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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Il riformatore

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S. Maria dell’Anima è la chiesa cattolica della nazione tedesca a Roma. Ha il pregio, raro in città, di essere bene illuminata di sera. Ci saranno almeno una cinquantina di alogene, ma sono nascoste così bene e così ben puntate che l’effetto è magico, anche perché non si capisce da dove venga il miracolo.
Ci siamo affacciati qualche mattina fa, con il sole dei finestroni che sostituiva le luci. Avevano appena fatto le pulizie. Un lavoro alla tedesca. Non un atomo di polvere neanche sulle cornicette o sotto le balaustre.
Molte le tombe di marmi bianchi e colorati, con una fitta presenza di teschi ghignanti, femori incrociati e clessidre, ma rese un po’ più gioviali dai busti di rubicondi cambiavalute sassoni e dai culetti di paffuti angiolotti.
In più, sulle lapidi, fa spesso capolino un timido, quasi mai riuscito, tentativo di latinizzare gli ostici patronimici dei concittadini germanici. Immaginiamo lo smarrimento dello scalpellino, che era certamente italiano e probabilmente analfabeta, di fronte a nomi come quelli che punteggiano, qui accanto, la triste storia del giovane defunto ventitreenne, unica speranza della sua antichissima famiglia (Adriano), pianto dallo zio materno (Teodoro) e dall’esecutore testamentario (Baldovino): perché con gli Adriano, i Theodorus e i Balduinus è ancora facile, ma con i Vryburch, i Quinting e i Breyel la paura di sbagliare doveva essere forte, dato che sul marmo quello che è scritto è scritto, e magari ti facevano anche ripagare la lastra rovinata.
Certo, quello che luce, cera e olio di gomito regalano, è la bella sensazione di entrare nell’elegante sala di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono, polverose e malissimo illuminate come sono, molte chiese romane, magari anche piene di tesori artistici che però, nelle tenebre, è come se non ci fossero.
Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio.  
All’improvviso però, tutto questo splendore è stato oscurato dall’ombra di un ricordo di qualche tempo fa.
Era il 2017, cinquecento anni dalla famosa (anche se storicamente non proprio certa) affissione delle tesi di Lutero alla porta della chiesa di Wittenberg. Evidentemente, quel giorno di mezzo millennio dopo, i preti tedeschi non si sono sentiti di ignorare del tutto l’anniversario, ma hanno scelto di celebrarlo a modo loro, con una sfilata di poster zeppi di immagini e didascalie piazzati lungo la navata sinistra.
Non siamo storici né teologi, quindi non vogliamo entrare nella correttezza del racconto. Ma non siamo neanche così rimbambiti da non riconoscere il tono fortemente astioso dei testi, e ancora di più la scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero (vedi a sinistra), evidentemente disegnato per l’occasione e neanche somigliante, perché i ritratti ufficiali non sono così maligni (vedi a destra), commentato, dopo aver elencato tutte le malefatte ideologiche del fellone, dalla seguente didascalia, non proprio un esempio di carità cristiana:
“Lutero si considerava un profeta. Per lui la sola interpretazione giusta delle Sacre Scritture era la propria. È in questo senso che vanno viste le sue affermazioni denigratorie nei confronti del papato, dei contadini, degli ebrei, dei turchi, degli anabattisti e delle streghe”.
Un vero diavolaccio.



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