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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Roma, magnificenza e scemenza

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La Galleria Colonna è aperta solo il sabato mattina e c’è la fila. Tutto bene organizzato come ai Musei Vaticani e con prezzi altrettanto salati. Ma vale la pena andarci perché il salone è un insuperabile esempio di magnificenza. Grande, luminosissimo, pieno di belle opere d’arte, e soprattutto concepito con un gusto, certo barocco e quindi carico, ma così armonioso che il sovrappeso neanche si sente.
Quello che invece colpisce il nostro occhio perfido in mezzo a tanto buon gusto è una vera e propria scemenza messa in opera, non certo molto tempo fa, da qualche curatore forse fiducioso nella disattenzione dei visitatori.
Ecco di che si tratta: sotto tutte le finestre di un lato del salone sono murati, probabilmente fin dal momento della costruzione, magnifici frammenti di scultura romana.
I frammenti sono sempre lì, ma a un certo punto la direzione deve aver deciso di installare il riscaldamento. E dove hanno sistemato i caloriferi? Proprio davanti ai magnifici frammenti. Prima dell’intervento hanno pensato bene di fotografare le opere, poi hanno montato i radiatori e di fronte ci hanno piazzato dei pannelli a colori con le retrostanti sculture fotografate.
Il risultato è un bel panino a tre strati: la scultura vera, il radiatore e la foto della scultura.
Ci è sembrato un po’ indigesto.

Da non molto tempo aperta al pubblico e magnifica in una giornata primaverile è la tenuta di Santa Maria Nova sull’Appia Antica. C’è un bellissimo prato, pini, cipressi e un casale medievale nato sulle fondamenta di un edificio romano. Probabilmente le terme in uso alla guardia scelta della Villa dei Quintili.
All’ingresso, in cima ai resti di una cisterna, hanno costruito un moderno belvedere, da cui si ha un’ottima visuale di tutti i dintorni, dalle tombe dell’Appia ai Colli Albani, agli aerei che decollano da Ciampino.
Ci siamo saliti, abbiamo lasciato spaziare lo sguardo su quella magnificenza, poi lo abbiamo abbassato, e… tutto intorno, da ogni lato della terrazza, sporgono, bene fissati alla ringhiera, dei pannelli fotografici che riproducono esattamente quello che nella realtà si vede affacciandosi da quel lato a quella ringhiera.
Anche su altri monumenti in città ci sono richiami simili, chiaro, ma servono a identificare con scritte e numeri quella cupola a sinistra, quel palazzo a destra o quel campanile al centro.
Qui no; qui c’è la foto e basta; niente richiami. Un omaggio al potere dell’immagine: se io vedo, a mezzo metro dagli occhi, fotografata su un pannello a colori, la stessa cosa che vedo se gli occhi li alzo solo un po’ di più, vuol dire che quel panorama è importante e sono autorizzato a ricordarmelo con legittimo orgoglio di turista: io c’ero e ho visto proprio le stesse cose che stavano stampate sul pannello.
Un’altra bella scemenza, ci pare.

        Il 27 marzo si è inaugurata al Museo di Roma, Palazzo Braschi, “Roma nella camera oscura”, una mostra di dagherrotipi e fotografie di Roma e dei romani, dall’800 a oggi.
Immagini color seppia di piazzette scomparse, palazzi demoliti e templi recuperati; e di cittadini illustri. Sono foto che magari abbiamo già incontrato in qualche libro ma appese ai muri ci sono piaciute di più.
 In fondo alla prima sala, più grande di tutte le altre, giganteggia questa scema (o furba? - magari non si sono accorti di niente o forse lo hanno fatto apposta, e allora tanto di cappello all’ironia) gigantografia di un elegante sconosciuto che ci riceve con uno sguardo a dir poco inquietante. Si osservi con attenzione la convergenza degli occhi del soggetto.
Comunque (e ancora una volta la magia si ripete) salutato lo strabicone in mostra, eccola che ci aspetta all’uscita del palazzo la magnifica magnificenza di Roma.



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