ATTUALITA'
Stefano Torossi
Le belle Sederone al museo e altre curiosità
Non ci si può distrarre un momento che prima la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini (Pierre Subleyras – Nudo di schiena),
poi la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Valle Giulia (un quadro enorme di cui non ricordiamo né il titolo né l’autore) ne approfittano per prendersi una vacanza dal solito schema del nudo mitologico o storico, comunque a-sexy, per sbatterci sotto gli occhi queste prosperose signore e signorine sole o in mucchio.
Niente di male, anzi vorremmo approfittare di questa generosa offerta per andare avanti.
Bene. Lasciamoci dietro queste bellezze, percorriamo tutta Piazza Navona, entriamo in un portone invaso sorprendentemente dai tavolini di un caffè e ci troviamo a Palazzo Braschi, il Museo di Roma.
Da evitare con la massima cura la superaffollata mostra di Canova, della quale, avendola già vista, possiamo solo dire: “Troppo gesso e troppo poco marmo”, nel senso che si tratta quasi interamente dei bozzetti in gesso delle opere del maestro, con vicine poche realizzazioni finali in marmo.
Ci imbarchiamo su un moderno ascensore con voce sintetica incorporata che quando va su ci avverte: “L’ascensore sale – lift going up”, e quando va giù ci ricorda: “L’ascensore scende – lift going down”. Meno male, altrimenti rischiavamo di smarrirci nello spazio infinito.
E sbarchiamo al terzo piano, completamente deserto, dove è allestita con gusto una storia delle demolizioni di fine ‘800, inizio ‘900, con una mostra di cocci e frammenti recuperati. Ma soprattutto con la proiezione di filmati d’epoca in cui, oltre alle autorità in cilindro o in stivaloni e fez, a seconda del momento storico, si vedono squadre di muratori kamikaze allegramente impegnati a demolire a picconate i muri su cui sono appollaiati, a decine di metri da terra. Quanti ne saranno precipitati non lo sapremo mai.
Ma è al secondo piano, dedicato al costume di Roma nei secoli, che ci sorprende questa foto del Carnevale di Rio: è proprio quel baraccone, quei pennacchi, quel kitsch.
Incongruo? Eh no! E’ il “Carosello a Palazzo Barberini in onore di Cristina di Svezia”, un quadrone strapieno di figure di Filippo Gagliardi, 1656. Come si suol dire: tutto il mondo è paese.
Due sale dopo, un busto di Papa Clemente X, di Bernini con ancora i supporti per le parti fragili. Ci riporta alla controversa teoria sulla presenza di questi elementi utilitari, della stessa materia della statua ma lasciati grezzi, che si trovano talvolta anche sui marmi romani. Che non sono, intendiamoci quei sostegni funzionali alla statica dell’opera, come panneggi immaginati a fianco della figura umana per sostenerla, oppure tronchi o rocce sotto la pancia di cavalli o altri animali. Sono rinforzi di protezione per il trasporto, fatti per essere eliminati quando l’opera arriva a destinazione. Perché a lasciarli (anche se per convenzione artistica lo spettatore non dovrebbe notarli) sono proprio brutti. E allora perché sono rimasti? È la mancata risposta che rende controversa la teoria.
Un altro bell’esempio è nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini: un San Paolo di Francesco Mochi, 1634, anche lui con il suo bel pezzo di pietra, grezzissimo, a tutela di braccio e mano.
Decidiamo di sforare le due pagine tradizionali dei nostri articoletti per segnalare un'altra curiosità dello stesso genere, un po’ meno artistica; stavolta non al museo ma all’aperto, precisamente sul muro laterale esterno della Porta Appia (S. Sebastiano).
Sono quei tre piroli lasciati, ancora in cava, sporgenti dalle pietre grezze per poterle fissare alle funi e issarle sui muri in costruzione. Normalmente a fine lavori venivano eliminati per poi levigare tutta la superficie, ma qualche volta gli scalpellini maliziosi, con la presumibile complicità del capomastro, ne lasciavano qualcuno con la precisa funzione di scacciare la malasorte (e dalla loro forma, si intuisce a quale potente parte anatomica si riferissero).
E, visto che abbiamo invaso anche la terza pagina, tanto vale concludere occupando lo spazio che rimane con l’immagine di quello che si vede dalle finestre del Museo di Roma.
Ci pare che ne valga la pena.
poi la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Valle Giulia (un quadro enorme di cui non ricordiamo né il titolo né l’autore) ne approfittano per prendersi una vacanza dal solito schema del nudo mitologico o storico, comunque a-sexy, per sbatterci sotto gli occhi queste prosperose signore e signorine sole o in mucchio.
Niente di male, anzi vorremmo approfittare di questa generosa offerta per andare avanti.
Bene. Lasciamoci dietro queste bellezze, percorriamo tutta Piazza Navona, entriamo in un portone invaso sorprendentemente dai tavolini di un caffè e ci troviamo a Palazzo Braschi, il Museo di Roma.
Da evitare con la massima cura la superaffollata mostra di Canova, della quale, avendola già vista, possiamo solo dire: “Troppo gesso e troppo poco marmo”, nel senso che si tratta quasi interamente dei bozzetti in gesso delle opere del maestro, con vicine poche realizzazioni finali in marmo.
Ci imbarchiamo su un moderno ascensore con voce sintetica incorporata che quando va su ci avverte: “L’ascensore sale – lift going up”, e quando va giù ci ricorda: “L’ascensore scende – lift going down”. Meno male, altrimenti rischiavamo di smarrirci nello spazio infinito.
E sbarchiamo al terzo piano, completamente deserto, dove è allestita con gusto una storia delle demolizioni di fine ‘800, inizio ‘900, con una mostra di cocci e frammenti recuperati. Ma soprattutto con la proiezione di filmati d’epoca in cui, oltre alle autorità in cilindro o in stivaloni e fez, a seconda del momento storico, si vedono squadre di muratori kamikaze allegramente impegnati a demolire a picconate i muri su cui sono appollaiati, a decine di metri da terra. Quanti ne saranno precipitati non lo sapremo mai.
Ma è al secondo piano, dedicato al costume di Roma nei secoli, che ci sorprende questa foto del Carnevale di Rio: è proprio quel baraccone, quei pennacchi, quel kitsch.
Incongruo? Eh no! E’ il “Carosello a Palazzo Barberini in onore di Cristina di Svezia”, un quadrone strapieno di figure di Filippo Gagliardi, 1656. Come si suol dire: tutto il mondo è paese.
Due sale dopo, un busto di Papa Clemente X, di Bernini con ancora i supporti per le parti fragili. Ci riporta alla controversa teoria sulla presenza di questi elementi utilitari, della stessa materia della statua ma lasciati grezzi, che si trovano talvolta anche sui marmi romani. Che non sono, intendiamoci quei sostegni funzionali alla statica dell’opera, come panneggi immaginati a fianco della figura umana per sostenerla, oppure tronchi o rocce sotto la pancia di cavalli o altri animali. Sono rinforzi di protezione per il trasporto, fatti per essere eliminati quando l’opera arriva a destinazione. Perché a lasciarli (anche se per convenzione artistica lo spettatore non dovrebbe notarli) sono proprio brutti. E allora perché sono rimasti? È la mancata risposta che rende controversa la teoria.
Un altro bell’esempio è nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini: un San Paolo di Francesco Mochi, 1634, anche lui con il suo bel pezzo di pietra, grezzissimo, a tutela di braccio e mano.
Decidiamo di sforare le due pagine tradizionali dei nostri articoletti per segnalare un'altra curiosità dello stesso genere, un po’ meno artistica; stavolta non al museo ma all’aperto, precisamente sul muro laterale esterno della Porta Appia (S. Sebastiano).
Sono quei tre piroli lasciati, ancora in cava, sporgenti dalle pietre grezze per poterle fissare alle funi e issarle sui muri in costruzione. Normalmente a fine lavori venivano eliminati per poi levigare tutta la superficie, ma qualche volta gli scalpellini maliziosi, con la presumibile complicità del capomastro, ne lasciavano qualcuno con la precisa funzione di scacciare la malasorte (e dalla loro forma, si intuisce a quale potente parte anatomica si riferissero).
E, visto che abbiamo invaso anche la terza pagina, tanto vale concludere occupando lo spazio che rimane con l’immagine di quello che si vede dalle finestre del Museo di Roma.
Ci pare che ne valga la pena.
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