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CLASSICI

Alfredo Ronci

La proto-dolcevita di Uberto Paolo Quintavalle: 'Segnati a dito'.

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Chissà se Fellini ne era a conoscenza al momento della scrittura de La dolce vita: nel 1956, pubblicandolo a sue spese, Uberto Paolo Quintavalle, amico di Pasolini, esordì col romanzo Segnati a dito (guarda caso lo stesso fu poi ripubblicato nel novembre del '60 per la Feltrinelli dopo il boom del capolavoro felliniano) in cui si raccontavano i nuovi otia dei romani e le loro drammatiche disillusioni.
Otia naturalmente da contestualizzare, da storicizzare, ma pur sempre inutili chincaglierie, ma atte a far sociologia, e nemmeno tanto spiccia.
Il romanzo è strutturato in quattro parti dove ognuna di esse è rappresentazione del singolo. Nella prima parla Lisippo, il giovane di buona famiglia con la faccia da delinquente, che si ritrova nei guai per aver messo incinta e costretto all'aborto la giovane Oretta. Nella seconda parla Valentina, l'arrampicatrice sociale (oggi diremo, perché dotata anche da madre natura, escort o mignotta) che darebbe un rene pur di comparire nei salotti bene della capitale, pur di frequentare la nobiltà e la gente che conta, anche se sotto sotto innamorata di un uomo 'normale'. Nella terza parla Fabrizio dei nobili Palleschi, giovane annoiato, la cui vita, sotto la lente d'ingrandimento attenta e sagace dello zio, è così rappresentata in poche battute: Ma quali sono i divertimenti vostri? Voi non sapete neanche più divertirvi oggi, vivete in un'epoca di enormi esistenze meschine; giovani come te hanno invece doveri gravi e precisi.
L'ultima parte è di raccordo: un rapido carosello di personaggi e situazioni della penna dell'autore (la più triste ed angosciosa è quella di Hermann Hanken, vittima del suo passato d'attore famoso, che in preda a lascive e nemmeno tanto inconfessate pulsioni per i giovani aitanti della Roma 'rinascente', si sbatte qua e là per i bar e i locali 'in' della dolce vita) che termina col tentativo mal riuscito di Lisippo di suicidarsi e del suo ripensamento.
Si diceva prima di contestualizzare l'otia dei romani. Mi sembra sacrosanto: rispetto ai giorni d'oggi vi è nel chiassoso e anche buzzurro mal de vivre dei protagonisti, un'ingenuità quasi scandalosa. Si affacciano le tentazioni più pericolose, ma sembrano solo degli appunti, delle marginalità coatte: Chi ci si trova molto bene è Valerio, che l'altro giorno in vena di confidenze mi ha parlato a lungo della sua esperienza in fatto di stupefacenti, e in fondo se non sentissi come sento io colle donne magari li prenderei anch'io, ma che bisogno ne ho io adesso? Andare a donne ha talmente tutti i pregi, diverte, soddisfa, inebria, scuote...
Il mondo di Quintavalle mantiene intatta l'aura della rappresentazione quasi fiabesca e nello stesso tempo neorealista: Dorinda l'attrice con le convulsioni, Zul Karnein grottesca figura di monarca decaduto, Lucianella, la donna sicura di dominare gli uomini, i coattelli di quartiere Marco Zazzera e Stracciobello, che frequentano gli ambienti che contano, ma senza un soldo in tasca (chi ricorda Sasà e Ninì, i giovani squattrinati di Ferito a morte di Raffaele La Capria? Non erano emblema di una rincorsa affannosa al presenzialismo?) sono tutti elementi e tasselli di una recita in odor di sociologia.
Quel che Quintavalle ha sempre voluto ed ostentato (nel 1959, quando ancora Segnati a dito non era stato ripubblicato, fece uscire un secondo romanzo sul vissuto, Capitale mancata, dove è Milano a farla da padrone con le sue inessenzialità) sta inequivocabile nelle sue pagine e nella sua visione di un mondo già 'decadente'.
Ma nel finale del libro si coglie una percezione diversa del disastro, un riscatto all'algolagnica osservazione della vita. Proprio quando Lisippo sta per usare la pistola per uccidersi, un improvviso pensiero lo frena e lo distoglie dall'atto: Lisippo si passò una mano sulla fronte. Non capiva bene tutto questo ribollio di pensieri. Era strano, era tutto molto strano. Ora l'idea gli si era insinuata nella mente. Sarebbe scomparsa? Sarebbe tornata? Sarebbe tornata insistente, assillante, l'avrebbe condotto a far qualcosa? Tornò verso la macchina, certo si sentiva ora più leggero e assai tranquillo,anzi quasi allegro. Rimise la pistola nella tasca della portiera, guardò un momento la vasta città tranquilla, si divertiva a tutte quelle luci, lo mettevano ora di buon umore. Bastava poco a rimettersi in pace col mondo. Mise in moto la macchina e tornò a Roma.
Quel che si dice un lumicino in fondo al tunnel. Ma era il 1956.


L'edizione da noi considerata è:

Uberto Paolo Quintavalle
Segnati a dito
Feltrinelli - 1960






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