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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Livio Santoro

Piccole apocalissi

Edicola Edizioni, Pag. 78 Euro 11,00
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Di che si tratta? Brani brevi, brevissimi, dei concentrati di pura eleganza stilistica, dove il senso e il non senso danzano insieme, così avvinghiati da scambiarsi spesso i ruoli davanti agli occhi del lettore, lasciandolo attonito a strologare sull’invisibile meccanismo di una così fine prestidigitazione.
   Brani scritti in forma di racconto, anche dove ci sarebbe appena lo spazio di un aforisma, perché ogni segmento della commedia umana, comunque la si metta, contiene sempre una storia.
   Gli argomenti variano, aggirandosi il più delle volte nell’apparente banalità del quotidiano, dove l’assurdo sta in agguato più che in ogni altro luogo. Ma altre volte ispirandosi alle fiabe, alle Sacre Scritture o alle leggende norrene.
   Talvolta le piccole storie si chiudono con un colpo di scena tanto sommesso quanto lacerante, da cui non si torna indietro se non accettando una realtà mutata, una quotidianità dal sapore irriconoscibile. Tant’è vero che il più delle volte la conclusione serve a tutt’altro che a chiudere. Piuttosto si manifesta nell’atto di svelare le infinite possibilità del reale, così molteplici da rendere insignificante ogni realtà definita.
   Nelle vuote stanze ci sono infinite cose: esse spariscono quando apriamo la porta e profaniamo il silenzio con i nostri passi e il nostro respiro (…) Ma quando, di nuovo fuori, chiudiamo la serratura, ebbene lì dentro, nelle vuote stanze, quelle cose sono di nuovo infinite… (Nelle vuote stanze)
   Devo dire che non tutti questi raccontini mi risultano convincenti, nel senso che non sempre ne percepisco l’intenzione sottesa. Eppure, devo ammetterlo, ognuno esercita un suo tipo di fascino. In alcuni trovo sensazioni note o pensieri condivisibili, di altri mi domando quale sia l’impulso che li ha generati, la matrice occulta, ed è già un modo di calamitare la mia attenzione.
   Rare volte l’orrore si manifesta in modo palese, come nella visione macabra che visita un prigioniero (forse un pazzo, non è dato saperlo) legato a un letto di contenzione.
   Viene a trovarmi ogni notte, qui nella stanza (…) E non parla, con tutta certezza perché la sua trachea sporge lacera e sbrindellata dal collo, mostrando all’aria un incavo profondo da cui proviene soltanto un pesante murmure ininterrotto… (In cima alle scale)
   Qui l’impotenza disperata de Il pozzo e il pendolo di Poe si fonde con l’impossibilità di sapere che grava sulle atmosfere di Kafka. Ma, come dicevo, l’orrore che si respira in questo libro è in genere più sottile. L’impotenza e l’impossibilità di sapere nascono più dell’ineluttabilità del quotidiano che da situazioni eccezionali. Quello che è davvero spiazzante è piuttosto un intreccio, insolitamente perverso, fra realtà tangibile e finzione metaforica, che giocano a scambiarsi il peso sui piatti della bilancia.
   Come una lama di luce che falcia il panorama per svelare quel che si cela nell’ombra, così lo sguardo dell’autore fruga tra le pieghe della condizione umana scoprendo inattese sfumature. Spesso si sofferma sugli incerti della relazione. La perenne reciproca ricerca della donna invisibile e dell’uomo trasparente (Dell’amore cristallino) svela, attraverso la lente del surreale, l’impossibilità effettiva di colmare la solitudine. A volte tutto si riduce al gioco simmetrico dei sassi sulla spiaggia.
   Procedevamo nel rigore simmetrico che tiene in piedi le coppie. Una pietra romboidale lei, una ellittica io (…) Finché il vento, l’imperizia o l’eccesso di audacia non demoliva i nostri provvisori pinnacoli. (Pietre)
   Chi di noi non ha giocato così sulla sabbia? Chi non ha giocato così nella vita?
   Una menzione particolare va alla fisicità del libro: La cura, l’eleganza dell’impaginazione, l’intrigante immagine di copertina. Infine il piccolo gradevole segnalibro.

di Giovanna Repetto


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