RECENSIONI
Sandro Bartolini
Nacqui settimino
Stampa alternativa, Pag. 174 Euro 13.00
Ci sono certi libri che partono piano. Le pagine si voltano lente, una dopo l'altra, e non capisci dove ti stanno portando. Poi cominciano a prendere quota, a sedimentarsi dentro: è allora non vedi l'ora di salire sulla metro per vedere come la storia va avanti. (Come? Non sapevate che i treni e le metropolitane sono diventate le moderne biblioteche? No? Male, l'osservazione non è del sottoscritto, ma di tal Daniel Pennac: si proprio quello de Il paradiso degli orchi).
Con Nacqui settimino di Sandro Bartolini avviene proprio questo. L'Africa, la Nigeria, è da quel luogo che parte la storia: è lì che conosciamo Carlo Solatii, insegnante di italiano nei campi delle aziende che lavorano in quel continente. La nascita del figlio, però, lo richiama in Italia, e qui comincia un'altra storia: sì, perché Carlo è "costretto" ad integrarsi e ad accettare un nuovo impiego in un'azienda che produce vernici. Settore lanci prodotti.
Ognuno, com'è ovvio, è il prodotto della propria storia e di quella della sua famiglia: forse è proprio per questo che Bartolini comincia a giustapporre il presente di Carlo alla Palmiri e Togni, la sua azienda, al suo passato, la sua nascita (settimina, per l'appunto, ecco perché deve scegliere "tra la vita e la morte"), l'infanzia in un Italia ancora rurale, schietta. Vagamente comunista. Contadini, mezzadri e pescatori. Di questo è fatto il suo passato, e con una storia del genere la cosa certa è che resisti poco ad un lavoro alienante. E così alla fine Carlo, tra squaletti che cercano di farsi largo e segretarie compiacenti, decide di "dare battaglia", come recita il sottotitolo. Lui, infatti, è il primo (ed unico) impiegato della Palmiri e Togni che decide di entrare nel sindacato. E da quel giorno la sua vita cambia: i volti dei suoi colleghi si voltano dall'altra parte, la stima dei padroni svanisce come neve al sole. Eccoli perciò che spacchettano l'azienda, fondano società finte (Bad Company, le chiamano) e ci scaricano dentro i rompicoglioni. Poi tirano la catena ed il gioco è fatto. Senza lavoro Carlo dirà: "Mi sento debole, anche le cose più semplici mi sembrano montagne".
Di Nacqui settimino qualcuno ha detto che "Le vicende di questo romanzo entrano profondamente dentro una fabbrica": più che sulla fabbrica questo è però un "romanzo della fabbrica", perché la triste parabola di Carlo Solatii dentro la Palmiri e Togni, azienda che produce vernici e solventi, sembra essere quella del sistema Italia, dove va tutto bene, ma dove intanto le Bad Company si moltiplicano.
Per ultimo il titolo: si poteva pensare qualcosa di meglio? Chissà. Non bisognerebbe perdere di vista il fatto che il libri si pubblicano per venderli. Romanzo corposo.
di Marco Minicangeli
Con Nacqui settimino di Sandro Bartolini avviene proprio questo. L'Africa, la Nigeria, è da quel luogo che parte la storia: è lì che conosciamo Carlo Solatii, insegnante di italiano nei campi delle aziende che lavorano in quel continente. La nascita del figlio, però, lo richiama in Italia, e qui comincia un'altra storia: sì, perché Carlo è "costretto" ad integrarsi e ad accettare un nuovo impiego in un'azienda che produce vernici. Settore lanci prodotti.
Ognuno, com'è ovvio, è il prodotto della propria storia e di quella della sua famiglia: forse è proprio per questo che Bartolini comincia a giustapporre il presente di Carlo alla Palmiri e Togni, la sua azienda, al suo passato, la sua nascita (settimina, per l'appunto, ecco perché deve scegliere "tra la vita e la morte"), l'infanzia in un Italia ancora rurale, schietta. Vagamente comunista. Contadini, mezzadri e pescatori. Di questo è fatto il suo passato, e con una storia del genere la cosa certa è che resisti poco ad un lavoro alienante. E così alla fine Carlo, tra squaletti che cercano di farsi largo e segretarie compiacenti, decide di "dare battaglia", come recita il sottotitolo. Lui, infatti, è il primo (ed unico) impiegato della Palmiri e Togni che decide di entrare nel sindacato. E da quel giorno la sua vita cambia: i volti dei suoi colleghi si voltano dall'altra parte, la stima dei padroni svanisce come neve al sole. Eccoli perciò che spacchettano l'azienda, fondano società finte (Bad Company, le chiamano) e ci scaricano dentro i rompicoglioni. Poi tirano la catena ed il gioco è fatto. Senza lavoro Carlo dirà: "Mi sento debole, anche le cose più semplici mi sembrano montagne".
Di Nacqui settimino qualcuno ha detto che "Le vicende di questo romanzo entrano profondamente dentro una fabbrica": più che sulla fabbrica questo è però un "romanzo della fabbrica", perché la triste parabola di Carlo Solatii dentro la Palmiri e Togni, azienda che produce vernici e solventi, sembra essere quella del sistema Italia, dove va tutto bene, ma dove intanto le Bad Company si moltiplicano.
Per ultimo il titolo: si poteva pensare qualcosa di meglio? Chissà. Non bisognerebbe perdere di vista il fatto che il libri si pubblicano per venderli. Romanzo corposo.
di Marco Minicangeli
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