ogni giorno quintali di cereali giù al porto» aveva raccontato per attaccare bottone, mentre esibiva le braccia scolpite e tatuate, sorridendole e mostrando i denti ingialliti e un poco storti.
Era rimasta di fronte a Lui, soggiogata da un pensiero di amore e di vita non più solitaria. Magari aveva visto dei bambini, ad aspettarlo mentre tornava dal porto.
Cancellò il ricordo, fece qualche altro piccolo passo, strisciando sul cemento la suola di gomma delle scarpe, in direzione della porta in ferro battuto e della sua salvezza: la sua via di fuga dall’Orco. All’improvviso, una specie di rantolo oltrepassò il passamontagna e la raggiunse nella penombra. Un debole ma distinguibile verso sordo, nato faticosamente nella testa confusa e uscito involontario dalla bocca impastata, come una vibrazione metallica. Un debole e faticoso verso di rabbia mista a stupore, che ebbe però il potere di bloccarla all’istante. La sottile striscia di luce del sole al tramonto che s’infilò sotto la porta dissipò il terrore che l’aveva colta. Adesso poteva distinguere la sagoma dell’uomo e si sentì un poco rassicurata: Lui dormiva ancora. Anche stavolta, il sonnifero sciolto nella birra aveva prodotto l’effetto che aveva atteso impaziente.
Con un gesto rapido e familiare, estrasse da una custodia di cuoio, appesa di fianco alla porta, un coltello da macellaio, di quelli usati per disossare la carne, silenzioso e affidabile. Allora si mosse rapida, con il coltello stretto nel pugno e un vigore ritrovato nei muscoli delle gambe. Lo colpì alla gola con un fendente forte e preciso che gli staccò quasi del tutto la testa dal resto del corpo, grazie a un movimento del braccio flessuoso e rapido, sintesi esemplare di perfezione tecnica e di naturale eleganza.
Soddisfatta e appagata, lo liberò dalle catene che lo tenevano legato mani e piedi al muro, poi lo trascinò all’interno della cella frigorifera e lo fece rotolare di fianco agli altri due corpi congelati da tempo. Anche loro col passamontagna, come fossero tutti uguali e tutti ugualmente colpevoli.
Già, gli uomini! Si credono irresistibili, invece sono solo presuntuosi. E, di conseguenza, creduloni. È dal primo di loro, Adamo, che funziona così.
Non era stato difficile per Lei fingere di farsi abbordare, comprare una cosa da mangiucchiare, portarselo in casa e con una scusa qualsiasi scendere in cantina. Era stata addestrata per questo, e nella cella frigorifera c’era ancora tanto spazio da utilizzare. E là fuori era ancora pieno di maschi resi vulnerabili dalla loro biblica e immatura presunzione di poter dispensare amore e cura a donne fragili e sottomesse. Ma l’amore degli uomini non sempre cura, trascina e porta in giro senza chiedere il permesso, che anche per questo meritano di essere puniti.
Il gioco sarebbe continuato ancora a lungo: il gioco dell’Orco. Glielo aveva insegnato sua madre, con le fiabe raccontate al contrario, quando Lei era piccola e imparava alla svelta.




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