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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Davide Rissone

Petto d'anatra laccato.

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Me ne sto qui, sdraiato sul letto della camera mentre mia moglie Michelle se ne sta di là in cucina con il professore di calcolo. Mia moglie è nata in Francia, si è trasferita a Pittsburgh quando aveva poco più di cinque anni, si è sposata con me un bel po’ di tempo dopo, quando era ormai una donna, e adesso vive con me nel Michigan.
Da quando siamo qui ha deciso di rimettersi a studiare. Si è iscritta a matematica, ma non ci capisce un bel niente, a detta sua. Alla sera, quando ci sediamo a tavola mi racconta quello che ha fatto a lezione ed io non riesco a seguire una sola parola. Sono un cuoco, non un matematico. Io mangio e mastico velocemente per far durare il tutto meno possibile, ma lei si infila una forchettata di roba in bocca e prosegue a parlare, di calcoli, funzioni, differenziali, campi d’esistenza e domini, poi quando la bocca è di nuovo vuota, punta con la forchetta la verdura, spezza del pane e se la riempie di nuovo. E riprende a parlare. Io finisco sempre dieci minuti abbondanti prima di lei. Mi tolgo il piatto, lo metto da lavare, tiro l’acqua del rubinetto affinché sia bella fresca e mi riempio il bicchiere. Bevo tutto d’un sorso davanti al lavandino, rimanendo di schiena, e lei continua a parlare di numeri complessi, parti immaginari, l’arco tangente al limite di qualcosa. Rimango voltato anche dopo aver finito di bere, con il bicchiere stretto tra le mani. Sento che gratta il piatto con la punta della forchetta, ha quasi finito di mangiare anche lei. A quel punto mi giro e vedo che ficca tutto nella bocca, e mi preparo all’ultimo round. Torno a sedermi, le piazzo il bicchiere vuoto davanti al piatto mezzo vuoto e le osservo la bocca che si apre e chiude sputando fuori piccole particelle di cibo appena masticato e sinusoidi, integrali, variabili dipendenti, rami di iperbole.
Una volta Michelle era bellissima, una donna da togliere il fiato. Non che adesso sia diventata brutta tutto di colpo o sia ingrassata più del dovuto. Ha quarant’anni ed è ancora una donna attraente e molti dicono seducente. Sì, usano quella parola per definire mia moglie, seducente. E comprendo il motivo per il quale lo facciano. È piuttosto alta, i capelli sono folti e sani, del colore del miele di castagno e il suo fisico, nonostante non faccia molto al riguardo, sta lottando vittoriosamente contro il tempo che passa. La forza di gravità sembra passarle appena accanto e proseguire oltre, come se non fosse ancora giunto il momento per lei di sottomettersi alle leggi della fisica. Credo, ma non posso dirlo con assoluta certezza perché non l’ho mai verificato, che le sue taglie possano tutto sommato essere simili a quelle classiche novanta-sessanta-novanta e da quando la conosco, quindici anni il prossimo giugno, non sono mai cambiate. Le sue labbra sono carnose e la pelle è sempre piuttosto liscia e morbida, nonostante non la veda quasi mai applicarsi delle creme, se escludiamo la crema notte che si spalma attorno agli occhi e sulla fronte la sera, appena prima di venire a dormire. Io sono quasi sempre già nel letto quando lei arriva e con il suo profumo impregna le lenzuola.
Il motivo per il quale dico che mia moglie era bellissima, risiede nel fatto che da quando si è licenziata dal suo posto di lavoro, il ristorante in cui lavoravo anch’io e ha deciso di prendersi un anno per sé, non so per quale strana ragione, ma ha perso parte del suo fascino. Come ripeto non è qualcosa che riguarda il fisico, o il modo di vestirsi, sempre sobrio ed appropriato alla situazione, è piuttosto qualcosa che ha a che fare con il suo atteggiamento. Il suo modo di stare al mondo mi verrebbe da dire.
Questo concetto non l’ho mai afferrato del tutto, ma il sous chef del ristorante nel quale lavoro, Jim, ne parla sempre, riferendosi alla gente che viene a mangiare da noi. Una sera mi ha detto, - vedi Albert… quella coppia là …al tavolo nove …hai visto cos’hanno ordinato? …è chiaro che se prendi il petto d’anatra laccato, devi rivedere il tuo modo di stare al mondo, non pensi?
Io annuisco sempre quando Jim mi dice quella frase, ma non capisco mai cosa intenda dire. Non credo che il piatto che uno decide di ordinare in un ristorante possa farmi capire che tipo di persona è quella. Cos’ha di diverso quello del petto d’anatra, da quella delle tagliatelle profumate d’autunno? O quella della tagliata al sale rosa dell’Himalaya, da quella dei ravioli liquidi di piccione?
Quando quella sera, Jim mi aveva indicato la coppia del petto d’anatra, io avevo visto solo due persone, un uomo sui quarantacinque anni, ben vestito, elegante, ma non eccessivamente, e una donna di qualche anno più giovane, molto bella, questo lo ricordo, senza trucco sugli occhi, i capelli raccolti in un elegante chignon e un abito sobrio, color panna se non ricordo male, che stavano mangiando con tutta calma, come è consuetudine fare in un certo tipo di ristorante.  Adesso che ci penso, lui le aveva anche afferrato una mano ad un certo punto.
Ma Jim, quella volta, più di altre devo ammettere, insistette perché guardassi con più attenzione, perché era chiaro che quei due avrebbero dovuto rivedere il loro modo di stare al mondo. A quel punto mi ero soffermato su di loro ancora un po’, tanto il servizio era quasi finito e lo chef era sul retro a prendere una boccata d’aria. E, anche se non glielo dissi in quel momento, continuai a vedere una coppia che mangiava tranquillamente, forse lui un po’ più in fretta di lei, e forse lei tenendo spesso gli occhi puntati sul proprio piatto piuttosto che altrove, ma come biasimarla, il petto d’anatra è uno dei piatti più coreografici del menù. Consiste in un meraviglioso petto laccato, (lucente e appena scottato) al quale si lascia uno strato croccante e dorato di grasso che viene adagiato su un vero e proprio giardino di verdure secondo una disposizione nella quale, dal piatto nero, spuntano come per magia carotine, patate, asparagi bianchi e fiori commestibili che, come detto, ricordano alla perfezione un giardino fiorito di primavera, e il tutto viene annaffiato da una riduzione di frutti rossi macerati in aceto di ciliegie. Devo dire che è qualcosa che attira l’attenzione. Ma Jim credo avesse percepito la mia riluttanza a capire per cui mi disse, - sta a vedere, - ed era uscito in sala. Si era avvicinato al tavolo nove con la scusa di chiedere se la cena fosse stata di loro gradimento e come avessero trovato il petto d’anatra, e si era fermato a conversare qualche minuto con quella coppia. Poi si era congedato ed era tornato in cucina. Io avevo assistito a tutta la scena dal vetro nella porta e quando mi aveva chiesto, - adesso capisci? hai visto bene? - io avevo dovuto ammettere che no, non ci avevo visto proprio nulla. – Ma come? – aveva proseguito a dire, - la fede di lei era appoggiata sul tavolo, a fianco del tovagliolo e quando le ho chiesto se le fosse piaciuto il petto d’anatra, le sono venuti gli occhi tutti rossi. A quel punto me ne sono andato, avevo visto abbastanza.   
 Nonostante Jim sia fermamente convinto della sua teoria, io credo che la gente, quando mette piede in un ristorante come il nostro (siamo l’unico ristorante con una stella Michelin lunga tutta la costa, e l’unico nel quale si mangi qualcosa di davvero buono nel raggio di cento chilometri da Lansing) voglia semplicemente mangiare bene e provare qualcosa di nuovo che normalmente non potrebbe prepararsi da sola a casa. Non sono convinto che la loro scelta abbia a che fare con il carattere o lo stile di vita.
Devo ammettere però che quella frase, quella che Jim mi ripete quasi ogni sera indicandomi quella coppia mal assortita piuttosto che quel tipo in giacca e cravatta, il modo di stare al mondo, mi incuriosisce in maniera quasi morbosa, e mi porta a pensare a come vivono quelle persone. Quella frase mi costringe a entrare in quelle vite a me sconosciute e curiosare un po’ in giro, in cerca di qualche segno che possa farmi capire meglio il loro modo di stare al mondo. Una frase che ripetono di continuo, un’espressione del volto, un vestito che indossano, una qualsiasi cosa che mi porti a dire – ecco, quel tipo è così, e quel tipo invece e cosà… quella coppia è, supponiamo felice, quell’altra invece è in crisi, quello lì tradisce la moglie, l’altro beve di nascosto e così via.
Quella frase mi è entrata in testa, convincendomi di poterla usare io stesso per parlare delle persone. In questo caso di mia moglie. E quando sono seduto di fronte a lei a cena, prima di andare a lavoro, o sono nel letto aspettando venga accanto a me, magari per farci l’amore se non è stata un serata troppo pesante, penso che Michelle debba rivedere il suo modo di stare al mondo, per recuperare il fascino che aveva ai miei occhi, fino a qualche tempo fa. Ma siccome non comprendo del tutto il significato di quella frase, mi costringo solo ad entrare nella sua vita, e quindi nella mia, la nostra vita matrimoniale, per cercare qualcosa che possa farmi capire perché non riesco più a vederla così bella. È un cosa che faccio quasi tutti i giorni ormai, da quando ci siamo trasferiti qui. Lei non sta lavorando, si è solo iscritta all’università. A me piaceva il ristorante in cui cucinavo e nel quale lavoravo con mia moglie, The Tower, ma con la mia esperienza ormai ventennale, non ho fatto troppa fatica a trovare qualcosa anche qui.
Lei la mattina esce di casa molto presto e va a lezione, io esco dopo un’ora, passeggio per la città e penso a mia moglie. Me l’immagino seduta tra quei banchi, cosa che non faceva da parecchi anni e che io non farei mai a questo punto della vita, l’ho già fatto abbastanza a suo tempo, con una penna in mano e lo sguardo fisso a quel professore che parla di funzioni, logaritmi e cose così. Lei mi dice che fa una fatica bestiale a seguire le lezioni, per cui spesso si distrae e comincia a parlare con gli altri. Questi altri, sono quasi tutti ragazzi di venti, ventidue anni. Michelle fa spesso delle pause sigaretta con loro, così le chiama, o si prende un caffè alla caffetteria del campus. Mia moglie non ha mai fumato in vita sua, per via di un cancro che ha colpito il padre quand’era molto piccola, e il caffè lo detesta. Ma da quando sono iniziati i corsi, compie entrambi i gesti con un certo gusto. Esce dall’aula e trascorre la mattinata con i suoi compagni a fumare e chiacchierare. Me l’immagino felice in mezzo a tutte quelle vite in attesa di sbocciare e fiduciose che le cose prendano il verso giusto. Si infila la sigaretta tra le labbra, inspira profondamente chiudendo appena gli occhi per via del fumo che sale, si riempie per bene la bocca e poi sputa tutto fuori, ma lo fa con grazia. Poi incrocia le gambe, beve un sorso di caffè nero dalla sua tazza smaltata e riprende a fumare, sorridendo a qualche battuta e appoggiando una mano sul ginocchio che ha di fianco per sostenersi. È così giovanile e bella che nessuno pensa – cosa ci fa una donna qui? - no, ascoltano quello che ha da dire intuendo che i vent’anni che li separa da loro siano un tempo incredibilmente florido di esperienze, aneddoti e epifanie di vario genere dal quale può pescare a suo piacimento per intrattenere tutti. Credo sia questo quello che fa mia moglie, alla mattina.
Adesso se ne sta di là con quel tipo. È più giovane di lei, e la sua voce gracchia un po’. Io me ne sto sdraiato di qui a pensare ai fatti miei, ma sento arrivare parole a me sconosciute, tangenti alla parabola, integrazione, calcolo differenziale, matrici, e mia moglie ad un certo punto dice – ti va un caffè Tom? E una sigaretta… apri solo la porta finestra così non si sente odore in casa.
E io penso a Jim, a quando questa sera mi dirà – ecco Albert… quei due laggiù, al tavolo tre …hai visto cos’hanno ordinato? …credo sia chiaro anche a te ormai che devono rivedere il loro modo di stare al mondo …non hanno molta scelta a questo punto, non trovi? –
Io mi limiterò ad annuire, come faccio sempre.        




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