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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Irène Némirovsky

Il Ballo

Editori Riuniti, Traduzione di Massimo De Pascale, Pag. 128 Euro 7,00
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   Fresco di stampa, breve quasi come un racconto, perché metà delle pagine sono in lingua originale, questo libriccino offre appunto l’incommensurabile pregio di avere il testo originale a fronte. Questo consente il doppio piacere del contatto diretto con la parola dell’Autore e della possibilità di apprezzare una traduzione che riesce a essere fedelissima senza essere passiva.
   Il tema non è nuovo (né lo era ai tempi della Némirovsky, nel periodo fra le due guerre) anzi si potrebbe dire che appartiene agli archetipi della letteratura borghese. Racchiude infatti una delle principali aspirazioni, che fa il paio con la principale paura, del borghese arricchito e impegnato nella scalata sociale. Ricevere un pubblico battesimo che sancisca il suo ingresso ai piani alti della società.  E’ dunque un classico rito di passaggio, il ballo che la famiglia Kampf (per l’esattezza la signora Kampf) organizza per invitare tutta la Parigi che conta nella casa sontuosamente arredata grazie a una fortunata speculazione in borsa del capofamiglia. E’ stato un salto brusco quello che ha catapultato il signor Kampf nella ricchezza, e nessuno dovrà sapere dove e come viveva in precedenza la famiglia del modesto impiegato.
   Concitata, presa da preoccupazioni meschine che ne delineano la figura con quegli stessi tratti che vorrebbe a tutti i costi nascondere, Rosina Kampf si consulta con il marito.
   “La cosa più terribile” disse Rosina preoccupata “saranno le presentazioni… Pensa, tutte queste persone che ho visto una sola volta, che riconoscerò a stento… e che non si conoscono tra loro, che non hanno niente in comune…”
   “Oddio, farfuglierai qualcosa. In fondo, ci sono passati tutti, per tutti c’è stata una prima volta”.
   Presa da un’impalcatura di minutissimi dettagli che la imprigiona nel ginepraio di una realtà fittizia, alla signora sfugge però un macroscopico dato reale: l’adolescenza della sua unica figlia, la quattordicenne Antoinette, che reclama attenzione e magari anche un po’ di rispetto per i suoi sentimenti.
  Ah! quanto aveva riso di loro tutta la sera, senza che se ne accorgessero, naturalmente… poteva piangere o ridere sotto il loro naso e quelli non si degnavano di vederla… una ragazza di quattordici anni, una mocciosa, è una cosa da disprezzare, priva di valore come un cane…
    Più lucida e più acuta nella sua analisi, come spesso sono i ragazzi rispetto agli adulti che li circondano, l’adolescente cova in sé una miscela esplosiva in cui si uniscono il disprezzo per un mondo di regole assurde e i desideri propri della femminilità che sta sbocciando.
   La schiavitù, la prigione, ripetere ogni giorno gli stessi gesti alla stessa ora… Svegliarsi, vestirsi… gli abitucci scuri,i grossi stivaletti, i calzettoni a coste, come un’uniforme studiata apposta perché nessuno per strada getti neanche un’occhiata sull’insignificante ragazzina che passa…  Imbecilli, non vedrete mai più il suo incarnato roseo, né le palpebre fresche e lisce, i begli occhi spaventati, arditi, che invocano, ignorano, aspettano… 
   La forza distruttiva di un’adolescenza frustrata è il detonatore che innesca il dramma. Là dove, come succede prima o poi a ogni adolescente, la ragazzina si gingilla con fantasie di morte, propria o altrui, si insinua l’altro fantasma, ben più temibile per i suoi familiari, della catastrofe sociale.
   Una prosa vibrante, veloce e intensa, sostiene il racconto dall’inizio alla fine. Con l’eleganza di un’opera musicale si contrappuntano le voci dei personaggi, delineati con una penetrazione psicologica che nulla toglie alla leggerezza del ritmo. Fra tutti si stagliano Antoinette e la madre, potenti figure antagoniste di una moderna mitologia.

di Giovanna Repetto


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