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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Simone Quadri

La donazione

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   I tempi erano maturi per restituire qualcosa alla collettività. In molti non se la passavano bene; malattie genetiche, catastrofi ambientali, crollo dei mercati finanziari, forme variegate di disagio sociale. Avevo l’imbarazzo della scelta.
   Presi a sfogliare l’opuscolo del centro per la gestione dei ritardi mentali. Era arrivato per posta, alcune settimane prima, dentro un’elegante busta color crema. Per evitare di perderlo, l’avevo riposto tra i volantini dei ristoranti con servizio di consegna a domicilio.
Pareva un bel progetto. Lavoravano principalmente con adolescenti. Parecchie attività ludiche. Una filosofia olistica al trattamento degli ospiti (niente pratiche invasive come elettroshock o stimolazione del cervelletto). Assoluto garbo nel chiedere aiuto; ne siamo consapevoli, dovremmo raggiungere la completa autonomia finanziaria, qualora voleste supportarci ugualmente, ve ne saremmo grati.
E poi lo stile dell’opuscolo; sobrio, positivo, contemporaneo. Non mi sarebbe affatto dispiaciuto contribuire alla causa.
   Poi mi venne in mente la cooperativa del quartiere; aveva bisogno di un nuovo pulmino per portare gli orfanelli alle partite. Ne avevo sentito parlare dalla custode del palazzo. Se ti serve sapere qualcosa sul quartiere, chiedi alla custode. Le domandai se stavano ancora cercando il pulmino, disse: sì, poveri tesorini, senza pulmino, non sono certi di potersi iscrivere al campionato. A pensarci bene, gli orfanelli, oltre al non avere genitori, hanno problemi banali e molto pratici. Come ci arrivano al campo in mancanza di un pulmino guidato da un volontario?
L’idea del pulmino mi stuzzicava parecchio. Non che il centro per la gestione dei ritardi mentali fosse meno meritevole di aiuto. Il pulmino però mi coinvolgeva di più. Tra lanciare un bonifico da un sito web e portare avanti un’azione concreta, qualcosa dall’impatto reale, c’era una bella differenza. In fin dei conti, la beneficenza, non è anche un atto di gratificazione personale?
Per dire, riuscivo a visualizzare perfettamente quello che sarebbe accaduto. Sarei andato al concessionario per comprare un bel pulmino. Mi sarei adoperato per fissare un grande fiocco rosso sul tetto. Avrei guidato fino alla casa famiglia per consegnare la sorpresa. Parcheggiato il mezzo, mi sarei messo a suonare all’impazzata per far accorrere gli orfanelli alle finestre. Per urlare che ora, al campionato, si potevano iscrivere. E poi ancora clacson, clacson, clacson. Che bello!
A mente fredda pensai che il pulmino si portava dietro anche una serie di contro. E’ proprio vero; molte volte sono le complicazioni a frenare le belle idee. Avrei dovuto recuperare informazioni circa il numero di ragazzi da trasportare (era una squadra di calcio a 5? a 7? o forse a 11?). Mi sarei dovuto mettere alla guida durante il fine settimana, quando il traffico è davvero un incubo. C’era poi da capire come procedere con la motorizzazione, per la questione del trapasso di proprietà.
Forse il pulmino non faceva al caso mio. Ok, fare qualcosa di concreto, ma qui il rischio era quello di invischiarsi in una situazione parecchio ingarbugliata.
   Così mi ricordai del reparto di geriatria dell’ospedale. Mi ero imbattuto in quelle corsie parecchi anni prima. Il nonno ci parlava sempre dell’ottimo cibo; la nonna ribatteva che poteva starsene lì, se si trovava tanto bene. E così fece.
Chiamai il centralino dell’ospedale. Chiesi di parlare con il primario del reparto; ero interessato a fare una donazione. Il primario aveva la voce trafelata; disse che l’ecografo era rotto da molto tempo. A rigor di logica, gli anziani fanno parecchie ecografie, normale che la macchina si rompa prima che in altri reparti.
Con l’imminente arrivo dell’inverno, i degenti sarebbero nuovamente usciti dal padiglione, trasportati sopra dei lettini mobili, avvolti dentro spesse coperte di lana infeltrita. A gastroenterologia (il padiglione accanto a geriatria) disponevano di un ecografo in buone condizioni. Ricordavo bene l’ospedale. Seppur esteticamente meritevole di menzione, la sua struttura architettonica, risalente al periodo fascista, non era certo l’ideale da un punto di vista funzionale.
Il primario buttò lì che, l’inverno precedente, aveva perso nove pazienti a causa di complicanze broncopolmonari. Non poteva dirlo per esplicito; lasciò intendere che, le persone decedute, avevano tutte svolto un accertamento ecografico. Ringraziai lui e il suo staff per il prezioso contributo offerto a chi era in là con gli anni. Riattaccai dicendo che ci avrei pensato un po’ sopra.
   Qualche giorno più tardi, la storia dell’ecografo passò in secondo piano. Mi imbattei in uno sconvolgente articolo di giornale; riportava che, a distanza di quasi quattro mesi dal terribile terremoto, gli sfollati vivevano ancora dentro tende provvisorie. E ora, da quelle parti, la temperatura notturna scendeva abbondantemente sotto lo zero.
Cercai informazioni sul sito web della protezione civile. Mandai una mail, per chiedere di cosa c’era bisogno. Feci parecchie telefonate a diversi responsabili di area. Venne fuori che, oltre a raccogliere indumenti invernali e coperte, c’era ben poco da fare. Il problema era il vergognoso ritardo nella realizzazione delle casupole provvisorie promesse agli sfollati. Infiltrazioni mafiose nell’azienda vincitrice dell’appalto; tutto congelato fino alla pronuncia della magistratura.
Cercai, tra altri produttori di casupole provvisorie, chi fosse disponibile alla costruzione in tempi brevi. Feci qualche telefonata ad amici imprenditori; fare da sponsor per qualche casupola poteva garantire un ottimo ritorno di immagine. Chiesi di diffondere la voce tra i circoli del dopolavoro. Arrivarono ben presto richieste di ogni tipo; documentazione tecnica circa il suolo, piani di consegna delle forniture, possibilità di apporre loghi aziendali sopra i prefabbricati, colori previsti dal piano municipale di arredo urbano, polizze assicurative a garanzia del trasporto. Un lavoro davvero troppo oneroso, inverosimile portarlo avanti nel fine settimana.
Pensai che a volte, mossi dalla troppa generosità, si rischia di non riflettere abbastanza. Di imbarcarsi in situazioni più grandi del dovuto.
Cosa avrei potuto fare dal solo? Anche supponendo di acquistare qualche casupola provvisoria; davvero sistemando una decina di famiglie sfollate avrei risolto qualcosa? I giornali avrebbero titolato che l’emergenza gelo per i terremotati era finalmente risolta?
Inutile cullarsi in false illusioni. Per fare la differenza, serviva un’azione coordinata. Una maratona di solidarietà che coinvolgesse le reti televisive, i personaggi pubblici. Occorreva mettere in piedi un sistema per inviare messaggini verso numeri dedicati. Insomma, un intervento di più ampio respiro.
Fui spaventato dalla portata della faccenda. Abbandonai il progetto, decisi di ragionare in piccolo; pensa globale, agisci locale! A volte, le risposte le hai proprio davanti agli occhi, ma tu guardi dall’altra parte alla ricerca di qualcosa che faccia clamore.
   Così mi ricordai che, a causa della sofferenza del titolo azionario, la banca della città navigava in acque turbolente. Per tentare di salvaguardare i piccoli risparmiatori, il management aveva preso a tagliare un po’ tutto; anche i fondi per il museo d’arte moderna. C’era forse lo spazio per compiere una buona azione?
L’arte non sarà indispensabile quanto la salute o i beni di prima necessità (un pulmino per gli orfanelli, un luogo caldo dove dormire per gli sfollati); ma in fondo tutti noi, ricchi e poveri, giovani e anziani, malati e non, abbiamo diritto alla cultura.
E poi, già sentivo la voce dell’audio guida; il restauro dell’opera è stato finanziato da un generoso cittadino che ha preferito rimanere anonimo. Già perché, per nessun motivo al mondo, avrei voluto della pubblicità. Secondo il mio modesto parere, la beneficenza è meglio farla in silenzio.
Presi appuntamento col direttore del museo. Passeggiammo tra le sale, avrei voluto dare un contributo; c’era qualche restauro in programma? Solo trattamenti di conservazione. Acquisizioni in ballo? Rispose che avrebbe tanto voluto riportare a casa un Modì, servivano almeno cinque milioni. Caspita: idea bella, ma fuori budget.
Allora domandai come avevano pensato di impiegare i soldi precedentemente promessi dalla banca. Due sale erano da rinfrescare; illuminazione, pareti in cartongesso, tinteggiatura, tappezzerie. E poi la caffetteria; presentava svariate barriere architettoniche, i disabili non erano autonomi negli spostamenti. Ok, anche il museo in sé è parte attiva dell’esperienza culturale del visitatore; tuttavia l’idea di regalare un intervento di interior design, non mi scaldava il cuore. Salvare un quadro dal logorio del tempo, finire dentro l’audio guida; le mie aspettative erano altre!
Tornai a casa, consapevole che fare beneficenza non è facile come sembra. Capii che c’è tanta sofferenza, anche nel donare.
   Da lì a poco, ricevetti la telefonata del commercialista. Esisteva un modo perfettamente legale, nel perimetro delle leggi internazionali, per eludere il fisco. Pensai che, considerando le recenti vicissitudini, potesse essere una buona soluzione ponte. La donazione sarebbe stata posticipata di un anno. In tal modo, avrei avuto il tempo per schiarirmi le idee. In fin dei conti, non mi andava proprio di prendere un granchio, scegliendo frettolosamente chi aiutare, tanto per farlo.
   Passarono alcuni mesi, era tempo di brunch domenicale. Mentre passeggiavo nel quartiere, notai un pulmino nuovo di pacca attendere il verde. Al suo interno, una decina di bambini; urlavano, ridevano, battevano le mani. La squadra degli orfanelli era finalmente iscritta al campionato; qualcuno aveva avuto il tempo per sbrogliare la matassa. Ne fui davvero felice.
Il pulmino partì e la vidi lì, tutta sola, legata col guinzaglio al semaforo. Attraversai la strada. Mi guardava impaurita, era zuppa d’acqua. Presi ad accarezzarla, sussurrai parole smielate di conforto. Ci pensai un po’ sopra, prima di portarla a casa.



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