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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Leonardo Tonini

La notte della grande nevicata

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Ero sceso per ravvivare la stufa e farmi un caffè. Erano le tre e mezza, forse le quattro, di un mattino d'inverno nero come la pece. Nevicava forte dalla sera prima, raffiche di neve colpivano i vetri della finestra. Faceva freddo, la stufa conservava una piccola brace, ma non dava più calore.  Presi il barattolo di latta del caffè, era quasi vuoto. Grattai ciò che ne restava dalle pareti del contenitore. Riempii appena la napoletana da due. Con la luce sarei sceso in paese per fare provviste. Sarei sceso a piedi, la macchina sarebbe rimasta in letargo sotto la neve.  Fui scosso da brividi di freddo mentre attendevo in silenzio che la legna prendesse e il fuoco rendesse più vivibile il piano di sotto.
            Sentii battere alla finestra. Vidi una figura imbacuccata che salutava aldilà del vetro, riconobbi la faccia di Giò illuminata dalla luce della cucina. Aprii la porta.
            “Che tormenta!” Giò rideva, dietro di lui si stendeva il mondo sepolto dalla neve in varie tonalità di nero.
            “Vieni dentro.”
            “Passavo di qui e mi sono detto...”
            “Abbassa la voce.” Aveva i capelli pieni di neve e si stropicciava le mani nude.
            “Oh, pardon. Dimenticavo che a quest'ora le persone sane di mente dormono.”
Si accostò alla stufa e con un dito toccò la piastra.
            “Tiepiduccia. Ti dispiace se metto le mani sotto l'acqua, così risorgono?” Faceva tutto da solo.
            “Vuoi un caffè?”
            “Il mio regno per un Irish Coffee!”
Un Irish Coffee è maledettamente complicato quando non si ha voglia di farlo.
            “Facciamo un caffè corretto con whisky irlandese.”
            “Facciamo.”
La caffettiera prese a gorgogliare.
            “Devi vedere che tormenta. Domani mattina ci sarà un metro di neve.” Per domani mattina intendeva fra qualche ora.
            “E' troppo bello andare in giro di notte con un tempo simile, la macchina continua a imbarcarsi. Ti ricordi che l’anno scorso continuavamo a fare testa coda nel parcheggio del supermercato? stanotte non c'è nemmeno da pensarci.”
Gli allungai il caffè corretto, lo stavo servendo a me e dalla ripida scala di legno discese la figura assonnata di Francesca. Era in pigiama e si era messa uno dei miei maglioni.
            “Fate una festa e non mi invitate?”
            “Una riunione di lavoro.”  
            “Buongiorno Francesca.” disse Giò.
            “Buongiorno? ma se è notte fonda!” Si sistemò sulla sedia e si stropicciò gli occhi.
            “Ti abbiamo svegliata?" Le allungai il mio caffè.
            “Bevilo, bevilo. Me lo faccio io per me.”
            “Non ti preoccupare che sono già in piedi.”
            “Grazie.” Raffreddai la caffettiera sotto l'acqua e presi a farmi un altro caffè, quando mi ricordai che di caffè non ce n'era più.
            “Se cerchi il caffè, è nella credenza a destra” Intuì Francesca, poi disse: “Giò! come mai da queste parti?”
            “Mah, passavo di qua.” 
            “Passavi per caso a venti chilometri da casa tua?”
            “Ho detto: è una bella serata...”
            “A proposito, ieri sera veniva bene, sta ancora nevicando?”
Francesca si era rivolta a me.
            “Come raffiche di mitra." dissi.
            “Stavo guardando un film di Eisenstein - disse Giò - alla fine mi era passato completamente il sonno.” 
            “Di chi?”, chiese Francesca.
            “Eisenstein, era un regista russo, impressionista. Bella la scena finale dove i cavalieri teutonici cavalcano sopra un lago ghiacciato, e, a un certo punto, il ghiaccio si rompe e tutti annegano. Con la musica di Wagner ti fa venire la pelle d'oca.”
            “Un film allegro.”
            “Mai riuscito a vederne uno dall'inizio alla fine.” dissi. L'ambiente si stava scaldando, io forse avrei avuto il mio caffè. Francesca si alzò e andò all'uscio a vedere il tempo.
            “Accidenti!  ma dove hai lasciato la macchina?”
            “Sotto l'arco, già voltata per uscire.”
            “Questa primavera c'è Dalì in esposizione a Brescia.”, disse Giò.
            “Qualche anno fa sono andata a vederlo a Mantova.”
            “Mancava solo Brescia e i capoluoghi di provincia li ha passati tutti.”, dissi.
            “Ma scusa, perché? doveva forse saltarla?”
            “A me piace molto Dalì. Amo gli elefanti con le zampe alte e sottilissime.”
            “Era un palancaro, produceva opere in quantità industriale e su ordinazione.” dissi.
Il caffè era pronto. Lo versai e mi sedetti al tavolo.
            “Non ascoltarlo: se non critica non è contento.”
            “Complesso di inferiorità artistica. Io adoro le veneri con i cassetti.”, disse Giò.
            “E quella tipa del bar con cui uscivi?”
            “Sono uscito solo una volta. Anzi, l'ho accompagnata a casa. Mi ha parlato continuamente del suo ragazzo che fa il parà, che è manesco...”
            “I parà sono esaltati.”
            “Ho conosciuto anch'io un ragazzo che faceva il paracadutista. Con me si comportava bene, solo che quando uscivo con lui e i suoi amici testa di cazzo, diventava un testa di cazzo anche lui.”
            “La legge del branco.”
            “E lei ha fatto, per mezz'ora, l'elenco dei difetti del suo tipo e non ha mai cambiato argomento.”
            “È un classico.”
Mi parve di cogliere una strana espressione sul volto di Giò. Si intristì un attimo, ma giusto un attimo, poi tornò sereno.
            “Adesso si comincia a stare bene - disse Francesca - perché non ti togli il giubbino?”
            “No, adesso vado a casa. Il caffè mi mette sonno.”
            “Uh, anche con me ha quest’effetto!”
            “Resta qui, domani mattina mi accompagni in paese. Mi eviti una bella sfacchinata”
            “Eccolo subito pronto a sfruttare gli amici.”, disse Francesca e sorrise.
            “No, è meglio che torni a casa. Non ho detto niente a mia madre, se si sveglia e non mi trova è capace di chiamare i carabinieri.”
            “Procurami una cassetta di quel regista russo che dicevi, Einstein o come si chiama.” Noi ridemmo di gusto.
            “Eisenstein non Einstein!” corresse Giò tra le risa.
            “Insomma, considerate l'orario…”
            “Ti porto Il principe Nevskj; l'ho registrato.”
            “Quello del lago ghiacciato?”
            “Sì.”
            “Va bene.”
Salutammo Giò, promise di farci visita in orario più consono. Lo vedemmo correre goffo, nella tormenta, finché fu inghiottito dalla notte.
            “Un bel matto anche Giò!”
Francesca guardò l'orologio alla parete.
            “Sono le quattro e mezza, io non l'ho detto tanto per dire che avevo sonno.”
            “Vai pure e aspettami.”
            “Ti ha svegliato Giò?”
            “No, mi stavo facendo un caffè. Lui ha visto la luce accesa e ha bussato alla finestra.”
Francesca assunse un'espressione pensierosa.
            “Sono tre giorni che ti alzi nel cuore della notte.”
            “Mi sono alzato per pisciare e già che c'ero ho controllato la stufa.”
            “E già che c'eri ti sei fatto un caffè.”
È difficile fargliela alle donne.
            “Ne parliamo domani. Ti aspetto sotto le coperte.”
Quando fu a metà scala, si voltò verso di me e mi chiese.
            “Ma cosa voleva Giò, a quest'ora?”
            “Ah, non chiederlo a me!”
Il tono della risposta non piacque a Francesca che si fermò a guardarmi dalla scala e poi ripartì. Mi avvicinai alla finestra per guardare fuori.  Nevicava forte. Pensai che alla luce del giorno il mondo sarebbe stato irriconoscibile. Un mondo cancellato da un pesante manto di neve, la sospensione di ogni rumore e quella luce bianca e diffusa che proviene dal cielo come dal suolo. Toccai il vetro con la mano, fu un gesto meccanico. Francesca non meritava di essere trattata in quel modo. D'improvviso mi venne voglia di abbracciarla e mi staccai dalla finestra. Spensi la luce. Dalla stufa di ghisa filtravano dei bagliori rossastri. Un tiepido pallore proveniva dalla finestra: era la fosforescenza tipica della neve di notte. Volevo abbracciarla, ma in realtà speravo che a lei passasse la voglia di fare domande. Conoscevo la pena che aveva spinto Giò a sfidare la tormenta e a capitarmi in casa alle quattro di notte, era sempre quella. Ma di Giò, al momento, non me ne poteva fregare di meno. Salii le scale.



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