DE FALSU CREDITU
Pierpaolo Di Pierpaoli
Mostri di bravura!
Mani rubate all'agricoltura ed., Pag. 144 Euro 14,00
Lo si aspettava da tempo questo terzo volume della trilogia che lo stesso autore, in una sorta di forzata disistima ha definito: la trilogia dell'imbecillità.
Dopo il fortunato Raccontami il giorno in cui sono morto (edizione Perdonatemi) e l'ossimorico suo seguito Questa vicinanza così lontana (edizione Recidiva) ecco il terzo tassello di quello che invece noi, lontani anni luce dalla civettuola sfiducia dello stesso Di Pierpaoli, definiamo la trilogia dell'inconsistenza.
E non si abbiano dubbi sul concetto da attribuire alla parola 'inconsistenza': non certo l'assoluta mancanza di una sostanza letteraria, tutt'altro, la capacità invece dello scrittore romano, tra l'altro sempre impegnato nel rivendicare una costante e cospicua presenza nell'ambiente nel tentativo di desacralizzare lo stesso, di ri-ordinare un suo personale 'catalogo' di nefandezze esistenziali che poi inevitabilmente portano ad una mollezza impalpabile del senso frustrante del vivere.
Mostri di bravura! (notare il legame 'amplificativo' col precedente romanzo) si avvale innanzi tutto di una scrittura ricca di figure retoriche: si va dall'anacoluto (es: Renzo camminava rasente il muro. Nessuno avrebbe detto che Carola sbucciava le carote), all'anadiplosi esasperata (es. Renzo camminava ritto, ritto ritto come un fuso, ritto ritto come un'asta) all'epanalessi anche qui portata all'eccesso (es. Renzo Renzo Renzo, non camminare come se fossi l'ultimo soldato della ex Armata Russa!).
Ma il lettore più attento non troverà soltanto queste abili soluzioni linguistiche che sostengono una trama che qualcuno ha osato definire novecentesca (si può definire una letteratura – e che letteratura! - come appartenente ad un decennio culturale? Non sarebbe meglio, una volta per tutte, sciogliere questi lacci soffocanti che relegano progetti e intendimenti alla mera classificazione tout-court?), ma addirittura il suo contrario: un 'chiotto' processo identificativo della piattezza umana, un'esplicativa summa delle banalità della contemporaneità detta e dialogata, un'elocutio che addirittura sbrana, se mi è concesso usare il termine, l'attitudine del nuovo secolo (qui sì, va bene connotare temporalmente pregi e difetti di una materia prima di tutto sociologica) ad una mortificazione, ad una convenzionalità, ad un'insulsaggine del vivere quotidiano.
Sia da esempio il passaggio a pag. 100: Renzo camminava. Portava ai piedi un paio di scarpe marroni. Indossava una camicia bianca, un pantalone grigio, e aveva i capelli sistemati col gel e s'era fatto pure la depilazione delle sopracciglia. La madre vedendolo gli corse incontro gridando: figlio, figlio, figlio mio (di nuovo una evidentissima anadiplosi, a testimonianza di una struttura linguistica ad incastro dove davvero si mischia il sacro col profano).
Insomma Mostri di bravura! (altro ossimoro!) non smentisce le aspettative. Il prossimo premio Strega dovrà necessariamente passare per queste sponde.
Dopo il fortunato Raccontami il giorno in cui sono morto (edizione Perdonatemi) e l'ossimorico suo seguito Questa vicinanza così lontana (edizione Recidiva) ecco il terzo tassello di quello che invece noi, lontani anni luce dalla civettuola sfiducia dello stesso Di Pierpaoli, definiamo la trilogia dell'inconsistenza.
E non si abbiano dubbi sul concetto da attribuire alla parola 'inconsistenza': non certo l'assoluta mancanza di una sostanza letteraria, tutt'altro, la capacità invece dello scrittore romano, tra l'altro sempre impegnato nel rivendicare una costante e cospicua presenza nell'ambiente nel tentativo di desacralizzare lo stesso, di ri-ordinare un suo personale 'catalogo' di nefandezze esistenziali che poi inevitabilmente portano ad una mollezza impalpabile del senso frustrante del vivere.
Mostri di bravura! (notare il legame 'amplificativo' col precedente romanzo) si avvale innanzi tutto di una scrittura ricca di figure retoriche: si va dall'anacoluto (es: Renzo camminava rasente il muro. Nessuno avrebbe detto che Carola sbucciava le carote), all'anadiplosi esasperata (es. Renzo camminava ritto, ritto ritto come un fuso, ritto ritto come un'asta) all'epanalessi anche qui portata all'eccesso (es. Renzo Renzo Renzo, non camminare come se fossi l'ultimo soldato della ex Armata Russa!).
Ma il lettore più attento non troverà soltanto queste abili soluzioni linguistiche che sostengono una trama che qualcuno ha osato definire novecentesca (si può definire una letteratura – e che letteratura! - come appartenente ad un decennio culturale? Non sarebbe meglio, una volta per tutte, sciogliere questi lacci soffocanti che relegano progetti e intendimenti alla mera classificazione tout-court?), ma addirittura il suo contrario: un 'chiotto' processo identificativo della piattezza umana, un'esplicativa summa delle banalità della contemporaneità detta e dialogata, un'elocutio che addirittura sbrana, se mi è concesso usare il termine, l'attitudine del nuovo secolo (qui sì, va bene connotare temporalmente pregi e difetti di una materia prima di tutto sociologica) ad una mortificazione, ad una convenzionalità, ad un'insulsaggine del vivere quotidiano.
Sia da esempio il passaggio a pag. 100: Renzo camminava. Portava ai piedi un paio di scarpe marroni. Indossava una camicia bianca, un pantalone grigio, e aveva i capelli sistemati col gel e s'era fatto pure la depilazione delle sopracciglia. La madre vedendolo gli corse incontro gridando: figlio, figlio, figlio mio (di nuovo una evidentissima anadiplosi, a testimonianza di una struttura linguistica ad incastro dove davvero si mischia il sacro col profano).
Insomma Mostri di bravura! (altro ossimoro!) non smentisce le aspettative. Il prossimo premio Strega dovrà necessariamente passare per queste sponde.
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