RECENSIONI
Pascal Françaix
Le madri nere
Meridiano Zero, Pag. 192 Euro 13,00
Il peccato originale non è essere nati. È essere sopravvissuti alla nascita.
L'esistenza è la cicatrice della morte del tuo gemello: la responsabilità d'essere tu e non l'altro a vivere le gioie dell'amore della madre, e della confortante presenza del padre. La colpa di Maurice è questa: è nato uccidendo.
Maurice vive una vita che doveva essere condivisa. Jacques è morto un istante dopo la nascita: sua madre è impazzita di dolore, e non ha mai accettato la verità. E forse qualcosa di Jacques è rimasto a vivere nel gemello. La personalità – o l'anima.
L'anima è l'irrisolto segreto divino: la personalità il nostro laboratorio, la nostra frontiera di ricerca – medium: il linguaggio.
Maurice scrive per capire quel che non si può pronunciare, perché forse non esiste; e se esiste non è accessibile (la fonte è esausta). Cambiare mano potrà non bastare – l'altro imparerà a muoversi dentro di te, tiranno della tua coscienza. Diventerai la sua marionetta (quanto burattinaia è la schizofrenia).
Maurice, giovane io narrante, si difende dalla madre – è un uomo colpevole d'essere – e intanto è diventato un esperto di case in lutto, di dissimulazione onesta (tavola imbandita per chi non più sederà al tuo fianco: serve negligere la pazzia materna, almeno quanto la tua propria) e tiene un diario. Segreto.
Adesso scrive con la sinistra, perché sua madre gli ha mozzato il pollice. Questo scrive, e forse sta mentendo. Montaigne e le sue cicatrici non le dimentichiamo affatto. La madre l'ha mutilato gridando, perché mentre la mannaia calava era andata a scalfire il mogano del tavolo. Il padre intanto fumava. Il padre è spesso assente. Beve e passa sopra a tutto. D'altra parte, nella sua lingua, bara è birra ("bière"). La birra del peccatore o la bara del piacere, come insegnava Landolfi.
Sei madri che hanno perduto un figlio si ritrovano e si radunano assieme: sono le nere madri del titolo, pestilenza della speranza, e della solarità. La madre dell'io narrante è convinta che Jacques, il gemello perduto, voglia comunicare servendosi del fratello come medium: Dice che sono io, Maurice, suo fratello, il suo assassino! Io, io, io! Lui è dentro di me e io divento lui! Di notte, io sono lui mio malgrado, lui è me nonostante me, e lo faccio arrabbiare perché gli tolgo la parola da sotto i piedi, come si dice per la terra. Metto i bastoni tra le ruote della sua voce, la faccio girare al contrario con la mia lingua, la mia sporca lingua, la mia lingua putrida che stravolge tutto ciò che lui dice (...) (pag. 86) – e da una settimana, tutto a un tratto, Jacques ha deciso di abbandonarlo e di smettergli di parlare. La madre lo minaccia: vuole che il fratello torni. L'allucinazione di Maurice peggiora. Quid est veritas? Sta imbastendo il teatrino della madre o sta precipitando senza capire nella scissione dell'io?
Sente Jacques vivo dentro di sé. Come un gatto che cerca un riparo per acciambellarsi. Impaziente, e fastidioso, perché disorienta e altera il suo equilibrio. Maurice sta combattendo per la sua identità. A cos'altro serve scrivere? Scrivere i suoi diari è una strategia di resistenza. La trama la scrive la follia di sua madre, e la malattia.
Il destino è un baratro edipico. Infine, una cravatta stretta bene attorno al collo: il narcisismo della fine, l'annuncio del suo avvento.
Scabro e crudo, Le madri nere è un romanzo d'una personalità dissociata e morbosa; non c'è un prometeo per liberare l'anima d'un narratore che avanza sprofondando, sino a dissolversi nelle tenebre: dell'identità, e del peccato originale mai rimosso. Una processione di nere madri t'accompagna sulla soglia: un passo, e non oltre. Un passo basta
di Gianfranco Franchi
L'esistenza è la cicatrice della morte del tuo gemello: la responsabilità d'essere tu e non l'altro a vivere le gioie dell'amore della madre, e della confortante presenza del padre. La colpa di Maurice è questa: è nato uccidendo.
Maurice vive una vita che doveva essere condivisa. Jacques è morto un istante dopo la nascita: sua madre è impazzita di dolore, e non ha mai accettato la verità. E forse qualcosa di Jacques è rimasto a vivere nel gemello. La personalità – o l'anima.
L'anima è l'irrisolto segreto divino: la personalità il nostro laboratorio, la nostra frontiera di ricerca – medium: il linguaggio.
Maurice scrive per capire quel che non si può pronunciare, perché forse non esiste; e se esiste non è accessibile (la fonte è esausta). Cambiare mano potrà non bastare – l'altro imparerà a muoversi dentro di te, tiranno della tua coscienza. Diventerai la sua marionetta (quanto burattinaia è la schizofrenia).
Maurice, giovane io narrante, si difende dalla madre – è un uomo colpevole d'essere – e intanto è diventato un esperto di case in lutto, di dissimulazione onesta (tavola imbandita per chi non più sederà al tuo fianco: serve negligere la pazzia materna, almeno quanto la tua propria) e tiene un diario. Segreto.
Adesso scrive con la sinistra, perché sua madre gli ha mozzato il pollice. Questo scrive, e forse sta mentendo. Montaigne e le sue cicatrici non le dimentichiamo affatto. La madre l'ha mutilato gridando, perché mentre la mannaia calava era andata a scalfire il mogano del tavolo. Il padre intanto fumava. Il padre è spesso assente. Beve e passa sopra a tutto. D'altra parte, nella sua lingua, bara è birra ("bière"). La birra del peccatore o la bara del piacere, come insegnava Landolfi.
Sei madri che hanno perduto un figlio si ritrovano e si radunano assieme: sono le nere madri del titolo, pestilenza della speranza, e della solarità. La madre dell'io narrante è convinta che Jacques, il gemello perduto, voglia comunicare servendosi del fratello come medium: Dice che sono io, Maurice, suo fratello, il suo assassino! Io, io, io! Lui è dentro di me e io divento lui! Di notte, io sono lui mio malgrado, lui è me nonostante me, e lo faccio arrabbiare perché gli tolgo la parola da sotto i piedi, come si dice per la terra. Metto i bastoni tra le ruote della sua voce, la faccio girare al contrario con la mia lingua, la mia sporca lingua, la mia lingua putrida che stravolge tutto ciò che lui dice (...) (pag. 86) – e da una settimana, tutto a un tratto, Jacques ha deciso di abbandonarlo e di smettergli di parlare. La madre lo minaccia: vuole che il fratello torni. L'allucinazione di Maurice peggiora. Quid est veritas? Sta imbastendo il teatrino della madre o sta precipitando senza capire nella scissione dell'io?
Sente Jacques vivo dentro di sé. Come un gatto che cerca un riparo per acciambellarsi. Impaziente, e fastidioso, perché disorienta e altera il suo equilibrio. Maurice sta combattendo per la sua identità. A cos'altro serve scrivere? Scrivere i suoi diari è una strategia di resistenza. La trama la scrive la follia di sua madre, e la malattia.
Il destino è un baratro edipico. Infine, una cravatta stretta bene attorno al collo: il narcisismo della fine, l'annuncio del suo avvento.
Scabro e crudo, Le madri nere è un romanzo d'una personalità dissociata e morbosa; non c'è un prometeo per liberare l'anima d'un narratore che avanza sprofondando, sino a dissolversi nelle tenebre: dell'identità, e del peccato originale mai rimosso. Una processione di nere madri t'accompagna sulla soglia: un passo, e non oltre. Un passo basta
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