CINEMA E MUSICA
Adriano Angelini
Il rituale post-pop prosegue, e i White Lies tessono la loro tela musicale con abilità e furbizia

Il secondo album dei White Lies, Ritual, non è bello né brutto. È semplicemente il secondo album. Ci sono alcuni grandissimi pezzi e altri meno riusciti. Nel complesso regge la super prova della riconferma dopo il grande successo del loro album d'esordio del 2009, To lose my life. Non aspettative chissà che. Ascoltatelo più volte e pian piano accontentatevi di scoprire delle belle chicche, che mi piace definire post-pop, perché loro affondano le loro radici nella new wave britannica anni'80 adattandola alla moda ormai senza freni di suonare per forza come i Joy Division (che volete fare, non se ne esce). Certo, il singolo di lancio è quanto di più potente e meraviglioso si ascolti in questo periodo: Bigger than us, con questo delizioso, apocalittico ma spiritosissimo video clip (http://www.youtube.com/watch?v=JW0yynlDmqQ). Con la sua pomposità strumentale ariosa e gotica. Ma anche gli altri pezzi, piano piano, si lasciano assaporare. Strangers, per esempio, col suo incedere un po' meccanico ma un bridge e un ritornello imponenti che fanno tanto Human League ed Echo & The Bunnymen messi assieme. "I've got a sense of urgency", oh sì tutti ce l'abbiamo!!! Vedrete che sarà il nuovo singolo. Turn the bells fa tanto Depeche Mode e fa risaltare appieno la corposa e bassa voce di Harry Mc Veigh (troppo Dave Gahan in alcuni punti, troppo); il pezzo nel complesso è romantico e accattivante. Struggente a suo modo. Stendiamo un velo pietoso su The power & the glory, una brutta copia degli Ultravox, una marcetta inconsistente che lascia insonnoliti. Al contrario di Holy Ghost, un sontuoso omaggio, questo sì, al genio di Midge Ure e soci che ogni tanto vorremmo rifacessero capolino in questa valle di lacrime musicale planetaria. Anche il pezzo d'apertura, Is Love, dopo una partenza stentata spiazza con una base quasi techno che spazza via ogni incertezza sull'efficacia del brano. Ascoltare i White Lies è farsi un'immersione nei synth e nelle arie anni'80 senza uguali al momento (forse solo i Klaxons). Da ignorare pure Bad love, un ballatone gotic-pop da canticchiare ma già sentita e presto digerita. Troppo povera di originalità per un gruppo che, visto che originale non è, deve prestare il massimo dell'attenzione a queste cadute. Peace & Quiet potrebbe risollevare le sorti, le tastiere rincorrono i Roxy Music, le percussioni funebri i Sister of Mercy ma nel complesso sembra un brano un po' pretenzioso con un ritornello in falsetto scialbo e niente pathos. Le sorti si risollevano un tantino con Streelight, anche se pure qui, a tratti, l'ombra dei Simple Minds (soprattutto nel ritornello) si staglia minacciosa e allora son dolori. Discreto tutto sommato. Si chiude con Come Down, una vera marcia funebre. Senza infamia e senza lode. Da fine serata in un pub che chiude. In un posto dove piove sempre, però.
White Lies
Ritual
Geffen/Fiction Records
2010
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