CINEMA E MUSICA
Alfredo Ronci
Sharon Jones &The Dap Kings: I learned the hard way. Come va suonata la musica.

Lei ha fatto un mazzo così per arrivare dov'è arrivata ed il titolo del disco I learned the hard way la dice lunga: 'Ho imparato a mie spese'. Ed ha ragione. La sua vita non è stata per nulla facile (fino a qualche anno fa lavorava ancora come guardia carceraria) e quando è arrivato il successo (anche se parziale rispetto ad altre 'negritudini', pensiamo a Mary J.Blidge o a Beyoncé) non è stato soltanto un punto di arrivo, ma anche la certezza di aver conquistato un enorme credito presso i colleghi e gli artisti più sensibili (David Byrne per esempio, nel suo ultimo disco dedicato alla moglie di Marcos Here Lies Love l'ha voluta nel brano Dancing together).
Lei ha una voce aggressiva, potente e convincente per una musica che santoddio, è suonata come accidenti deve essere suonata, senza campionature, ma con la strumentazione classica e un apporto di fiati che tutti quelli che hanno un cuore ed un anima non possono non pensare ai Muscle Shoals, alla Stax e al periodo d'oro del rithmn and blues.
Due anni fa s'era fatta apprezzare col fondamentale 100 days 100 nights, che qualcuno considera di già il suo capolavoro, ma questo I learned the hard way conferma tutte le promesse (che erano già certezze da un pezzo) e la convinzione di una rinascita (ma guarda te!) del movimento r'n'b (ci metterei Bettye Lavette, anche se impegnata su più fronti: dal jazz alla riverniciatura recente di classici pop-rock, di cui parleremo fra qualche settimana).
E l'ascolto del disco non fa che ribadire queste sensazioni: ti si stringe il cuore a sentire Better things, con quell'apertura funky anni settanta talmente 'vera' che da un momento all'altro ti aspetti che arrivi la voce della povera Millie Reperton, mai davvero dimenticata.
Molto più sixtees invece Give it back, come le altre fino a I'll still be true che paga lo scotto dell'arte bacharachiana: ma non si tratta di operazioni caricaturali, ma di ribadire certi caposaldi della nostra musica contemporanea.
If you call ti stende, perché è la classica ballatona soul con ricami chitarristici che Sharon Jones fa sua con una voce sicura ed emozionale. C'è posto anche per un momento più ironico e spumeggiante come Mama don't like my man, che t'aspetteresti come pezzo trainante di una colonna sonora di un film ambientato ovviamente negli anni sessanta, con chiaro intento nostalgico e con protagoniste attrici nere sovrappeso che sfoggiano tricotiche capigliature.
Inutile, crediamo, elencare tutti i momenti di un album coinvolgente ed accattivante: va ascoltato nella sua interezza, anche se ogni singolo episodio racconta l'amore per un'arte che ha attraversato gran parte del secolo scorso e che ora, in questi tempi di superficiale caratura, fa fatica addirittura ad emergere.
Questa è la vera musica dell'anima. Questa è musica suonata come si faceva un tempo. Questa è musica che non ti fa stare fermo (e lo dice uno che è un pezzo di legno e che per muovere un piedino ha bisogno della gru!)
Lei ha una voce aggressiva, potente e convincente per una musica che santoddio, è suonata come accidenti deve essere suonata, senza campionature, ma con la strumentazione classica e un apporto di fiati che tutti quelli che hanno un cuore ed un anima non possono non pensare ai Muscle Shoals, alla Stax e al periodo d'oro del rithmn and blues.
Due anni fa s'era fatta apprezzare col fondamentale 100 days 100 nights, che qualcuno considera di già il suo capolavoro, ma questo I learned the hard way conferma tutte le promesse (che erano già certezze da un pezzo) e la convinzione di una rinascita (ma guarda te!) del movimento r'n'b (ci metterei Bettye Lavette, anche se impegnata su più fronti: dal jazz alla riverniciatura recente di classici pop-rock, di cui parleremo fra qualche settimana).
E l'ascolto del disco non fa che ribadire queste sensazioni: ti si stringe il cuore a sentire Better things, con quell'apertura funky anni settanta talmente 'vera' che da un momento all'altro ti aspetti che arrivi la voce della povera Millie Reperton, mai davvero dimenticata.
Molto più sixtees invece Give it back, come le altre fino a I'll still be true che paga lo scotto dell'arte bacharachiana: ma non si tratta di operazioni caricaturali, ma di ribadire certi caposaldi della nostra musica contemporanea.
If you call ti stende, perché è la classica ballatona soul con ricami chitarristici che Sharon Jones fa sua con una voce sicura ed emozionale. C'è posto anche per un momento più ironico e spumeggiante come Mama don't like my man, che t'aspetteresti come pezzo trainante di una colonna sonora di un film ambientato ovviamente negli anni sessanta, con chiaro intento nostalgico e con protagoniste attrici nere sovrappeso che sfoggiano tricotiche capigliature.
Inutile, crediamo, elencare tutti i momenti di un album coinvolgente ed accattivante: va ascoltato nella sua interezza, anche se ogni singolo episodio racconta l'amore per un'arte che ha attraversato gran parte del secolo scorso e che ora, in questi tempi di superficiale caratura, fa fatica addirittura ad emergere.
Questa è la vera musica dell'anima. Questa è musica suonata come si faceva un tempo. Questa è musica che non ti fa stare fermo (e lo dice uno che è un pezzo di legno e che per muovere un piedino ha bisogno della gru!)
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