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Stefano Torossi

La macchina del tempo

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Ci siamo saliti (la prima volta) facendo un salto indietro di mezzo secolo la sera del 27 aprile all’Auditorium Parco della Musica per “The Beatles Revolution”, un concerto dei Beat Box con la Roma Philarmonic Orchestra diretta (benissimo) da Stefano Trasimeni.
La perfetta Cover Band. Identica agli originali nei suoni, nei cambi di costumi, parrucche, baffi e barbe finte, perfino con il bassista mancino. Hanno intrattenuto i fan in un inglese Liverpoolizzato un po’ avventuroso ma accettabile, a momenti addirittura divertente.
Hanno suonato benissimo, con arrangiamenti fedelissimi, con il filo della storia tenuto ben teso da immagini di repertorio e una voce fuori campo. Con un pubblico di nostalgici settantenni e di ragazzini (fifty/fifty) che hanno urlato nei punti giusti e ballato fra le file. Insomma, una ricostruzione inappuntabile.
Eppure…va bene, noi siamo fra quei fortunati (!) che l’epoca dei Beatles l’hanno vissuta dal vivo, come si suol dire, e quindi questa ricostruzione, per quanto perfetta, sempre una copia ci è sembrata. Certo, per i ragazzi, i quali invece hanno solo visto le foto, sentito i racconti e ascoltato i dischi, è stato riportare in vita un mito. Una specie di museo delle cere. Tutto somigliantissimo. E imbalsamato.
Proprio non sappiamo cosa dire; proviamo a svicolare suggerendovi, così, tanto per distrarvi, il “Manuale del perfetto beatlesiano per sostenere con successo qualsiasi conversazione sui Fab Four (prima di venire alle mani)” di Luigi Abramo.
Non lo abbiamo letto, quindi niente ne sappiamo, ma dicono che sia istruttivo e divertente.

La seconda volta la macchina del tempo ci aspettava il 5 maggio, parcheggiata davanti all’Hotel Villa Carpegna, dove era in programma una giornata di adorazione e concupiscenza nei confronti di un idolo risalente a un’epoca di poco precedente a quella dei Beatles. La divinità si chiama “Vinile”.
Trattasi di un supporto tecnologico ormai superato dal progresso a cui i fedeli tributano una reverenza cieca e attribuiscono un valore monetario svincolato da qualsiasi considerazione realistica.
L’evento, promosso con garbo ed efficienza da Francesco Pozone è la ventiquattresima Giornata del Collezionismo Musicale, dura dalle 10 alle 19 e si svolge in un clima di entusiasmo, curiosità e nostalgia. Naturalmente nei vinili fino al collo. 
Con proposte al pubblico di ristampe nuovissime, ma sempre a 33 giri, oppure con la presenza fisica di protagonisti nuovi o trapassati appartenenti a quella nicchia discografica.
Ma soprattutto con la vendita (a volte a prezzi stupefacenti) di rare pubblicazioni uscite anni fa in pochi esemplari, oppure di progetti discografici finiti male e ritirati, tranne quelle due copia rimaste in mano al fonico e alla sua fidanzata…
Sotto, oltre alla solita febbre da collezionismo, c’è la vecchia, ripetitiva e probabilmente insolubile questione del suono analogico, che i fedeli dichiarano più caldo o forse più vivo, o magari più umano (non lo capiremo mai) di quello del CD. Ci sarebbe da discutere, ma con la dovuta attenzione al trucco che fa sembrare migliori le cose del passato.
Perché noi ricordiamo bene i vecchi 33 giri, oggi ricercati dai collezionisti, con i loro implacabili tic e toc e i salti di solco che dopo pochi ascolti li trasformavano in supporti (supporti, appunto, non oggetti belli in sé, ma semplicemente portatori di una tecnologia che quando è andata è andata) inutilizzabili.
Le copertine degli LP, quelle sì che erano opere d’arte. C’erano addirittura i multipli ad apertura alare, a destra, a sinistra, a destra e a sinistra, roba di un metro e dieci di larghezza. Dittici e trittici innalzati sull’altare del rock. Altra cosa dai miserelli CD di adesso.
Quello dei vecchi vinile è un tipo di raccolta che non ci entra in testa. Ok le copertine. Come abbiamo detto, superfici ideali per un’arte grafica e pittorica spesso di ottimo livello. Ma i collezionisti, dentro le copertine ci vogliono anche i dischi. E non solo perché, se ancora c’erano quando li hanno scoperti, tanto vale tenerli. No, forse sono proprio i dischi l’oggetto del desiderio. Però, siccome si tratta di supporti deperibili, e spesso deperiti, metterli sul piatto e suonarli può essere decisamente rischioso.
E’ una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale e lo si tira giù una volta ogni tanto per un minuto, giusto per mostrarlo a qualche amico fidato, o forse a qualche rivale da fare ingelosire. È anche possibile che il maniaco non abbia alcuna voglia di ascoltare il suo amato, raro LP; gli basta sapere di averlo. Che stia lì, sullo scaffale, dentro la sua copertina. Niente altro.
Contro la nostra incredulità, forse è ancora buona la vecchia battuta: “È il collezionismo, bellezza”.



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