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Il Paradiso degli Orchi
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Roberto Nocco

Il volto perduto

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Fu lo scostare del sonno  su un angolo delle tende, a far sì che la molteplicità dei mondi in moto prima del mio, potessero accedere ai miei occhi. Davanti a me immediato il diurno, declinava la naturale bellezza dei corpi in un trascolorare di grigiori impiegatizi, immagini osservatrici che a loro volta erano osservate, dentro la cornice sempiterna del tempo, racchiusi come in un vespaio, arcipelaghi umani eterogenei, per colore, suoni, respiri e odori, ma sempre destinati nell’appercettivo destino che i mortali unisce.
Guardai attraverso gli occhi e pensai di essermi svegliato, ieri.
Era la resurrezione del giorno, che mesto e orfano un’altra volta del notturno seno lunare, restituiva agli uomini le incolori lacrime della pioggia, riempiendo le disperate tasche vuote delle strade, sulle quali, avrei potuto specchiarmi, inabissandomi nell’antichità del volto. Divampavano sul mio capo, le nuvole torve e subitanee nel rubare l’inferno alla Terra, ma questa volta non ci sarebbe stato un diluvio universale, perché Dio s’era ritratto nell’anomia di un figlio, che non si pone più domande.
Guardai attraverso gli occhi e pensai di essermi svegliato, ieri.
Fu con lo svestirsi della primavera fuori dalla finestra dell’inverno, nello spettacolo di tutto ciò che è vivente, in quell’iperuranio di astri e firmamenti che si intrecciano senza sosta e si consumano misconoscendo il domani, che mi fissai eterno nel tuo gorgonico percepire. Come una morte improvvisa e senza storia, orfana di qualsiasi sensazione mi incontrasti, ed ora continuo a darti appuntamenti, in orari di treni, che arrivano sempre prima del mio arrivo e tu non mi aspetti mai.
Guardai attraverso gli occhi e pensai di essermi svegliato, ieri.
Era con l’evanescenza arborea delle querce che si fanno aria graffiando un tetto di passeri, che ricordai di doverti incontrare, dopo il lavoro. L’affrettarsi del tempo, il susseguirsi dei minuti, giungeva a restituirmi un’altra volta a quel poco di umana giacenza vitale, che l’ormai macchina in cui mi ero trasformato rendeva i miei giorni un immoto esercizio patibolare. Ancora i tuoi capelli insinuati dal vento, luce nera come ardesia su cui il sole si specchia.
Guardai attraverso gli occhi e pensai di essermi svegliato, ieri.
Fu la schiusa dei nostri occhi, rimescolati nello scontro dei nostri volti salmastri, sulle rive di un azzurro incontro, dove le tue mani imperlate di mariano candore, rendevano placida la mia febbrile sete di solitudine, riportando assonanze negli angelici canti e riempiendo di mirti e melograni le vuote vie dell’umano destino. Ero ormai vicino. Fendevo la longitudine della piazza, in un orizzonte cieco e privo d’alterità alcuna. Glaciale e incurante dell’eterno, si ergeva la muscolare tracotanza dei marmi, insonne respiro nell’infinito delirare della battaglia.
Guardai attraverso gli occhi e pensai di essermi svegliato, ieri.
Era la funerea assenza delle tue sorgive sembianze a farmi tramontare laddove i pipistrelli tendono e me ne andai in un silenzio di passi e suoni d’ossa, che m’avvolgeva,  in una tunica d’avorio e albe di latte, fratturando in me il ricordo del tuo sorriso trasfigurato nel baratro di una stanza vuota e di un cielo che non desta pensiero: forse allora, con le tue mani dietro la mia testa, le nostre bocche si serreranno a vicenda, ma ora non conosco che il silenzio della pietra, in un pomeriggio di piazze vuote e le dita sulla nuca in cerca della morte.
Guardai attraverso gli occhi e pensai di essermi svegliato, ieri.




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