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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Leonardo Tonini

Il minimalista

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Vivo in una grande casa e ci vivo da solo. Non che sia essa chiusa agli amici e alle amiche, siano benvenuti gli ospiti, non che manchino i gatti di passaggio e i passeri nel giardino, ma sto bene così, la mia solitudine è in definitiva una scelta, libera per quanto mai possano essere libere le nostre scelte. La casa è avita, del nonno che fece la fortuna della famiglia tanto che, sia il mio ormai defunto padre che io, su questa fortuna ci abbiamo campato, e conto di camparci ancora qualche annetto. Avrebbe potuto il genitore disperdere il capitale con maggiore prodigalità e lasciare me, suo unico erede, spoglio come il nonno quando iniziò molto giovane la carriera, ma era anche più parsimonioso di me il babbo e mi ha lasciato di che vivere. Ora io non sono nemmeno lontanamente ricco e credo di non rientrare neppure nella categoria dei benestanti, ma ho a sufficienza. Una piccola rendita mi viene dai campi del nonno fittati ai contadini che sulla mia terra vanno moltiplicandosi. Più volte me l'hanno chiesta, ma non cedo, seguo il precetto paterno che dice: la terra è il capitale, i soldi sono il frutto del lavoro o di un capitale, se non hai il capitale, ti restano solo le tue braccia. Io le mie braccia non me le voglio impegnare per avere il pane quotidiano. Onore a chi lo fa, ha tutta la mia stima, ma io non ho questa necessità e ritengo in ultima che sia un peccato lavorare senza averne bisogno: si ruba il posto a chi necessita. Potrei usare la testa, come invero fanno i più nella nostra onorata società, ma non ho punto intelligenza ché, se ne avessi, la userei per migliorare il mondo, non certo per procurami uno stipendio. Mio padre diceva: solo gli ottimi mandano avanti il mondo e noi non siamo di tal fatta. Aveva indubbiamente ragione. Me ne accorsi il giorno della laurea: compresi di essermi iscritto all'università per dimostrare a qualcuno che ero più intelligente di un papero, ma ecco che, avuta la prova sancita dal Rettore, trovai che il papero era forse migliore di me ché non aveva da dimostrare niente a nessuno. Anche con i libri ho smesso, dopo che mi furono venuti a noia. Mio padre ha riempito la casa di libri e sempre ho un’immagine di lui seduto in poltrona che legge, e invero anch'io leggevo spesso, ma poi mi trovavo a confrontare le vite sempre e comunque mitiche dei personaggi nei romanzi, all'esistenza che io vedo come cosa più tranquilla e grigia, e a preferire questa a quelli. Insomma, che senso ha parlare di questo? La faccenda è filosofica, io la so, ma non mi va di spiegarla. Dunque, che dire? In verità un lavoro ce l'ho, ma è proprio un lavoro ricercato per avere un minimo di vita sociale, non mi dispiace la vita sociale. Dopo la laurea seguii il naturale sviluppo delle cose e fu così che divenni insegnante (erano tempi diversi dagli odierni) e conobbi ragazzi, genitori, colleghi e presidi. Umanità varia che mi permette di restare affine al consorzio umano e di non passare per un alienato. Chi ha detto che noi siamo gli altri? Forse io non sarei così drastico, ma di fare l'eremita non ne ho voglia. Quindi insegno, poche ore, non una cattedra piena ché mi voglio tenere quanto più tempo per me, e niente incarichi, riunioni ridotte al minimo. Tutto quello che da me è richiesto, tenere i registri in ordine, lo espleto in bella grafia, lo consegno per tempo, e nessuno mi rompe i coglioni. Poi, siccome la mia materia è la storia, ragazzi e genitori apprezzano le mie poco costruttive chiacchiere sul Bixio o sul Taparelli o sul Cristo sa chi, e si guardano bene dal venire a contenzioso con me, che ho materia di poco o nulla valore ai fini che interessa a loro – il voto in pagella. Quando poi faccio ritorno alla casa e percorro le quiete stanze e le pareti foderate di libri e i corridoi o passeggio per il giardino, ritrovo me stesso e il contatto con... ma ecco che parlo troppo, a chi possono interessare queste cose? La grande casa non ha abitatori fuorché il gatto e me e gli amici, e questo mi pare che l'ho già detto. Potrebbe la mia sembrare una vita inane, come si diceva una volta, ma non è così. Come posso spiegare la cosa? Vediamo se riesco a tradurre. La settimana scorsa, per esempio, me ne sono andato a Venezia. Per movimentare un po' le cose mi sono detto: non prendo il biglietto, vediamo che succede. Sono andato alla stazione di D. e ho preso il primo treno. Che bellezza!, ero felice come un bambino. Già alla stazione, di mattino presto, mi guardavo a destra e a sinistra il punto di fuga dei binari, specie quello di sinistra che incontrava al suo culmine il sorgere del sole e spariva nella luce abbagliante. L'altoparlante annuncia il primo treno, un interregionale. Il mio treno. Ci salgo e… arrivo in quel di Mestre, nessun controllore. Un poco deluso scendo a Santa Lucia e mi visito la città. Venezia! Questa città metà donna metà pesce che imputridisce in Laguna, i suoi stupidi turisti truffati quotidianamente a milioni, le gocce dei panni stesi, la spazzatura non ritirata, l'odore di acqua marcia, le venexiane calve, i cessi a pagamento, il caldo afoso, le indicazioni incomprensibili: è proprio uno stato della mente Venezia. Stanco che fui di bighellonare senza costrutto, aborrendo musei e folle, riandai alla stazione. Presi il primo treno in direzione contraria e me ne tornai. Fu a questo punto, ormai dimentico dell'antico proposito, che incontrai il controllore. Questa volta il biglietto non l'avevo, ma non per sfida o progetto, me l'ero dimenticato.
-       Biglietto!
-       L'ho dimenticato.
-       C'è la multa.
-       Non si potrebbe fare un'eccezione.
-       L'Italia si basa sulle eccezioni e per questo è in rovina.
-       (ci mancava anche il filosofo!) e... Quant’è la conciliazione?
-       50 euro.
-       50 euro?
-       Sì.
-       Ma è un furto!
-       Sono le regole, stanno scritte anche là.
-       Vedo dove stanno scritte, ma quello è un papiro, sfido chi lo legga!
-       Bene, veniamo al dunque.
-       Non pago!
-       Se non concilia, ad ammenda si aggiunge ammenda.
-       Io mi rifiuto, è un esborso!
-       Faccia come vuole, documenti, prego.
-       Non glieli do!
-       Non si complichi la vita.
-       A lei gliela complico la vita!
-       A me no, io son pagato a stipendio fisso. Alla prima fermata la consegno alla polizia ferroviaria.
-       Non ho qui con me tale enorme cifra.
-       Questo si risolve: io le faccio la multa e lei ha 15 giorni per pagare alle Poste. Se paga dopo il 16° giorno, arriviamo a 116 euro.
Non seppi controbattere, se non con un lamento. Provavo la sensazione netta di trovarmi in un universo carcerario. Ricordo una pellicola con Gassman che vuol fare l'anarchico e non paga le tasse, alla fine viene spedito davanti al giudice che... che gliele condona. Altri tempi! Insomma, la morale è che se me ne restavo a casa, sarebbe stato meglio. Ma non è questo il punto, la cosa che volevo farvi capire. Mm... vediamo se mi riesce con un altro esempio.
Allora, questa è una delle cose più belle che mi siano capitate da qualche mese a questa parte. L'amministratore delle mie sostanze, il commercialista, conoscendo la mia pigrizia, mi manda una ragazza. Codesta arriva e io la faccio entrare. Cerco di metterla a suo agio, cordialmente le offro sedia e bibita, ma lei entrambe cordialmente rifiuta. È assai giovane, si nota l'impaccio delle poco esperte, dev'essere una laureata che fa pratica, o come altro si dice oggi. Non è bellissima, ma è molto curata e, nella sua pur non eccelsa beltà, s'intuisce che dev'essere dolce. Le gambe sue, di sotto il tailleur d’ordinanza, sono polpose e sode, non slanciate, ma aggraziate. Fasciata com'è nel vestito, è infatti un poco in carne, il seno appare florido e le gote arrotondano il viso. Lo sguardo m’interessa: fisso gli occhi sul volto, lei se ne accorge, ma fa parenza di non scomporsi; anche lei mi ha guardato all'entrata e continua a cercare particolari nella casa. È un'osservatrice, mica una stupida. Comincia la rendicontazione, di cui non me ne può fregare di meno, la mia testa già lavora. Io sto seduto al tavolo della sala e lei in piedi che scartabella e indica.
-       Lei ha delle belle mani.
-       Grazie.
-       E anche le gambe sono... graziose.
-       …
-       Ma la prego, non mi badi, continui.
-       Bene.
-       Anzi, no, la prego, non sa quanto m'annoiano le questioni finanziarie.
-       Ma...
-       Senta, sa che facciamo? Ci prendiamo un caffè.
-       … un caffè ci starebbe anche.
-       Venga di là, mentre. È da tanto che lavora da...
-       È il primo mese.
-       E già l'ha tolta dalle fotocopie?
-       Sono qui per uno stage che potrebbe diventare un contratto di collaborazione.
-       A tempo determinato.
-       Già. Mi sono appena laureata.
-       Ha tempo. Ecco il caffè che viene su.
-       Grazie.
-       Senta, sarò brutale. Ma che ne dice di fermarsi per la cena. È quasi ora.
-       …
-       Non tema, la mia è una proposta, ci sto semplicemente provando, come dite voi giovani, ma non sono un maniaco.
-       Ecco, credo che...
-       Venga, le mostro la casa. Deve andare da qualche parte? Credo che con l'orario di lavoro, lei sia a posto per oggi. Sarà stanca.
-       Un poco.
-       Allora, non perda altro tempo e vada a casa che il suo dovere per oggi l'ha fatto.
-       …
-       Non si preoccupi, parlerò bene di lei al dottore. Ha visto quanti libri? mio padre, era lui il maniaco. Un lettore incallito.
-       La sua è una bella casa antica.
-       Di antico è rimasto il bagno. Venga. Vede maioliche e ottoni, siamo in pieno ventennio. Vede qui? Questa mattonella porta pure la data, 1934, data fatidica! Non tutto del fascismo fu bruttura, i sanitari erano ottimi.
-       Davvero molto bello.
-       Non sono molte le ragazze che oggi apprezzano queste cose. Ascolti la mia proposta. Il bagno come vede è netto, la fantesca l'ha passato con la candeggina, qui ci sono gli asciugatoi. Lei si fa i suoi comodi e si rilassa, io intanto preparo la cena.
-       Se devo essere sincera, sono tentata di scappare come di rimanere.
-       A scappare si fa sempre in tempo!
Una nota. A chi credesse che un simile dialogo sia semplicemente inaudito, rispondo che costui non ha gran mercato con le femmine. Potrebbe sembrare assurdo, ma non lo è di più del fatto che due persone possano in qualsiasi modo conoscersi e trovarsi poi a cavalcioni una dell'altra, a far cose che a sentirle raccontate si rimarrebbe impressionati. La verità è che ci vuole della tempra, oggi, per resistere al buon senso. 
Come sia e come non sia, la ragazza si fermò per la cena e anche per il dopocena e finimmo a far l'animale a due groppe, come dice il Gran Bardo. Un divertimento, ché questo è quanto dobbiamo in definitiva fare. Nuda apparve più bella che da vestita, morbida, sì, ma proporzionata, e soda, con questo gran senato dalle areole piccole e rosa, a bilanciare lo sfarzo dei bianchissimi lombi, e il punto vita definito: stava d'incanto. Lei, come le gatte quando le pasci, tornò a farsi viva e oggi possiamo anche dire di avere una storia. Ora che in questa fine d'estate me ne sto sulla mia seggiola a sdraio sotto l'ombra smeraldina del pergolato di glicine, mi sforzo di leggere un libro, ma proprio non ci trovo più il costrutto, mi sono venuti interamente a noia i libri. Ha detto che sarebbe passata dopo il lavoro, e io mi ritrovo ad attenderla. Ero partito con l'idea di spiegare qualcosa, ma non ricordo che cosa. Tutto ci aspettiamo che accada, tranne quello che effettivamente accade. Provo un sottobosco di sentimenti, non ultimo il dispiacere per la libertà perduta e il timore di perdere l'amata solitudine, ma proprio non riesco a lamentarmi. Presto mi ci affezionerò, alla ragazza dico, se già non lo sono ben più di quanto credo, e temerò l'abbandono che altro non è che la prova della nostra finitudine. Guardo il giardino misto d'ortaglia, dovrei invero chiamare qualcuno a falciar l'erba, ma visto che nessuno ha da eccepire sullo sfalcio, perché dovrei curarmene io?



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