CLASSICI
Alfredo Ronci
Fu vero mito? “Racconti fantastici” di Igino Ugo Tarchetti.

Scriveva Salvatore Farina (autore, tra l’altro, de La mia giornata, memorie autobiografiche da cui è stato estratto questi Ritratto di Iginio Ugo Tarchetti e intimo amico dello scrittore): Egli se ne tornava appunto da un amore infelice, consumato in Varese; tornava per riabbracciarsi alle vecchie amicizie più fedeli dell’amore. Appena Iginio (così, nell’uso del Farina, contro Igino oggi universalmente accettato) mi apparve lungo, pallido, melanconico, fatale, chiuso come in una sepoltura dorata nella tunica dell’Intendenza militare, subito mi sembrò d’amarlo; ed egli si schernì un po, mi parve volesse respingere la mia brusca carezza, ma fin dalle prime ore si lasciò vincere. Si combinò una scarrozzata fino a Vignale, patria del buon vino e di Federico.
Non me ne voglia nessuno se ho iniziato questo omaggio a Tarchetti con una sua descrizione fisica lasciataci da un suo amico: un esatto prototipo di uno scrittore scapigliato, una vera e propria dimostrazione di un uomo ‘complesso’. Ma voglio fare di più: riportare un’altra testimonianza di Tarchetti aggiuntiva (sempre di Farina) per far sì che anche, ma soprattutto, l’aspetto fisico e psicologico, abbia determinato la costruzione del suo ‘mito’.
Era alto, di complessione forte e gentile; aveva faccia di Nazareno, talvolta sdegnosa, per lo più mite; guardava superbamente gli uomini ignoti per paura che gli fossero avversari, ma con gli amici il suo sorriso buono si apriva alla confidenza, e sempre, sempre, io lo vidi ricercare il cielo mormorando versi di Heine, o di Shakespeare, o di Byron. (…) Le donne egli le amava soltanto; troppo le amava, e perciò non poteva trovarsi bene nella compagnia di molte insieme. Una gli bastava, e a quell’una imprestava per un’ora, per un giorno, o per un anno, tutta la sua tenerezza, tutta la sua idealità d’artista.
Dunque questo spilungone a volte non troppo gentile, amante e dicitore di versi di Heine, Shakespeare e di Byron e scrittore di tre romanzi (Paolina. Mistero del Coperto dei Figini, che appartiene al genere tutto sommato del romanzo sociale, Una nobile follia, primo ed unico romanzo antimilitarista del nostro Ottocento, e naturalmente Fosca) e di una manciata di racconti fantastici (e vedremo in quale forma di fantastico) ce lo ritroviamo emblema e mito di una intera generazione di scrittori italiani. Come mai, e davvero solo queste descrizioni ce lo ‘portano’ statuario?
Quello che in definitiva portò all’immagine dello scrittore ‘scapigliato’ fu la realizzazione del suo ultimo romanzo, appunto Fosca e la malattia che ben presto lo colpì e che lo portò, nonostante il successo delle sue opere, alla morte.
Dal punto di vista letterario Tarchetti oscilla tra l’adesione a una mistica panteistica che rischia la deriva occultista e alcune professioni di fede materialista, costantemente dominate dall’incubo della morte evocata nell’orrore del disfacimento fisico.
Ancor più che nei racconti fantastici è nel romanzo Fosca che si dispiegano certi argomenti che contribuiranno anche alla sua destinazione finale.
Mi permetterei di dire che i suoi racconti fantastici lo sono per vie traverse, perché al gotico, all’horror e al soprannaturale Tarchetti preferisca giostrare su episodi che spesso (ma anche volentieri) sfiorano il ridicolo ed il grottesco. Come per esempio nel primo racconto I fatali dove sembra di assistere ad una lotta tra portatori di jella oppure nell’altra storia La lettera U dove più che un racconto fantastico sembra uno scherzo letterario.
Di diversa struttura ci sembra Un osso di morto dove tra un sogno che diventa realtà ci si imbatte nell’interesse che Tarchetti aveva per lo spiritismo e soprattutto Uno spirito in un lampone, un giallo-horror con alcuni accenni antimilitaristi (vedi il rifiuto di prendere in mano un fucile).
Diciamo che la domanda che ci si poneva all’inizio, e cioè perché mai uno scrittore di modeste capacita letterarie (mi riferisco più che altro alla quantità degli scritti) sia diventato a tutti gli effetti un intellettuale e riconosciuto ‘scapigliato’, non sia stata del tutto evasa.
Possiamo affermare però che molto è dovuto a Fosca (più che a Una nobile follia o ai Racconti fantastici) e soprattutto al suo modo di avvicinarsi alla morte.
Ugo Igino Tarchetti
Racconti fantastici
Tascabili Bompiani
Non me ne voglia nessuno se ho iniziato questo omaggio a Tarchetti con una sua descrizione fisica lasciataci da un suo amico: un esatto prototipo di uno scrittore scapigliato, una vera e propria dimostrazione di un uomo ‘complesso’. Ma voglio fare di più: riportare un’altra testimonianza di Tarchetti aggiuntiva (sempre di Farina) per far sì che anche, ma soprattutto, l’aspetto fisico e psicologico, abbia determinato la costruzione del suo ‘mito’.
Era alto, di complessione forte e gentile; aveva faccia di Nazareno, talvolta sdegnosa, per lo più mite; guardava superbamente gli uomini ignoti per paura che gli fossero avversari, ma con gli amici il suo sorriso buono si apriva alla confidenza, e sempre, sempre, io lo vidi ricercare il cielo mormorando versi di Heine, o di Shakespeare, o di Byron. (…) Le donne egli le amava soltanto; troppo le amava, e perciò non poteva trovarsi bene nella compagnia di molte insieme. Una gli bastava, e a quell’una imprestava per un’ora, per un giorno, o per un anno, tutta la sua tenerezza, tutta la sua idealità d’artista.
Dunque questo spilungone a volte non troppo gentile, amante e dicitore di versi di Heine, Shakespeare e di Byron e scrittore di tre romanzi (Paolina. Mistero del Coperto dei Figini, che appartiene al genere tutto sommato del romanzo sociale, Una nobile follia, primo ed unico romanzo antimilitarista del nostro Ottocento, e naturalmente Fosca) e di una manciata di racconti fantastici (e vedremo in quale forma di fantastico) ce lo ritroviamo emblema e mito di una intera generazione di scrittori italiani. Come mai, e davvero solo queste descrizioni ce lo ‘portano’ statuario?
Quello che in definitiva portò all’immagine dello scrittore ‘scapigliato’ fu la realizzazione del suo ultimo romanzo, appunto Fosca e la malattia che ben presto lo colpì e che lo portò, nonostante il successo delle sue opere, alla morte.
Dal punto di vista letterario Tarchetti oscilla tra l’adesione a una mistica panteistica che rischia la deriva occultista e alcune professioni di fede materialista, costantemente dominate dall’incubo della morte evocata nell’orrore del disfacimento fisico.
Ancor più che nei racconti fantastici è nel romanzo Fosca che si dispiegano certi argomenti che contribuiranno anche alla sua destinazione finale.
Mi permetterei di dire che i suoi racconti fantastici lo sono per vie traverse, perché al gotico, all’horror e al soprannaturale Tarchetti preferisca giostrare su episodi che spesso (ma anche volentieri) sfiorano il ridicolo ed il grottesco. Come per esempio nel primo racconto I fatali dove sembra di assistere ad una lotta tra portatori di jella oppure nell’altra storia La lettera U dove più che un racconto fantastico sembra uno scherzo letterario.
Di diversa struttura ci sembra Un osso di morto dove tra un sogno che diventa realtà ci si imbatte nell’interesse che Tarchetti aveva per lo spiritismo e soprattutto Uno spirito in un lampone, un giallo-horror con alcuni accenni antimilitaristi (vedi il rifiuto di prendere in mano un fucile).
Diciamo che la domanda che ci si poneva all’inizio, e cioè perché mai uno scrittore di modeste capacita letterarie (mi riferisco più che altro alla quantità degli scritti) sia diventato a tutti gli effetti un intellettuale e riconosciuto ‘scapigliato’, non sia stata del tutto evasa.
Possiamo affermare però che molto è dovuto a Fosca (più che a Una nobile follia o ai Racconti fantastici) e soprattutto al suo modo di avvicinarsi alla morte.
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