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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Carmen Franzese

Io amo lei

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E’ una mattina scostante: l’umido che conserva – ultimo lascito notturno di un febbraio romano casuale – mi aggredisce il viso e le mani, mi brucia gli occhi come fumo soffiato in faccia. Chiudo gli occhi. Richiudo la finestra e osservo i vetri sporchi, segnati di pioggia recente impressa su pioggia antica, che non so ricordare. La sola compagnia che posso scegliere è nelle spirali di fumo di una sigaretta che non finirò. Quest’immagine in faccia mi sbatte il fallimento che ripeto sempre uguale, in faccia mi sputa la mia abitudine – la mia attitudine – a lasciare tracce di incompiuto, di mancanza di rigore, di inetta tendenza all’indulgenza.
Folle speranza che non torni”.
Fumo che consuma fantasmi bruciati come pellicole alla luce, dopo notti stampate in fotogrammi sparpagliati. Provo a dimenticare – mi inganno, so fingere bene – e finisci al fondo di occhiaie brune di caffè, brune di pensieri andati a male, raccolti e stipati, fatti e lasciati alla rinfusa, nel disordine di anni scivolati in ginocchio, anni di immondizia accumulata come scuse, di giorni persi a inseguire modeste pretese. Di mattine, come questa, vissute solo per fare l’amore con te in fretta, presto, prima del lavoro, prima che cominci la giornata, presto affinché lei non si accorga di niente, affinché tu possa tornare a casa, la sera, lavato del mio odore dall’operosità quotidiana, al riparo dal rischio che, guardandola negli occhi, compaia sulla tua fronte la linea di una colpa. Di sera torni da lei: linea dritta delle spalle di chi non porta pesi.
Io amo lei”. Lo so.
Ho giocato al massacro, in una puntuale distribuzione di colpe: a te, perché non sapevi fare a meno di lei, ma nemmeno di me; a me, perché non sapevo fare a meno di questa tortura di seconda mano.
La conta dei giorni passati è un’infilata di attese. È il saldo degli schiaffi che ho consegnato alla donna riflessa nello specchio, al lordo delle imposte sull’amore che io volevo spettasse a me. Tenere il conto degli errori è mestiere ingrato: i bilanci spesso sottraggono cose importanti e aggiungono amarezza in cambiali. Certe parole pesanti ti fanno annotare sul calendario giorni casualmente più neri del piatto grigio di tutti gli altri.
Io amo lei”. In metropolitana, aspettando il treno, ho ascoltato questa canzone scivolata giù dagli altoparlanti. Ho respirato come se avessi fame d’aria, allargando il petto per convogliare dentro, insieme all’ossigeno e a scorie assassine, qualche grammo di forza; ho schiacciato il diaframma, ho serrato in gola la voce. Lui ripeteva che l’amava, e quella dichiarazione ferma batteva forte le pareti del vuoto che hai scavato, che io ho contribuito a raschiare. Ho coperto quell’assenza con speranze malriposte, grumi infantili di amore che non m’hanno dato, e che cerco raccogliendo gli scarti di uomini pronti ad offrire soltanto lo scolo di qualche ora. Sono spugna della tua frustrazione coniugale. Sono amore a tempo determinato. Sono precaria, surrogato, sono la tua distrazione, sono l’indulgenza che ti concedi. M’infilo nei tuoi occhi e ne esco erezione.
Fiumani lo ripeteva, mentre aspettavo il treno in metropolitana, mentre immaginavo i treni già passati, quelli che non prenderò più. Sei un fiume di mani libere sulla mia pelle. Io sono i negativi di un tradimento in bianco e nero: sono i negativi che non diventeranno fotografie, sono l’orgasmo del mattino che avrai scordato a sera. Spengo la sigaretta. So che le mie parole sono niente, o sono fumo: non le dirò, non sono forte abbastanza. Anche oggi ti aprirò la porta.






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