INTERVISTE
Luigi Balocchi

La domanda che facciamo a tutti: ci dice quello che ha fatto prima della pubblicazione de "Il diavolo custode"?
Ho scritto due libri di racconti a metà degli anni novanta. Poi ho pubblicato Tra Corna e Danée e la traduzione in milanese del Qoelet, per una piccola casa editrice milanese. La "Primordia".
Bandito e anarchico, Sante Pollastro, il protagonista del tuo libro, per molti versi, anche se con le debite differenze anche storiche, mi ricorda il Beniamino Rossini de "La terra della mia anima" di Massimo Carlotto. Conviene nel giudizio?
Con un'unica, essenziale, differenza. Ho scritto la storia di Sante intendendo parlare di noi; delle nostre impotenze, ricordanze, disillusioni. Il modulo narrativo che ho scelto lo comprova. Sante non è morto in quel di Novi nel 1979. Sante è eterno. E' in noi. Davvero.
Prendo dal libro: "-Ecco – remigava l'Umeto – te vedi, vacca bestia, cosa cristo il capita? Questa chì, 'sti bei signori, l'è tutta gente che sui morti la te fa la grande patria... del cùnt in banca." Mi pare che rispetto ai tempi del Pollastro non sia cambiato nulla.
Giustappunto. E' ciò che volevo. Vedi, Sciascia diceva che il nostro stramaledetto paese non ha né memoria né verità. Noi siamo il paese dell'impunità. Quelli che han sempre pagato, sono stati, a rigor di logica, i più innocenti. Come il Sante.
Un pensiero del Pollastro: I fascisti non li vede poi diversi dai carabinieri...
Beh, è un dato di fatto. D'altronde, lo stesso D'Annunzio che pure non era un bolscevico definì gli squadristi "Scherani dello schiavismo agrario". Sai quante fucilate si son presi i contadini dai carabinier italiani? La vicenda del Lazzaretti sul Monte Amiata è a tal proposito lampante. Ma il problema, l'avrai capito, non sono affatto loro. Il problema oggigiorno non sono né i fascisti né i carabinieri.
Noi Orchi ci lamentiamo che i romanzi parlino tutti la stessa lingua e che siano scritti allo stesso modo. Per fortuna il suo libro non rispetta la regola. Un'esigenza sua personale o cosa?
Io scrivo come vivo. Sono passato attraverso molte cose. Di me, ci son brandelli un po' ovunque. Credo che la letteratura italiana sia a un punto morto. Ci si limita a lindi compitini. Ci sono compitini sulla solidarietà, compitini sulla spiritualità, compitini multiformi e tutti ben digeribili. Io ho vomitato spesso, davvero, nella mia vita. Non posso scrivere altrimenti.
In un'altra intervista lei ha detto che i suoi riferimenti sono: Chiara, Comisso e Brera. Gadda no?
Così come tutta la poesia maudit. Ma anche Flann o'Brian, l'irlandese, Cervantes, Celine, Drieu De La Rochelle, . E poi c'è la letteratura vernacolare lombarda. Porta e Tessa. In primis, però gh'è la mia gent. Quella antica delle osterie, dei racconti balordi e sfacciati.
Cos'è 'sta storia che vuole ridar vita al maestro del romanzo di Mastronardi?
Tutto nasce dal fatto che effettivamente io ho fatto per circa dieci anni il maestro elementare a Vigevano. Il prossimo romanzo parlerà di questo. Con un finale a sorpresa.
La storia di Sante Pollastro nasce perché lei viene dalla cronaca nera o perché è rimasto affascinato dal personaggio in sé?
Io Pollastro l'ho davvero conosciuto. Avevo 17 anni, lui ormai quasi 80. Dopo qualche mese morì. Sai, nella vita ci si destina. E' un lampo, un respiro, l'istante e il sogno. Ho cominciato a scrivere del Sante in un momento in cui stavo male. Ora sto bene. E' curativo, il Sante.
Mi vuol parlare del suo progetto di ricerca linguistica "La Brasca" volta al recupero della tradizione dialettale in chiave di proposta letteraria?
Credo che sia importante recuperare la grande tradizione narrativa della pianura padana. E ciò va pari passo alla consapevolezza di una specificità culturale di tanta gente che vive lungo il Ticino o sulle Alpi che, a dire il vero, è sempre stata conculcata dall'asfissiante retorica italiota. Io organizzo, purtroppo raramente, delle recite su testi del Porta e del Tessa. Ho letto in chiesa, mì che son no cattolich, il Qoelet da me tradotto in lombardo. Faccio di tutto affinché la ricchezza ancestrale non anneghi tra i miasmi grigiastri di un kebab o di un Mac Donalds.
Che spero non sia la tradizione da repubblica padana della Lega....
Guarda, su questo voglio essere chiaro. Io non credo che la Lega abbia a cuore la specificità culturale dei popoli padani o alpini. E poi, parliamoci chiaro. Machiavelli descriveva gli svizzeri come "armatissimi e liberissimi". Al mio paese, i leghisti non sanno nemmeno più parlare il nostro dialetto. Quindi non sono culturalmente liberi. Chi non è libero, non può far altro che cianciare. Sulle armi poi...li vedo meglio a sterminare un piatto di tagliatelle.
Ho scritto due libri di racconti a metà degli anni novanta. Poi ho pubblicato Tra Corna e Danée e la traduzione in milanese del Qoelet, per una piccola casa editrice milanese. La "Primordia".
Bandito e anarchico, Sante Pollastro, il protagonista del tuo libro, per molti versi, anche se con le debite differenze anche storiche, mi ricorda il Beniamino Rossini de "La terra della mia anima" di Massimo Carlotto. Conviene nel giudizio?
Con un'unica, essenziale, differenza. Ho scritto la storia di Sante intendendo parlare di noi; delle nostre impotenze, ricordanze, disillusioni. Il modulo narrativo che ho scelto lo comprova. Sante non è morto in quel di Novi nel 1979. Sante è eterno. E' in noi. Davvero.
Prendo dal libro: "-Ecco – remigava l'Umeto – te vedi, vacca bestia, cosa cristo il capita? Questa chì, 'sti bei signori, l'è tutta gente che sui morti la te fa la grande patria... del cùnt in banca." Mi pare che rispetto ai tempi del Pollastro non sia cambiato nulla.
Giustappunto. E' ciò che volevo. Vedi, Sciascia diceva che il nostro stramaledetto paese non ha né memoria né verità. Noi siamo il paese dell'impunità. Quelli che han sempre pagato, sono stati, a rigor di logica, i più innocenti. Come il Sante.
Un pensiero del Pollastro: I fascisti non li vede poi diversi dai carabinieri...
Beh, è un dato di fatto. D'altronde, lo stesso D'Annunzio che pure non era un bolscevico definì gli squadristi "Scherani dello schiavismo agrario". Sai quante fucilate si son presi i contadini dai carabinier italiani? La vicenda del Lazzaretti sul Monte Amiata è a tal proposito lampante. Ma il problema, l'avrai capito, non sono affatto loro. Il problema oggigiorno non sono né i fascisti né i carabinieri.
Noi Orchi ci lamentiamo che i romanzi parlino tutti la stessa lingua e che siano scritti allo stesso modo. Per fortuna il suo libro non rispetta la regola. Un'esigenza sua personale o cosa?
Io scrivo come vivo. Sono passato attraverso molte cose. Di me, ci son brandelli un po' ovunque. Credo che la letteratura italiana sia a un punto morto. Ci si limita a lindi compitini. Ci sono compitini sulla solidarietà, compitini sulla spiritualità, compitini multiformi e tutti ben digeribili. Io ho vomitato spesso, davvero, nella mia vita. Non posso scrivere altrimenti.
In un'altra intervista lei ha detto che i suoi riferimenti sono: Chiara, Comisso e Brera. Gadda no?
Così come tutta la poesia maudit. Ma anche Flann o'Brian, l'irlandese, Cervantes, Celine, Drieu De La Rochelle, . E poi c'è la letteratura vernacolare lombarda. Porta e Tessa. In primis, però gh'è la mia gent. Quella antica delle osterie, dei racconti balordi e sfacciati.
Cos'è 'sta storia che vuole ridar vita al maestro del romanzo di Mastronardi?
Tutto nasce dal fatto che effettivamente io ho fatto per circa dieci anni il maestro elementare a Vigevano. Il prossimo romanzo parlerà di questo. Con un finale a sorpresa.
La storia di Sante Pollastro nasce perché lei viene dalla cronaca nera o perché è rimasto affascinato dal personaggio in sé?
Io Pollastro l'ho davvero conosciuto. Avevo 17 anni, lui ormai quasi 80. Dopo qualche mese morì. Sai, nella vita ci si destina. E' un lampo, un respiro, l'istante e il sogno. Ho cominciato a scrivere del Sante in un momento in cui stavo male. Ora sto bene. E' curativo, il Sante.
Mi vuol parlare del suo progetto di ricerca linguistica "La Brasca" volta al recupero della tradizione dialettale in chiave di proposta letteraria?
Credo che sia importante recuperare la grande tradizione narrativa della pianura padana. E ciò va pari passo alla consapevolezza di una specificità culturale di tanta gente che vive lungo il Ticino o sulle Alpi che, a dire il vero, è sempre stata conculcata dall'asfissiante retorica italiota. Io organizzo, purtroppo raramente, delle recite su testi del Porta e del Tessa. Ho letto in chiesa, mì che son no cattolich, il Qoelet da me tradotto in lombardo. Faccio di tutto affinché la ricchezza ancestrale non anneghi tra i miasmi grigiastri di un kebab o di un Mac Donalds.
Che spero non sia la tradizione da repubblica padana della Lega....
Guarda, su questo voglio essere chiaro. Io non credo che la Lega abbia a cuore la specificità culturale dei popoli padani o alpini. E poi, parliamoci chiaro. Machiavelli descriveva gli svizzeri come "armatissimi e liberissimi". Al mio paese, i leghisti non sanno nemmeno più parlare il nostro dialetto. Quindi non sono culturalmente liberi. Chi non è libero, non può far altro che cianciare. Sulle armi poi...li vedo meglio a sterminare un piatto di tagliatelle.
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